Conosciamo la nostra Costituzione? Cosa non abbiamo il coraggio di chiedere? In un dibattito aperto dedicato alla parte economica potremo trovare tutte le risposte. La conoscenza ci libera dalla paura.
Il video dell’incontro di Firenze del 22 giugno, insieme all’Avv. Luigi Pecchioli, Filippo Abbate e la musica del cantautore Francesco Basso. Evento organizzato dalla associazione economica Memmt Toscana.
Riprese video a cura di Edoardo Biancalana

 
 

L’economia nazionale ha tre canali dove abbeverarsi, ovvero da dove approvvigionarsi di moneta la cui carenza provoca crisi economica per mancanza di liquidità:
a) il debito pubblico,
b) il debito privato (banche),
c) l’estero.
La riduzione del debito pubblico, come chiesta ancora una volta dal Presidente di Bankitalia Ignazio Visco e come ribadito ad ogni ora dagli editorialisti e politici mainstream, quali conseguenze comporta?
In ultima analisi, a due sole soluzioni (chiamiamole così): o ad un aumento del debito privato (che va poi restituito con gli interessi…), oppure un aumento delle esportazioni rispetto alle importazioni. In assenza di queste due ipotesi, la riduzione del deficit provoca recessioni economiche, e in Italia dovremmo esserne oramai esperti.
Non desiderando il punto b) (aumento debito privato), resta solo c). Come si ottiene c), in una situazione in cui, per ottenere l’obiettivo annunciato, la riduzione del deficit pubblico, si riducono gli investimenti pubblici e di conseguenza non vi è alcun tipo di aiuto esterno al sistema privato per aumentare investimenti e migliorare le tecnologie e la produttività?
Vi sono due strade:
1) una diminuzione del costo del lavoro (già fatto, ma non basta, ovviamente) per ridurre il costo dei prodotti e, contemporaneamente, esportare più di quanto si importa. Questa fu la strada scelta da Monti. La “distruzione della domanda interna”: si consuma meno, l’inflazione diventa deflazione, si importa meno, i prodotti italiani costano meno.
2) aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico, nel caso il costo del lavoro non diminuisca e precluda il canale c) in termini di prodotti reali: quindi far arrivare “i soldi” tagliati riducendo debito pubblico attraverso i prestiti di denaro, dall’Italia ma anche dall’estero. Questo avvenne, grosso modo, durante la fase finale del governo Berlusconi. Ovviamente questo punto risente anche dell’azione degli agenti di mercato e delle banche centrali. Ma non vi è dubbio che un aumento delle tasse o una riduzione della spesa, se non garantisce un aumento della quota di entrate dall’estero, si scarica come unica soluzione sull’incremento dei tassi di interesse.
Quindi una riduzione dei deficit, che avviene soltanto tramite una combinazione recessiva di aumento tasse o diminuzione spesa pubblica, può portare solo a: a) recessione; b) riduzione salari e stipendi; c) aumento dei tassi di interesse sul debito.
Altre soluzioni?, dirà il lettore più malizioso.
Alcune sono vietate dai Trattati Europei, alcune non sono gradite a stati europei molto potenti (tipo la Germania). Per questo sono quasi impossibili da applicare. Soltanto per un motivo politico, non tecnico né naturale.
Ad esempio la Bce o comunque l’Unione Europea potrebbe finanziare un piano di investimenti in grado di rilanciare in breve l’economia europea o italiana, garantendo questi prestiti tramite la Bce senza dunque obbligo di restituzione; ad esempio la Bce potrebbe diventare un prestatore di ultima istanza sul debito, calmierandone gli interessi; ad esempio non obbligando l’Italia al venturo pareggio di bilancio ma garantendole una libertà di bilancio in grado di avvicinare la società italiana a quanto prescritto già negli articoli fondamentali della nostra Costituzione.
Potremmo continuare a lungo. Non vi piace? Vi resta la soluzione prevista da Visco, con le conseguenze descritte.

di Marco Cavedon
fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/macron_lepen.html
Il 7 maggio 2017 si sono concluse in Francia le elezioni del nuovo Presidente della Repubblica, che purtroppo hanno visto trionfare al ballottaggio il “centrista” Emmanuel Macron (fondatore del movimento “En Marche!”) contro Marine Le Pen, leader del partito sovranista Front National, con un consenso del 66,1% contro il 33,9% dell’avversaria.
Inutile sottolineare il clima in cui si è svolta questa tornata, con media completamente schierati dalla parte di Macron, continue violenze (anche il giorno stesso delle elezioni) da parte dell’estrema sinistra (la stessa che ora si lamenta della vittoria del cattivo ex banchiere a servizio delle finanza) e la continua propaganda mistificatoria e bugiarda da parte dei maggiori partiti politici del mondo occidentale e dei tecnocrati di Bruxelles.
Le Pen è stata descritta come la cattiva, brutta, populista e fascista che avrebbe distrutto l’Europa e portato il mondo alle soglie di un nuovo conflitto mondiale, dipinta così proprio da coloro che quotidianamente si riempiono la bocca di diritti umani, senza magari mai aver letto cosa sta scritto all’articolo 1 comma 2 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’ONU.
 
Difesa della laicità dello stato, contrasto alle politiche neoliberiste basate sull’arricchimento delle elites finanziarie a scapito del 99% della popolazione, protezione della propria economia, regolazione e non blocco totale dell’immigrazione, rifiuto delle politiche di austerità…accidenti, il fascismo a quanto pare non è più quello di una volta, non c’è proprio più religione.
E se veniamo adesso alle posizioni di Macron, il bel ragazzotto trentanovenne descritto come il benefattore e il democratico per eccellenza, capiamo come non esiste più nemmeno la sinistra di una volta a quanto pare, addirittura l’amicizia con il “demone” degli Stati Uniti “causa” di tutti i mali del mondo.
Senza contare poi le dichiarazioni alquanto infelici proferite nei confronti dei ceti più deboli, come quelle riportate da Adriano Segatori, psichiatra e membro della sezione scientifica “Psicologia Giuridica e Psichiatria Forense” dell’Accademia Italiana di Scienze Forensi, in base alle quali gli operai sarebbero degli “illetterati” e i minatori dei “tabagisti alcolizzati”.
Per proseguire con altre notizie (che certamente i media molto “pluralisti” e molto “corretti” comunque vi avranno già fornito), vediamo anche le posizioni di Macron circa integralismo islamico ed identità del popolo francese (che in teoria dovrebbe comunque difendere visto che si definisce patriota; ma invece come vedremo tra breve ne nega addirittura l’esistenza).
Il 6 Aprile, durante la campagna presidenziale, la professoressa Barbara Lefebvre, autrice di libri sull’islamismo, rivelò al pubblico della trasmissione L’Emission Politique su France2 la presenza nel gruppo della campagna di Macron di Mohamed Saou, che pubblicò su twitter la classica frase islamista “Non sono Charlie”. Prevedendo un potenziale scandalo, Macron licenziò Saou ma il 14 aprile, invitato su Beur FM, una stazione radio musulmana francese, affermò che “lui (Saou) fece un paio di cose un po’ radicali, ma tuttavia Mohamed è un bravo ragazzo”.
E’ un caso isolato quello di Saou? Nient’affatto. Il 28 aprile Mohamed Louizi, autore del libro “Perché ho lasciato la Fratellanza Musulmana”, rilasciò un dettagliato articolo su Facebook (vedi qui) in cui, riportando nomi e date, spiegò come il movimento politico di Macron fosse largamente infiltrato da militanti dei Fratelli Musulmani.
Il 22 febbraio, visitando degli espatriati francesi a Londra, Macron disse “La cultura francese non esiste”. In altre parole, sul territorio francese, la cultura e le tradizioni francesi non hanno maggiore rilevanza rispetto altre. Lo stesso giorno a Londra addirittura arrivò a negare l’esistenza dell’arte francese.
Ecco quindi l’atteggiamento mondialista e relativista che produce alienazione e sradicamento, negando l’esistenza di diverse culture e delle identità dei popoli ed arrivando pertanto a negare il loro stesso diritto di esistere. Chissà parallelamente cosa accadrebbe se al giorno d’oggi un occidentale facesse gli stessi discorsi nei riguardi di un popolo del terzo mondo, negando il suo diritto ad essere pienamente se stesso in casa propria. Per ulteriori informazioni leggi qui.
Ma veniamo ora alla parte che più ci interessa nell’ambito dell’attività della nostra associazione, ossia quella economica e lo facciamo guardano quali sono i punti salienti del programma di Macron:
–                     Riduzione delle imposte che arriverà ad essere di 20 miliardi all’anno alla fine del quinquennio presidenziale.
–                     50 miliardi di investimenti pubblici in 5 anni.
Ma dove li troverà i soldi per fare tutte queste “belle” cose ? E’ presto detto:
–                     Riduzione della spesa pubblica di 60 miliardi all’anno in 5 anni, di cui 25 miliardi all’anno saranno tagli al sociale (assicurazioni sanitarie e sulla disoccupazione), altri 25 deriveranno dal taglio del personale dell’apparato statale (ben 120.000 licenziamenti in 5 anni), altri 10 deriveranno da tagli alle amministrazioni locali.
–                     Rigoroso mantenimento della soglia deficit/PIL sotto il 3% per tutto il quinquennio fino ad arrivare ad un deficit strutturale pari allo 0,5% del PIL nel 2022.
–                     Introduzione di ulteriore flessibilità (leggasi precarizzazione) nel mercato del lavoro.
–                     Trasferimento a livello di azienda delle decisioni sulla durata dell’orario di lavoro (mantenendo quella legale a 35 ore).
Si confermano quindi tutte le misure economiche tipiche dell’ideologia neoclassica e neoliberista, che di fatto si basano sulla precarizzazione del lavoro e della tutela del sociale nel nome della competitività globale e vedono lo stato come un’azienda che prima di investire deve risparmiare (e sappiamo bene cosa il risparmio del settore pubblico comporta in macroeconomia) .
Ma non tutta la colpa per l’ascesa al potere di Macron è stata del potere finanziario e mediatico che controllo l’intero mondo occidentale (anche se questa quota di responsabilità rimane comunque quella preponderante, assieme ai cliché legati a concezioni politiche ormai obsolete che non permettono di guardare con obiettività alla realtà del mondo odierno, quali la dicotomia tra fascismo e comunismo).
Una buona parte è dovuta anche per demeriti di Marine Le Pen che, in occasione dell’ultimo confronto televisivo con Macron andato in onda il 3 maggio, si è dimostrata molto efficace nell’imporre i temi e nel sovrastarlo con la sua personalità, mentre nella parte dedicata alle tematiche economiche lo è stata assai di meno.
Molto confuse e per nulla efficaci e coraggiose le idee sull’euro e sulla sovranità monetaria. Le Pen ha parlato solo di un parziale ritorno alla sovranità monetaria mantenendo la circolazione di due monete, “l’euro per le banche e il franco per la gente”. Non molto dissimili le posizioni della nipote Marion Maréchal Le Pen, come testimonia questa intervista pubblicata dalla trasmissione “Piazza Pulita” su “La 7” nella puntata del 4 maggio 2017.
Ben altre sono le cose che si sarebbero dovute dire a tal proposito.
Una Marine Le Pen veramente consapevole delle potenzialità di una moneta fiat sovrana avrebbe saputo ben replicare al candidato “centrista” usando ad esempio i seguenti argomenti:
–                     Una Francia nuovamente sovrana della sua moneta non avrà di fatto alcun limite di spesa. Caro Macron, al posto del tuo “bel” piano di investimenti pubblici di 50 miliardi spalmati in 5 anni io potrò realizzare un intervento molto più ambizioso, anche di più di 50 miliardi ogni anno, in quanto il governo francese sovrano avrà in ogni momento la possibilità di obbligare la banca centrale a finanziare con nuova moneta ogni sua esigenza.
–                     Per far ciò non avrò alcuna necessità di effettuare tagli draconiani ogni anno al welfare come tu invece proponi, anzi, con una nostra moneta sovrana e fuori dal contesto dei trattati internazionali dell’Europa potrò ogni anno sia abbattere le tassazione che innalzare la spesa pubblica, aumentando quindi il deficit per rilanciare la domanda interna, gli investimenti, la produzione industriale di beni e di servizi e l’occupazione, fino ad abbattere completamente disoccupazione, sottoccupazione e povertà.
–                     No caro Macron, la spesa pubblica in deficit, oltre a comportare un pari aumento della ricchezza del settore privato di famiglie ed aziende, non causa alcun problema riguardo la solvibilità del governo. Io potrò indifferentemente decidere di emettere titoli di debito denominati in valuta sovrana oppure finanziare la mia spesa con nuova moneta creata dalla banca centrale. Nel primo caso mi finanzierò presso i mercati e nello stesso tempo aumenterò l’attivo del settore privato che si troverà in mano delle obbligazioni che frutteranno interessi e mai avrò problemi nell’onorare questo debito, in quanto denominato nel nuovo franco unità di conto di cui io ho il monopolio dell’emissione. Nel secondo caso accrediterò direttamente i conti correnti delle aziende che deciderò di pagare per i più svariati interventi pubblici quali creazione e manutenzione di infrastrutture, sanità, polizia, ricerca, istruzione. Creerò quindi maggiore occupazione e pagherò nuovi e dignitosi stipendi che saranno spesi nell’economia reale e alimenteranno consumi, produzione e assunzioni anche nel settore privato. Otterrò ciò anche con un vero e proprio Piano di Lavoro Garantito in settori importanti quali la tutela dell’ambiente e i servizi alle classi sociali più deboli (anziani, malati, bambini, ecc.).
–                     Ancora una volta no caro Macron. Non ci sarà nessuna inflazione derivante dall’aumento della ricchezza del settore privato. L’inflazione si ha quando l’offerta di produzione di beni e servizi non è in grado di reggere la maggiore domanda e questo non è assolutamente il caso dei nostri giorni, in quanto con una disoccupazione del 10%  siamo in una condizione di ampio sottoutilizzo dei fattori produttivi. La spesa a deficit deve rallentare solo quando si è in regime di piena occupazione e quindi una maggiore domanda non sarebbe compensata da maggiore offerta.
–                     Non ci sarà nulla da temere circa il fenomeno della svalutazione. I depositi rimarranno in euro e i cittadini dovranno vendere gli euro alla banca centrale per acquisire il nuovo franco col quale poter pagare le tasse ed effettuare ogni acquisto di beni e servizi. Questo causerà una rivalutazione del franco e non una sua svalutazione ed inoltre porrò subito in essere una forte regolamentazione del settore finanziario, eliminando il settore speculativo parassitario e ponendo forti limiti alla possibilità di vendite allo scoperto (cioè senza possederla veramente) della valuta nazionale sul mercato dei cambi. Problema comunque che all’inizio non ci sarà in quanto il nuovo franco sarà una moneta scarsa e ricercata. E anche se ci dovesse essere svalutazione questo non sarà mai un problema, in quanto ciò renderà appetibili ancora di più le nostre merci per gli acquirenti esteri, che con la loro domanda aumenteranno la produzione e l’occupazione interna fornendoci la loro valuta più forte, che per noi rappresenta un elevato reddito col quale poter finanziare anche le importazioni. Inoltre la correlazione tra svalutazione e inflazione interna è un falso mito, perché sulla determinazione del prezzo finale del bene incidono molti fattori e non solo il costo delle materie prime.
–                     Nulla avrà da temere la Francia anche nell’eventualità (remota) che l’UE ci possa imporre dei dazi sulle esportazioni. La vera ricchezza di ogni nazione progredita è infatti rappresentata in primis dalla domanda interna che io potrò sempre tutelare con la spesa a deficit denominata nel nuovo franco sovrano ed eventuali saldi negativi con l’estero non rappresenteranno mai un problema in tali condizioni, come dimostrano i casi di nazioni del tutto paragonabili come prodotto interno lordo alla nostra o addirittura molto più piccole, quali la Gran Bretagna, l’Australia e la Nuova Zelanda.
Tutte le osservazioni di cui sopra avrebbero potuto dare a Marine Le Pen molte più chance contro l’avversario. Questo purtroppo però al momento solo nel mondo dei sogni in quando Emmanuel Macron ha vinto e per ben 5 anni sarà libero di combinare i suoi disastri, anche se prima di fornire una valutazione definitiva bisognerebbe vedere quale sarà il risultato delle elezioni legislative di giugno di quest’anno.
Nel frattempo il mio auspicio è che ogni movimento sovranista al cuore e ai giustissimi messaggi di libertà unisca lo studio e la proposta di soluzioni valide ed inattaccabili anche da un punto di vista tecnico ed empirico.