Nel corso degli ultimi anni l’associazione MMT Italia ha avuto modo di collaborare con il professor Guglielmo Forges Davanzati, con il quale organizzammo anche un incontro di Mosler all’Universitò di Lecce. Ci sembra quindi molto interessante l’articolo di Davanzati comparso su MicroMega (http://temi.repubblica.it/micromega-online/lo-stato-come-datore-di-lavoro/) in merito al ruolo dello Stato come “datore di lavoro di ultima istanza”, come da anni ribadito da MMT Italia e come, originariamente, ipotizzato da Minsky.
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Di fronte al fallimento conclamato delle misure di austerità e precarizzazione del lavoro nel fronteggiare la crisi economica, occorre una decisiva inversione di rotta. A partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato può esercitare nella creazione di posti di lavoro.
di Guglielmo Forges Davanzati
Il combinato di misure di consolidamento fiscale e precarizzazione del lavoro, secondo la Commissione europea e i Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni, dovrebbe garantire la ripresa della crescita economica attraverso l’aumento delle esportazioni. Il consolidamento fiscale viene perseguito con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, mentre la precarizzazione del lavoro viene attuata con l’obiettivo dichiarato di accrescere l’occupazione. Le due misure – ci si aspetta – dovrebbero inoltre migliorare il saldo delle partite correnti, mediante maggiore competitività delle esportazioni italiane.
Si ipotizza, cioè, che la moderazione salariale, derivante da minore spesa pubblica e maggiore precarietà del lavoro, riducendo i costi di produzione, ponga le imprese italiane nella condizione di essere più competitive (ovvero di poter vendere a prezzi più bassi) nei mercati internazionali. Anche le misure di defiscalizzazione rientrano in questa logica, dal momento che ci si attende che minori tasse sui profitti implichino minori costi per le imprese e, dunque, maggiore competitività nei mercati internazionali.
Si tratta di un’impostazione che si è rivelata del tutto fallimentare e che, a meno di non pensare che dia i suoi risultati nel lunghissimo periodo, andrebbe completamente ribaltata. Le basi teoriche sulle quali poggiano queste politiche sono estremamente fragili, per i seguenti motivi.
1) Le politiche di austerità, soprattutto se attuate in fasi recessive, determinano un aumento, non una riduzione, del rapporto debito pubblico/Pil, che è infatti costantemente aumentato (dal 120% del 2010 al 133% del 2016). Ciò a ragione del fatto che la riduzione della spesa pubblica riduce il tasso di crescita, riducendo il denominatore di quel rapporto più di quanto ne riduca il numeratore. Questo effetto è tanto maggiore quanto maggiore è il valore del moltiplicatore fiscale. Stando alla quantificazione degli effetti moltiplicativi del Fondo Monetario Internazionale, il consolidamento fiscale è prima ancora che un errore di politica economica un errore propriamente un errore tecnico, basato su una stima sbagliata degli effetti moltiplicativi di variazioni della spesa pubblica.
2) Le politiche di precarizzazione del lavoro non accrescono l’occupazione, anzi tendono a generare aumenti del tasso di disoccupazione. Ciò fondamentalmente per due ragioni. In primo luogo, la precarizzazione del lavoro accrescere l’incertezza dei lavoratori in ordine al rinnovo del contratto e, dunque, incentiva risparmi precauzionali deprimendo consumi e domanda interna. In secondo luogo, la precarizzazione del lavoro, in quanto consente alle imprese di recuperare competitività attraverso misure di moderazione salariale, disincentiva le innovazioni, dunque il tasso di crescita della produttività del lavoro e, per conseguenza, dell’occupazione.
3) La detassazione degli utili d’impresa non ha effetti significativi sugli investimenti, dal momento che questi dipendono fondamentalmente dalle aspettative imprenditoriali, le quali, a loro volta, sono fortemente condizionate dalle aspettative di crescita (e dunque, da ciò che ci si attende di poter vendere). Manovre fiscali restrittive, comprimendo i mercati di sbocco interni (quelli rilevanti per la gran parte delle imprese italiane), possono semmai peggiorare le aspettative e, dunque, generare riduzione degli investimenti. Peraltro, la detassazione degli utili d’impresa – in una condizione nella quale occorre generare avanzi primari – implica aumenti di tassazione sui redditi dei lavoratori, ovvero sui redditi di quei soggetti che esprimono la più alta propensione al consumo. Anche per questa ragione, detassare le imprese significa ridurne i mercati di sbocco, almeno quelli interni, con conseguente riduzione dei profitti e aumento delle insolvenze.
4) La moderazione salariale non accresce le esportazioni. L’ultimo Rapporto ISTAT certifica che il saldo delle partite correnti italiano è migliorato solo perché si sono ridotte le importazioni, a seguito della caduta della domanda interna, e che l’economia italiana è, ad oggi, una delle meno internazionalizzate fra le economie europee. Si registra anche che nonostante un seppur leggero aumento dei margini di profitto delle nostre imprese a partire dal 2015, verosimilmente imputabile alle misure di detassazione degli utili, gli investimenti privati continuano a essere in costante riduzione.
Si tratta, peraltro, di politiche attuate ormai da quasi un decennio, sempre con risultati fallimentari. Il fondamentale errore degli ultimi Governi sta appunto nell’aver usato le (poche) risorse disponibili nel peggiore dei modi possibili: decontribuzioni alle imprese e trasferimenti monetari alle famiglie. Misure che non impattano né sugli investimenti privati né sui consumi. Ma che, verosimilmente, e in una logica di brevissimo periodo, accrescono il consenso, salvo poi tornare al punto di partenza ma con meno risorse.
Occorrerebbe, per contro, una radicale correzione di rotta, a partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato può esercitare nella creazione di posti di lavoro. Un numero rilevante e crescente di studi mostra come lo Stato possa svolgere la funzione di datore di lavoro di ultima istanza (Employer of Last Resort – ELR) senza generare significativi effetti collaterali, in particolare senza attivare pressioni inflazionistiche – peraltro, in una fase di deflazione, semmai desiderabili.
Ovviamente, affinché questa proposta possa avere senso occorre che, sul piano politico, i lavoratori acquisiscano un potere contrattuale sufficiente da spingere il Governo all’attuazione di una politica per il pieno impiego, e il suo mantenimento, finanziata attraverso un consistente aumento dell’imposizione fiscale sui redditi più alti. In altri termini, la proposta è realizzabile a condizione di non assumere la congettura di Kalecki[1], ovvero che:
“Il mantenimento del pieno impiego causerebbe cambiamenti sociali e politici che darebbero un nuovo impulso all’opposizione degli uomini d’affari. Certamente, in un regime di permanente pieno impiego, il licenziamento cesserebbe di giocare il suo ruolo come strumento di disciplina [disciplinary measure]. La posizione sociale del capo sarebbe minata e la fiducia in se stessa e la coscienza di classe della classe operaia aumenterebbero. Scioperi per ottenere incrementi salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro creerebbero tensioni politiche. E’ vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego di quanto sono in media in una condizione di laisser-faire; e anche l’incremento dei salari risultante da un più forte potere contrattuale dei lavoratori è più probabile che incrementi i prezzi anziché ridurre i profitti, e danneggi così solo gli interessi dei rentier. Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più apprezzate dagli uomini d’affari dei profitti. Il loro istinto di classe gli dice che un durevole pieno impiego non è sano dal loro punto di vista e che la disoccupazione è una parte integrante di un normale sistema capitalista”. 
giacché, se la questione del pieno impiego si pone in questi termini, non vi è spazio – in un’economia capitalistica – per misure che vadano in quella direzione.
Va innanzitutto ricordato che, contrariamente alla vulgata mediatica, l’intero settore pubblico italiano nelle due diverse ramificazioni è nei fatti il più sottodimensionato d’Europa. L’ultima rilevazione OCSE ci informa che, mentre nel nostro Paese la pubblica amministrazione assorbe circa 3.400 lavoratori, in Francia e nel Regno Unito, Paesi con una popolazione e un Pil pro-capite di entità simile alla nostra, se ne contano rispettivamente 6.200 e 5800. Negli Stati Uniti – Paese tradizionalmente guardato come una vera economia di mercato – il numero di dipendenti pubblici è di circa il 25% superiore al nostro. Si può aggiungere che, in Italia, l’occupazione nel settore pubblico riguarda prevalentemente individui con elevata scolarizzazione.
Si può anche rilevare che una condizione di piena occupazione favorisce la crescita della produttività del lavoro. Ciò a ragione del fatto che le imprese non sono messe nella condizione di competere comprimendo i salari e sono, per contro, ‘forzate’ a competere innovando. In tal senso, lo schema ELR potrebbe essere anche – e forse più utilmente – pensato per generare crescita economica anche dal lato dell’offerta, non solo quindi come programma finalizzato al pieno impiego. A ciò si può aggiungere che, seguendo la linea teorica dei proponenti lo schema ELR, la spesa pubblica è complementare alla spesa privata per investimenti, dal momento che l’aumento della spesa pubblica accresce i mercati di sbocco e rende conveniente l’attuazione di nuovi flussi di investimenti privati [2].
Conseguentemente, uno schema ELR potrebbe agire positivamente sul tasso di crescita della produttività del lavoro, sia per l’aumento degli investimenti pubblici che farebbe seguito a un aumento della spesa pubblica, sia a seguito del contenimento di fenomeni di obsolescenza intellettuale che si determinerebbero nel caso alternativo di disoccupazione, a maggior ragione se di lungo periodo. Un ulteriore vantaggio derivante dall’attuazione di uno schema ELR conseguirebbe dal fatto che, in condizioni di piena occupazione, sarebbe estremamente difficile reclutare lavoratori nell’economia sommersa o, ancor più, nell’economia criminale. Questo argomento è particolarmente rilevante nel caso italiano, e ancor più meridionale, dal momento che la presenza del lavoro nero e dell’attività criminale è molto più diffusa rispetto agli altri Paesi dell’eurozona.
In più, come mostrato in particolare da Massimo Florio, lo schema ELR potrebbe utilmente ribaltare la linea di policy seguita in Italia – con la massima intensità fra i Paesi dell’Eurozona – finalizzata ad accentuare le privatizzazioni. Le privatizzazioni, come mostra un’inequivocabile evidenza empirica, generano effetti redistributivi soprattutto a ragione dell’aumento delle tariffe – e della conseguente caduta dei salari reali – e dell’eccezionale aumento degli stipendi dei manager nel passaggio dalla proprietà pubblica alla proprietà privata. Generano anche minore crescita dal momento che, in moltissimi casi, Italia non esclusa, le imprese privatizzate sono imprese orientate alla speculazione finanziaria che, come da più parti documentato, è un rilevante freno agli investimenti reali.
Le inefficienze del settore pubblico, come gli sprechi nel settore privato, sono ovunque. La retorica del dipendente pubblico fannullone resta tale, fa danni al Paese, impedisce un dibattito aperto su come l’intervento pubblico in economia può contribuire alla crescita economica e all’aumento dell’occupazione, soprattutto giovanile e soprattutto di alta qualità. Nel confronto internazionale, l’Italia è uno dei paesi caratterizzati dai più bassi livelli di assenza per malattia, ma con minore incidenza nel settore pubblico. La bassa efficienza del settore pubblico italiano non sembra essere quindi dovuta alla scarsa motivazione al lavoro dei suoi dipendenti, ma piuttosto alla bassissima dotazione di capitale che ne caratterizza i processi di produzione di beni e servizi.
NOTE
[1] KALECKI, M. (1943). Political aspects of full employment, “Political Quarterly” 14(4), pp.322-330.
[2] Se si accoglie l’ipotesi per la quale la spesa pubblica agisce da àncora agli investimenti privati, l’aumento della spesa pubblica – in quanto accresce i fondi interni delle imprese e, dunque, il loro potere contrattuale nei confronti delle banche, tende ad associarsi a una riduzione del tasso di interesse, che potrebbe stimolare ulteriori investimenti privati.

di Elisabetta Uccello fonte http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/nazionalismi.html
Dimentichiamo la vecchia accezione di nazionalismo alla quale siamo legati, cioè quella in termini negativi e di aggressività nei confronti degli altri popoli.
Si confonde quel nazionalismo con il patriottismo.
Il termine nazionalismo così come ci viene propinato dai media porta con sé la competizione fra popoli.
Il termine patriottismo invece, purtroppo oggi poco usato e travisato dai manipolatori mediatici col nazionalismo aggressivo (o meglio dire imperialismo), indica il senso di appartenenza ad una collettività, l’adesione ai valori, la difesa degli stessi, l’impegno civile per renderla migliore e soprattutto la responsabilità sociale e la partecipazione politica.
Cos’è allora oggi realmente il nazionalismo aggressivo ?
Il nazionalismo in termini negativi oggi è la competizione fra stati promossa dall’Unione Europea.
E’ il neomercantilismo: competizione di merci il cui basso costo è garantito dalla competizione salariale al ribasso. Tutto deciso, scritto ed istituzionalizzato: i trattati europei, il modello della forte competitività fra stati, fatta salva la quale….allora pensiamo a tutto il resto. ..
‘’Fatta salva la competitività’’……Competizione, non cooperazione. Competizione. Cioè, senza mezze misure e timori, guerra.
Guerra economica fra stati…
Gli oligopoli, i più forti, stanno indirizzando la produzione nelle  specificità settoriali della grande industria.
I vertici della grande industria puntano alla produzione di beni a basso costo grazie a salari sempre più bassi, in un sistema di lavoro merce che aliena il lavoratore nella solitudine della grande produzione. Il lavoratore della multinazionale è quasi invisibile.
Questo capitalismo è la base per la concentrazione di ricchezza da parte degli oligopoli. Questo modello di produzione è parassitario  e predatorio e spesso sfocia nel capitalismo finanziario puro, il cui obbiettivo è la tesaurizzazione della ricchezza in un tentativo che sembrerà paradossale, ma sembra proprio essere quello della riesumazione del gold standard, dove al posto dell’ oro si tesaurizza e si cerca di dare valore alla moneta  attraverso la scarsità di circolazione della stessa.  Scarsità di moneta nell’economia reale ovviamente. La moneta gira nel settore finanziario, in un gioco che nelle scommesse sul futuro diventa speculazione.
E’ l’ internazionalismo del capitale.
Cos’ è invece il patriottismo?
E’ una visione della società diversa. Una visione che rigetta gli sfruttatori e i predatori  del lavoro.
E’ una visione che si basa sul rispetto della dignità umana nel suo insieme.
La centralità della dignità umana, del rispetto della piena realizzazione dell’ individuo nel proprio contesto sociale: l’economia al servizio della comunità e del territorio.
Un modello economico che cerca l’indipendenza dallo sfruttatore.
Affinché questo sia possibile, c’è bisogno di una struttura che garantisca al cittadino quei servizi essenziali che tutelino la salute, l’istruzione, la sicurezza: è lo stato.
 
Lo stato della Costituzione della Repubblica Italiana. La sua funzione è duplice:

  1. garantire a tutti i servizi essenziali e grazie al lavoro che egli stesso crea in questi settori, garantire redditi che verranno spesi nell’economia reale e quindi diventeranno domanda, che crea l’offerta. Domanda di beni creata in primis da stipendi pubblici, che quando verranno spesi nell’economia reale diventeranno anche stipendi privati. Domanda di moneta creata in primis dalle tasse, che devono essere un mezzo per imporre l’utilizzo di una determinata valuta dentro un territorio nazionale e mai devono essere uno strumento che lo stato utilizza per finanziarsi, soffocando la domanda che alimenta l’economia reale.
  2. Indirizzare la produzione incentivando o disincentivando i settori e la struttura della stessa in base al BENE e LA GIUSTIZIA SOCIALE, tramite le leggi e la tassazione.

 
Quindi lo stato ha dei doveri. Inderogabili:
–                     Essere al servizio del modello sociale della Costituzione.
–                     Promuovere attraverso la propria spesa a deficit positivo il lavoro nei servizi che garantiscono lo stato sociale; spesa che crea allo stesso tempo la domanda, che crea l’offerta del settore privato.
–                     Controllare attraverso leggi e tassazione che il modello di produzione sia efficiente per tutti ed allo stesso tempo rispetti  la dignità umana ed uno stile di vita eticamente ed ecologicamente corretto.
–                     Lavorare in un sistema di cooperazione internazionale che miri al pieno sviluppo sociale ed economico di tutti gli stati promuovendone e valorizzandone le peculiari ricchezze, senza che la collaborazione fra nazioni si trasformi in schiavitù, competizione e privazione di sovranità.
 
Tutto questo ci viene impedito dalle regole dell’Unione Europea, che impone i sommi principi della competitività fra stati e consegna in mano alla Banca Centrale Europea, indipendente dai governi, il potere di emissione e controllo della moneta.
 
“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza’’ (CANTO XXVI INFERNO, DANTE ALIGHIERI).

di Bill Mitchell, fonte: http://e1.newcastle.edu.au/coffee/pubs/wp/2013/13-06.pdf
“Prima della crisi finanziaria globale (GFC), gli economisti mainstream hanno annunciato la morte dei cicli economici (che alternavano fasi di forte crescita a fasi di profonde recessioni) e hanno dichiarato che eravamo entrati nel periodo della “grande moderazione” (Stock e Watson, 2002; Lucas, 2003).
Questi economisti furono totalmente smentiti dai fatti e non riuscirono minimamente a prevedere le conseguenze catastrofiche della deregolamentazione del mercato del lavoro e della deregolamentazione finanziaria che essi avevano promosso.
È ragionevole aspettarsi che il fallimento professionale reso evidente durante la crisi finanziaria globale avrebbe dovuto portare a una riconsiderazione del paradigma all’interno del quale questi economisti ragionano e grandi cambiamenti sia nei curricula che nella ricerca economica.
Gli economisti mainstream, tuttavia, hanno riattivano i loro contenuti anti-governativi trasformando efficacemente quella che era una crisi da debito privato in una crisi da debito pubblico, oscurando così il loro ruolo nella crisi e sottraendo l’attenzione dai difetti dei loro modelli. Le dinamiche che hanno creato la crisi (deregolamentazione, riduzione della vigilanza finanziaria, ecc.) continuano così ad essere sostenuti oggi dal mainstream come le attuali soluzioni.

Stephanie Kelton sul New York Times qui articolo originale
Quando il governo spende più di quanto incassa in tasse, un “deficit” viene registrato nei libri contabili. Ma questa è solo metà della storia. Supponiamo che il governo spenda 100 dollari e ne raccolga 90 in tasse, lasciando a qualcun altro i restanti 10 dollari. Quei 10 dollari extra verranno registrati come un surplus nei libri contabili di qualcun altro.
Questo significa che i -10 dollari del governo corrispondono sempre a +10 dollari da qualche altra parte. Non c’è alcuna corrispondenza mancante e non c’è alcun problema a mettere insieme le cose. I bilanci devono bilanciarsi, dopo tutto.
Il deficit del governo si rispecchia sempre in un surplus equivalente da qualche altra parte. 
Il problema è che i politici guardano questa immagine con un occhio chiuso. Vedono il deficit di bilancio ma non si accorgono del surplus corrispondente dall’altra parte. E dato che anche tanti americani, allo stesso modo, non se ne accorgono, finiscono con l’applaudire gli sforzi a pareggiare il bilancio, anche se questo significherebbe cancellare il surplus del settore privato.

Di Cristian Dalenz Buscemi qui l’originale
Si è svolta domenica 30 settembre alla Sala del Carroccio del Campidoglio di Roma la presentazione del nuovo libro scritto dal giornalista Thomas Fazi e dall’economista Bill Mitchell, “Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World”.
Libro, per ora, uscito solo in versione originale in lingua inglese, il cui titolo potremmo grossomodo tradurre con “Reclamare lo Stato: Una visione progressista della sovranità per un mondo post-neoliberale”.

Non sono nuovi tentativi di proporre il ritorno ad uno Stato più forte, basti ricordare i libri di Mariana Mazzucato.
Ma qui Fazi e Mitchell vogliono passare direttamente all’azione politica, e pretendere che lo Stato protegga i propri cittadini dalle crisi provocate della globalizzazione. Per farlo, è necessario chiamare alle armi della politica quella parte che ha abbandonato la sua missione storica volta a proteggere i più deboli: la sinistra.
Fazi si esprime da tempo su queste posizioni, ed ultimamente sta anche partecipando alla costruzione di un nuovo soggetto politico: Senso Comune.

L’australiano Mitchell aveva già scritto un libro sulla “distopia europea”; inoltre il suo blog è da tempo molto letto anche dalle nostre parti.
Moderati da Chiara Zoccarato, membro del dipartimento economia e lavoro di Sinistra Italiana, erano presenti, oltre ai due autori del libro, il direttore del Centro Riforma Stato Nicola Genga e l’onorevole Stefano Fassina, organizzatore dell’incontro.
LE PAROLE DI THOMAS FAZI
Fazi ha spiegato subito che il libro nasce dalla necessità di “orientare la sinistra verso il recupero di sé stessa”.
Troppe le svolte verso destra nel recente passato, fino al punto di accettare con ben scarsa critica la svolta neoliberale tra gli anni ’70 e ’80. Con Mitchell c’è stato lo sforzo di identificare ciascuno di questi punti di volta, a partire dalle decisioni del Primo Ministro inglese James Callaghan, laburista, nei primi anni ’70 fautore di un programma chiaramente socialista e poi piegatosi alle politiche di austerità quando diresse il governo di Sua Maestà tra il 1976 e il 1979.
Per Fazi c’erano alternative, altro che il There Is No Alternative di Margaret Thatcher! Si poteva andare oltre il compromesso socialdemocratico post-guerra, perché no anche ragionare sul superamento del capitalismo, ma si è scelto di non farlo. E non solo in Inghilterra, ma in tutti i Paesi in cui la sinistra ha governato a partire da allora.
Ora però la crisi del neoliberismo si fa sentire sempre più, e con essa lo scoppiare dei vari nazionalismi di stampo etnico. Per superarla è necessario recuperare, come da titolo del testo, una visione progressista della sovranità nazionale, che non deve essere necessariamente intesa in senso reazionario. È solo su questo piano che si possono riconquistare diritti perduti.
E parte dell’azione politica dovrà consistere nel liberare la mente delle persone da falsi miti macroeconomici, su cui è sceso più avanti nel dettaglio Mitchell.
IL PENSIERO DI FASSINA
Fassina ha poi preso la parola, riconoscendo l’importanza di questo libro in un momento in cui la crisi del pensiero europeista della sinistra è più che evidente. Crisi che travolge anche la stessa classe dirigente di cui lui fa parte, che a dire dell’ex democratico ha una difficoltà “psicoanalitica” nel riconoscere i problemi esistenti e capire perché i ceti popolari vanno sempre più a destra. Anche lui cerca di smentire l’idea che parlare di sovranità debba necessariamente intendersi come chiusura autarchica e sciovinista, che è in fondo l’interpretazione neoliberista del termine.
Una classe dirigente in cui Fassina non omette di aver militato, e in posti importanti. Ricordiamo qui che è infatti stato responsabile economia del PD di Bersani e sottosegretario all’Economia nel ministero di Fabrizio Saccomanni, quando al governo c’era Enrico Letta. E ai suoi dice che “è troppo facile prendersela solo contro Renzi; la svolta neoliberale era stata acquisita già da tempo.” Due momenti storici sono da lui individuati come particolarmente critici per la sinistra in Italia:

  • il 1968, che diede il via a un forte movimento di contestazione popolare e giovanile e che portava con sè il rifiuto del peso dello Stato;
    – il 1989, anno della caduta del Muro di Berlino. a partire dal quale è cominciato il rinnegamento dei propri valori da parte del ceto dirigente «rosso».
  • Va dunque a suo avviso respinto il leit motiv del “più Europa”, cancellando tutte quelle direttive che hanno svalutato il lavoro (la Bolkenstein, quella sugli ordini professionali, e tutte quelle che portano il principio del Paese d’origine), ed “è da sostenere un sano patriottismo costituzionale”.

Infine ha ringraziato gli autori per aver fatto riflettere su come nel neoliberismo non c’è stato affatto un ruolo diminuito dello Stato, ma anzi un intervento volto proprio a garantire il mercato, soprattutto nella sua evoluzione finanziaria, anche con operazioni di polizia. Un punto che il filosofo Michel Foucault sollevava già negli anni’70, allorquando dava lezioni sul neoliberismo al College de France (poi raccolte nel libro “Nascita della biopolitica”).
LE PAROLE DI NICOLA GENGA
Genga ha ricordato, prima ancora che lo facesse Mitchell, come “questo testo assume come propria teoria economica la Modern Monetary Theory (MMT)”, nota in Italia grazie al lavoro di Paolo Barnard.
Il direttore del CRS è allineato con gli autori quando si tratta di respingere le accuse di fascismo che vengono fatte a chi critica il neoliberismo, cosa che però la sinistra politica tendeva a non fare quando c’era il movimento di Seattle. E ricorda anche come parte del Partito Socialista Francese non aveva difficoltà a definirsi sovranista. Cita inoltre come positive “la distinzione tra economia e crematistica ricordata dal testo”, la critica al concetto neoclassico di efficienza, le proposte di lavoro garantito (da preferire rispetto a quelle sul reddito di base).
E’ però scettico sulla fattibilità del progetto. In particolare secondo lui
La sovranità monetaria è difficile da ottenere, e il libro non affronta il problema del soggetto politico che dovrebbe lottare per raggiungerla (e chissà, per Fazi magari per quanto riguarda l’Italia si tratta proprio di Senso Comune, di cui non ha però parlato in questa occasione);
È difficile portare il popolo a volere più Stato, visto che è stato abituato ad odiarlo dalla propaganda neoliberista, anche nelle sue varianti “politicamente scorrette” e populiste (alla Berlusconi, per intenderci).
Sul piano internazionale, il libro chiede giustamente di debellare la finanza rapace, nazionalizzare le banche, uscire dall’euro, stabilire un commercio solidale tra i Paesi del mondo, cancellare il debito di quelli più poveri. Ma sarà molto difficile trovare accordi mondiali su questi punti.
IL PENSIERO DI BILL MITCHELL
Il giro è stato chiuso da Bill Mitchell.
Anche lui è partito dal riconoscere “la crisi mondiale del pensiero di sinistra e della sua vicinanza al neoliberismo”. Ciò nonostante, ci ha ricordato, i suoi scopi originali non sono morti. E considerando che l’internazionalismo è sempre fallito per via degli interessi di ciascuna nazione, spiega brevemente il programma che ciascun governo dovrebbe praticare:
Entrare in pieno possesso dei poteri politici sulla propria moneta;
Implementare politiche per il pieno impiego attraverso piani di lavoro garantito finanziati attraverso emissione della moneta stessa, ricordandosi che diversamente da quanto racconta la vulgata, uno Stato non finisce mai le proprie risorse se è in controllo della propria banca centrale;
Imporre controlli sui movimenti di capitale per impedire perdite di ricchezza nazionale, misure volte alla stabilità e all’interesse generale, non alla privazione di libertà come si racconta.
“Sarà necessario sconfiggere l’ignoranza economica dilagante anche fra i politici” per raggiungere l’obiettivo di mettere la sinistra in condizione di praticare queste politiche e far tornare la sinistra a credere in sé stessa.
Buon esempio è per lui il suo proprio Paese, l’Australia, che in occasione della crisi finanziaria è intervenuto nell’economia in maniera forte. A dirla tutta interventi di questo genere ci sono stati anche in Europa tra il 2008 e il 2009, prima di ripiegare negli anni successivi su un’austerità in alcuni casi atroce.
Il libro è edito da Pluto Press, che già fece uscire The Battle For Europe di Fazi.