di Marco Doukakis pubblicato su http://lalocomotivaonline.com
La Commissione Europea ha bacchettato nuovamente l’Italia per l’eccessivo deficit pubblico, chiedendo al Governo di ristrutturare lo stesso al fine di ridurre il debito pubblico, unica soluzione per far tornare il paese verso la strada della crescita.[1]
Spesso, infatti ci viene ripetuto che l’enorme peso del debito pubblico gravi sulle spalle delle future generazioni e si sostiene persino che ogni bambino nasca con un debito di oltre 35’000 euro che, una volta diventato adulto, sarà costretto a dover ripagare.
L’obiettivo di questo articolo è proprio quello di dimostrare empiricamente che il debito pubblico non solo non risulti essere un fenomeno che comprometta la crescita, la stabilità e lo sviluppo di un paese, bensì esso rappresenti una risorsa fondamentale per uno Stato che mira a salvaguardare i diritti dei cittadini, ridurre le disuguaglianze sociali e creare prosperità.

DEBITO E DEFICIT

Partendo dai concetti fondamentali, è opportuno far luce sulla distinzione tra debito e deficit (o disavanzo). Quando uno Stato paga lo stipendio di un insegnante o compra un lettino per un ospedale, esso effettua una spesa pubblica. Nel caso in cui, in un determinato arco temporale, questa spesa superi le entrate fiscali si otterrà un deficit pubblico, nel caso contrario un surplus (o avanzo) pubblico. Quindi, se uno Stato registra un deficit pubblico, appunto una spesa pubblica maggiore delle tasse, deve sussistere necessariamente un surplus privato, nel settore composto da famiglie e imprese (come dimostrato dal grafico sottostante).
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Il debito pubblico consiste proprio nella somma di anno in anno dei vari deficit pubblici accumulati dal settore pubblico; infatti, se esiste un debito pubblico, necessariamente deve corrispondere un credito pubblico e quest’ultimo sostanzialmente rappresenta sia l’ammontare delle promesse di pagamento del Governo, sotto forma di titoli del debito pubblico (o titoli di stato), ma anche l’ammontare dei beni e servizi erogati per la collettività.
IL DEFICIT DOPO LA CRISI
Lo scoppio della massiccia bolla speculativa di debito privato dal 2007 ha generato una crisi nel settore privato, portando fallimenti a catena di imprese e facendo schizzare la disoccupazione alle stelle. Diverse furono le reazioni dei vari paesi che, specialmente quelli fuori dall’Eurozona, risposero con ampi deficit pubblici per contrastare la recessione economica.
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La risposta da parte dell’Italia e dell’Eurozona fu totalmente diversa, decidendo, in virtù del rispetto delle regole del Trattato di Maastricht, che prevedono un limite del deficit del 3% sul PIL e del debito pubblico del 60% sul PIL , nonché del Trattato Fiscal Compact e dei molteplici regolamenti comunitari, di rispondere con politiche di austerità, contrariamente alla maggioranza dei paesi del mondo, tagliando la spesa pubblica e incrementando la pressione fiscale, ritenendo che fosse il deficit, quindi il debito pubblico, il primo problema da contrastare.
Effettivamente lo scopo di queste politiche era (ed è tutt’ora) quello di portare l’Eurozona verso la “ripresa”, che sfortunatamente sembra non esserci stata.
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IL GIAPPONE COME “CASUS BELLI”

Attualmente il debito pubblico italiano ammonta a circa il 133% del PIL, il più grande in Europa dopo quello greco, che ammonta al 177% del PIL.
Dall’altra parte del globo pare che non ci si preoccupi più di tanto come nel nostro paese; questo è il caso del Giappone. Il paese del Sol Levante risulta essere ad oggi l’economia con il più alto debito pubblico al mondo, pari a circa il 230% sul PIL, accumulando di anno in anno persistenti deficit pubblici, pagando tuttavia tassi d’interesse sul debito del tutto irrisori, addirittura in territorio negativo, con una disoccupazione al 3% della forza lavoro; nonostante ciò, pur non riuscendo a uscire dalla gabbia della deflazione (checché se ne dica della spesa pubblica che generi ondate di inflazione).
Una delle critiche più frequenti, riguardo questa asimmetria tra debito e interessi, ruota attorno all’errata convinzione che l’enorme debito pubblico nipponico sia quasi interamente in mano ai cittadini giapponesi.
Questa spiegazione non risulta essere la causa, bensì la conseguenza che bassi tassi d’interesse non stimolino gli investitori internazionali ad acquistare titoli di stato nipponici, essendo la Bank of Japan, anziché il mercato, a influenzare il “costo del debito” manovrando i tassi d’interesse al ribasso (oggi volutamente stabiliti allo 0%).[2]
Detto ciò, la sostenibilità del debito pubblico giapponese non deriva dal fatto che sia detenuto dai cittadini nipponici, ad oggi smentita totalmente dai fatti, ma che esso venga garantito dalla propria banca centrale, che per di più, ne detiene oltre il 40%.
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Come il Giappone, anche gli Stati Uniti sono un paese “con zero probabilità di default”, come spiegato dall’ex capo della FED Alan Greenspan, dal premio nobel Joseph Stiglitz, nonché dall’investitore Warren Buffett. [3]
Stesso discorso vale anche per la Gran Bretagna, la Svezia, l’Australia, la Norvegia, il Canada e tutti quei paesi che hanno una banca centrale che garantisce il debito pubblico dello Stato.
Esso, è bene precisare, non risulta essere l’unico requisito; infatti è necessario che la valuta di un Paese abbia un cambio flessibile, ovvero nessun accordo valutario di cambio fisso, come fu il Gold Standard fino al 1971, il caso dell’Argentina fino al 2001 e dell’Italia stessa dal 1978 al 1992 con il Sistema Monetario Europeo, che provocò l’esplosione della spesa per interessi sul debito.

IL PRINCIPALE RUOLO DELLA BANCA CENTRALE

Storicamente le più antiche banche centrali, come la Bank of England e la Banque de France, furono create proprio per affiancare l’operato del governo e garantire il debito del sovrano. [4]
Pertanto, ancora oggi, il debito pubblico di un Paese non risulta essere un problema per la sua entità, bensì per il suo assetto istituzionale; infatti se esso viene garantito dalla propria banca centrale, il Governo può far fronte a tutti i pagamenti denominati nella stessa valuta che emette.
Tuttavia, questa situazione non è paragonabile alla realtà dell’Eurozona, essendo la Banca Centrale Europea, per statuto, non obbligata a garantire i debiti pubblici dei singoli paesi dell’Euro, lasciando quest’ultimi nelle fauci dei mercati dei capitali, non potendo nemmeno influenzare il costo di ogni singolo centesimo preso in prestito.
Infatti, già nel 1992, l’economista britannico Wynne Godley delineò profeticamente le inevitabili conseguenze della cattiva impostazione dell’Eurozona:
“Se un Governo non ha la propria Banca Centrale la
quale può creare denaro liberamente, i suoi utilizzatori
(spenditori) possono essere finanziati solo attraverso il
prestito nel libero mercato in competizione con le
imprese, e questo può risultare eccessivamente caro o
addirittura impossibile, particolarmente quando si è in
condizione di estrema emergenza; il pericolo, allora, è
che le restrizioni di bilancio alle quali i Governi sono
singolarmente impegnati faranno conoscere una
tendenza disinflazionistica che chiuderà l’Europa in
blocco in una depressione senza potere di ripresa”.
[5]
La “crisi degli spread”, che portò gli interessi sul debito pubblico dei paesi PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) alle stelle, altro non fu che il risultato di questa anomalia. Non furono nemmeno necessarie le “riforme” dei singoli governi a ridurre il costo del debito , bensì fu semplicemente l’intervento della BCE a Luglio del 2012, con la celeberrima frase di Mario Draghi “whatever it takes to preserve the Euro”, che bastò a far calmierare i mercati e ad abbassare i tassi d’interesse sul debito.
È opportuno evidenziare che la BCE sia alla fine intervenuta indirettamente, anche se in ritardo, ad alleggerire il peso dei debiti con politiche monetarie espansive, ma rimane comunque l’impossibilità di attuare politiche fiscali espansive, tramite maggiori deficit.

UN VENTENNIO DI SACRIFICI

Volendo dare uno sguardo al deficit primario, il deficit pubblico scorporato dalla spesa per interessi sul debito, l’Italia risulta essere il paese dell’Eurozona che più di tutti ha accumulato persistenti avanzi primari, comprimendo notevolmente la spesa pubblica e aumentando le tasse alle famiglie e alle imprese.
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Ogni accumulo di 1 punto percentuale di avanzo primario genera un effetto recessivo di oltre 2.8 punti percentuali in termini di PIL, come confermato dall’economista Paul De Grauwe[6], facendo aumentare il debito pubblico sul PIL più che proporzionalmente (questo meccanismo è chiamato “moltiplicatore fiscale”).
Il risultato è che le politiche di austerità sono risultate essere fallimentari persino per contenere i bilanci pubblici.
Per oltre venti anni, con il “mantra delle riforme”, sono state implementate scellerate politiche di privatizzazioni di asset pubblici, di compressione degli stipendi dei lavoratori, di tagli ai servizi essenziali della cittadinanza e di ridimensionamento dei bilanci pubblici, limitando notevolmente l’intervento pubblico nell’economia reale.
Sebbene siano state prese queste decisioni politiche, già nel 1995 il premio nobel William Vickrey spiegò l’assurdità dei sacrifici:
“I deficit sembrano rappresentare una spesa
dissoluta e peccaminosa a scapito delle
generazioni future che saranno lasciate con una
dotazione più piccola di capitale investito.
Questa fallacia sembra derivare da una falsa
analogia sull’indebitamento da parte degli
individui. La realtà attuale è quasi l’esatto
opposto. I deficit incrementano il reddito netto
disponibile degli individui. Questo potere
d’acquisto aggiuntivo, una volta speso, finisce ai
mercati per la produzione privata, inducendo i
produttori a investire in capacità aggiuntiva degli
impianti, che formeranno parte del patrimonio
reale del futuro. Questo va aggiunto a qualsiasi
pubblico investimento effettuato in
infrastrutture, istruzione, ricerca, e simili”. [7]
Infine la presunta convinzione che lo Stato si debba comportare come un’azienda (o come un buon padre di famiglia) e la continua retorica dell’irresponsabilità cadono in contraddizione con il fatto che il mancato investimento di oggi da parte del settore pubblico, lascia una minore dotazione di ricchezza reale alle future generazioni un domani.


[1]http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-02-22/la-commissione-ue-conferma-debito-entro-aprile-l-italia-deve-adottare-soluzioni-credibili-115554.shtml?uuid=AENQC9a
[2] https://www.ft.com/content/9c119e4a-fdab-11e6-8d8e-a5e3738f9ae4
[3] https://www.youtube.com/watch?v=HYXASbjErx0
[4] http://www.bankofengland.co.uk/about/Pages/history/default.aspx
[5] Wynne Godley, Cambridge University, 1992
[6] http://www.tpi.it/mondo/grecia/euro-pro-contro-intervista-de-grauwe
[7] William Vickrey (premio Nobel 1996), in Fifteen Fatal Fallacies of Financial Fundamentalism, 1996

Da SienaNews di Maria Luisa Visone
 
A 60 anni di vita dell’atto di nascita dei Trattati di Roma, che il 25 marzo 1957 siglavano la determinazione a costruire un mercato comune in Europa e un’unione sempre più stretta tra i popoli europei, molte contraddizioni emergono oggi. Contraddizioni che si esprimono in numeri economici, sui quali diverse possono essere le interpretazioni.
Il settore bancario è l’emblema dello stato di salute dell’UE, rispondendo a quel passaggio, non ancora concluso, di realizzare l’Unione bancaria, resasi necessaria, a seguito della crisi finanziaria che ancora persiste. Mentre è sempre in discussione l’EDIS (sistema europeo di garanzia dei depositi), meccanismo prudenziale il cui obiettivo è affiancarsi ai sistemi nazionali per restituire un livello più elevato di tutele patrimoniali in caso di dissesto degli enti creditizi, il dibattito si sposta sul tema dell’integrazione.
Cito l’EDIS, per la finalità a tendere, che è quella di coprire l’intero ammontare dei bisogni di liquidità e delle perdite sopportate dagli schemi nazionali, in caso di risoluzione delle banche. In sostanza, si mettono in comune le risorse in maniera preventiva per darne beneficio, in caso di necessità, al singolo. Il meccanismo vale per coloro che fanno parte dell’Unione bancaria, proprio perché l’obiettivo è ridurre l’asimmetria tra gli schemi nazionali e lo schema comunitario. Integrarli, quindi.
Ma se di asimmetria trattasi, prende sempre più forza l’opinione che l’applicazione degli stress test per le banche europee, abbia visto parametri non uniformi nel tempo. Già ad ottobre dell’anno scorso il Financial Times evidenziava differenze di applicazione nei criteri, a favore di uno degli istituti tedeschi più importanti. A Siena, le indicazioni perentorie della Bce di liberarsi in tempi brevi degli NPL, non hanno condotto certo all’esito di creare migliori condizioni per affrontare il pericolo di probabili scenari avversi.
Dai numeri, tuttavia, possiamo apprendere.
Gli ultimi dati ci raccontano di un aumento delle passività di bilancio detenute dalla Bundesbank del +487% da gennaio dell’anno scorso a febbraio di quest’anno, a testimonianza della percezione di solidità del sistema bancario che caratterizza i depositi. Nella classifica del maggior ammontare di depositi esteri, alla Germania, seguono Francia e Olanda.
In Gran Bretagna si è appena registrato il livello più basso, dal 1975, di coloro che sono in cerca di lavoro e chiedono sussidi da parte dello Stato, smentendo, per ora, le previsioni pessimistiche collegate alla Brexit.
La Spagna, nel 2016, con un deficit di circa il 4,6% (ben al di sopra del 3%) ha registrato una crescita del PIL quasi doppia rispetto alla media europea. In sintesi, il deficit ha favorito la sua ripresa economica.
Se avanza la percezione che aver ceduto sovranità a Bruxelles non è bastato per creare vera integrazione, dipende dalle differenze che esistono, di fatto, nei diversi Paesi.
Le due velocità e l’ulteriore cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali, annunciate come soluzione per raggiungere lo stesso obiettivo in tempi diversi, francamente, non mi convincono.

Durante l’assemblea straordinaria del 14 gennaio 2017 l’associazione ME MMT ITALIA ha deliberato all’unanimità:
1) La nuova denominazione ufficiale MMT ITALIA;
2) L’art. 2 Principi e finalità di seguito integralmente riportato.

Articolo 2
Principi e finalità

2.1. L’associazione non ha scopo di lucro e nasce al fine di svolgere attività di utilità sociale a favore di associati o di terzi, nel pieno rispetto delle libertà e dignità degli associati, secondo principi di democrazia, uguaglianza ed equità.

Scopo dell’associazione è coordinare e supportare le singole associazioni aderenti ed eventuali altre associazioni che condividano i medesimi obiettivi.
I punti fondamentali che caratterizzano l’attività dell’associazione sono i seguenti:
1. Lo studio, la promozione e la diffusione dei contenuti della scuola economica denominata Modern Money Theory (in seguito MMT), così come elaborata e sviluppata dall’economista Warren Bruce Mosler e da altri economisti MMT riconosciuti come tali a livello internazionale.
2. A tal fine l’associazione si rifà alla radicalità ed alla piena applicazione del messaggio emerso nel corso dei meeting tenuti a Rimini nel 2012 in seguito ai quali è iniziato il processo di divulgazione sul territorio nazionale della MMT con il contributo degli economisti Warren Mosler, Mathew Forstater, Alain Parguez e del giornalista Paolo Barnard.
3. L’associazione crede che solo l’applicazione di politiche di piena occupazione, stabilità dei prezzi, piena realizzazione dello stato sociale, nel rispetto della democrazia e della libertà dei popoli, possano contribuire allo sviluppo armonioso dell’umanità verso forme di convivenza pacifica, costruttiva e solidale, al fine anche di progredire verso un futuro sostenibile, possibile solo con la revisione dell’attuale modello capitalista che a sua volta è possibile solo riconoscendo il ruolo dello Stato a moneta sovrana, che per definizione non ha la necessità di perseguire le logiche di profitto dell’ideologia economica neoclassica e neoliberista.
4. L’associazione promuove la piena applicazione dei principi fondamentali della Costituzione Italiana del 1948 e difende il pieno diritto del popolo italiano all’autodeterminazione e al benessere economico e sociale.
5. L’associazione promuove la realizzazione di studi e documentazione di supporto, incontri, seminari, manifestazioni, prodotti editoriali e multimediali e ogni altra attività che abbia lo scopo di diffondere ed applicare la MMT, nel rispetto delle disposizioni del presente statuto.


Prima parte.
Di Giulio Betti.
NESSUNA SOLUZIONE DENTRO EURO E UNIONE EUROPEA
 
“Ma perchè uscire dall’euro? Non potremmo semplicemente allentare il deficit e sforare il 3%?”
Spesso sentiamo domande come queste, provenienti in molti casi da persone disinformate, o peggio ancora da persone informate ma paurose di prendere posizioni che potrebbero essere giudicate estremiste. Quella di sforare il limite del 3% del rapporto deficit/pil (portato in realtà allo 0,5% dal trattato Fiscal Compact) è una soluzione ridicola, addirittura difficilmente classificabile come “soluzione”. Prima di tutto questa ipotesi manterrebbe in vita l’Euro, moneta straniera della quale le nazioni ex-sovrane dovrebbero continuare ad approvvigionarsi ricorrendo alle grandi istituzioni finanziarie private, in quanto il monopolio dell’emissione rimarrebbe saldamente nelle mani di un’entità terza, ovvero la Banca Centrale Europea. Tutto ciò in barba ai principi fondamentali della nostra carta Costituzionale, i quali non prevedono che funzioni fondamentali come l’emissione monetaria siano affidate ad istituzioni diverse da quelle della Repubblica e non soggette ad un controllo di legittimità democratica, come avviene per la Bce. Infatti la Bce ha come caratteristica fondamentale l’indipendenza nello svolgimento delle sue funzioni, ovvero non è possibile influenzare direttamente la sua attività tramite richieste, raccomandazioni o sollecitazioni provenienti da organi esterni. Tutto ciò è profondamente antidemocratico e irrispettoso della volontà, legittima, di ciascun popolo, di voler determinare quali politiche attuare nei propri territori.
La Bce e la Commissione Europea non hanno nessun interesse a concedere allentamenti del deficit a nazioni come l’Italia, se non a seguito di pesanti riforme dei salari e del mondo del lavoro, tipo quello che è successo in Spagna. L’obiettivo di Bce e Commissione Europea non è la ripresa economica, una ripresa economica che determini un aumento successivo dei salari e condizioni di vita migliori delle popolazioni. Tutto ciò che conta è evitare spinte inflattive, che poi il vostro lavoro e il vostro reddito siano distrutti, per loro non conta! Non vedete che fine hanno fatto i capi di governo che in questi anni volevano far “cambiare verso” all’Europa? Questo dovrebbe ormai essere chiaro da un pezzo, ma evidentemente ancora non lo è.
Ma anche ammesso che ci concedessero per miracolo un allentamento del deficit, la famosa flessibilità sui conti pubblici, cosa succederebbe nei paesi del sud Europa? Restando nell’euro, moneta straniera, valutata secondo autorevoli studi troppo forte per i paesi del sud Europa e troppo debole per quelli del nord, accadrebbe che il denaro rimasto in circolo grazie al maggior deficit verrebbe speso in beni e servizi provenienti dai paesi del nord Europa, resi convenienti per i cittadini del sud rispetto ai beni e servizi nazionali proprio dalle dinamiche della moneta unica. Esattamente ciò che è successo dall’introduzione dell’Euro fino allo scoppio della crisi del 2008: grazie all’uso di una moneta più forte rispetto a peso, dracma o lira è diventato più conveniente comprare auto, elettrodomestici e persino prodotti alimentari esteri! Anche andare a fare le vacanze all’estero è diventato più conveniente, rispetto a farle in Sardegna, ad esempio. Quindi un maggior deficit senza moneta nazionale, all’interno di un sistema di cambi fissi, acuirebbe solamente gli squilibri che già sono presenti in Eurozona. Lo stato ex-sovrano non potrebbe comunque fare politiche di sostegno ai salari, pena un incremento esponenziale delle importazioni, che non costituirebbe neanche un problema con valuta nazionale in tasso di cambio flessibile, ma con la moneta estera Euro sì.
E se qualche anno dopo che la Bce ci ha concesso miracolosamente l’aumento del deficit, ci ripensano? Mi immagino già la scena “Ok avete fatto deficit per 2-3 anni, adesso tornare a fare pareggio di bilancio”. Saremmo di nuovo punto e a capo. Di nuovo a cercare improbabili soluzioni.
Lasciamo poi stare proposte come quelle di Quantitative Easing for People o fantascientifiche allocazioni di risorse finanziarie per creare posti di lavoro da parte della Bce, perché queste proposte presuppongono un’errata comprensione del mandato e dello svolgimento delle funzioni della Bce stessa, come sopra analizzato. Queste sono tutte proposte placebo. Sono perdite di tempo e gimcane assurde, mentre in Europa i popoli ex-sovrani sono decimati, affamati e senza futuro a causa dei trattati europei. E noi dovremmo andare ad elemosinare qualche spicciolo alle stesse istituzioni che ci hanno distrutto lavoro, salario e vita? Andare a contrattare “migliori condizioni da prigionieri”? No signori, non è questa la strada. Dobbiamo riprenderci la libertà, la nostra sovranità. Per i governi, nelle crisi con i gruppi terroristici, regna una regola aurea: “Non si tratta con i terroristi”. Ebbene, allo stesso modo io dico “non si tratta con chi vuole vederti crepare, non si tratta con la Bce e la Commissione Europea”. L’Ue maciulla i nostri diritti, la nostra dignità come popoli delle nazioni europee. Proporre soluzioni che mantengono in vita le istituzioni Ue è antidemocratico. Lascio volentieri ai moderati queste non-soluzioni, io ripeto a gran voce “USCIRE DALL’EURO E DALL’UNIONE EUROPEA ORA“.
Seconda parte.
Di Marco Cavedon.
Perché “trattare” con L’Europa per risolvere il problema dell’attuale architettura dell’euro è sbagliato.
1) Manca totalmente in questa visione il concetto di quello che la UE è veramente, di come è stata creata e portata avanti e cioè nel disprezzo di diritti umani fondamentali quali l’autodeterminazione dei popoli e il concetto stesso di democrazia.
L’Europa non è un qualcosa nato dal basso, ma imposto dall’alto attraverso un metodo che potremmo definire “dittatura illuminata“, come ammesso nelle loro intenzioni dai principali artefici di questo progetto quali Kalergi, Monnet, Spinelli e da tecnocrati moderni quali Tommaso Padoa Schioppa.
2) Ma non potremmo lanciare un ultimatum all’UE di pochi mesi per aumentare il limite di spesa a deficit?
Stiamo parlando di trattare con una istituzione fondata sul neoliberismo, in completa antitesi con i principi fondamentali della Costituzione Italiana. Legittimare ulteriori trattative (per quanto in extremis) significa di fatto legittimare tutti quei movimenti politici che si definiscono europeisti ma che in qualche modo (nemmeno loro dicono bene come) vogliono cambiare questa Europa e alzano la voce per farlo credere senza poi essere disposti veramente ad uscirne nel caso il risultato non sia conseguito. Nel corso delle trattative si mette sempre su un piatto qualcosa mentre dall’altra parte si mette qualcos’altro e il risultato finale non è garantito. Nello specifico, cambiare le regole di spesa a deficit non comporta una semplice “collaborazione” con gli altri paesi UE per attuare diverse politiche, quanto la riscrittura dei trattati fondanti di questa Unione nonché il dover spiegare politicamente alla cittadinanza tutta il perché finora si è considerato il debito pubblico un problema, quando in verità è divenuto tale solo grazie a questi stessi trattati – politicamente improponibile. Inoltre continuare a legittimare le forze politiche che (a parole) dicono di voler riformare l’UE significa con ogni probabilità perdere ulteriore tempo, in quanto questi movimenti parlano più per convenienza politica che per reale voglia di risolvere i problemi; basta guardare a come è stato salutato il “piano Junker” per gli investimenti o la stessa Banking Union, che in realtà ha creato problemi al posto di risolverli.
3) L’aspetto morale e politico.
Una Unione Europea nata su questi presupposti e portata avanti in questo modo, al di là della questione “riformabilità” moralmente non merita di sopravvivere. Continuare a legittimare un’istituzione nata dal neoliberismo mascherato di “pace e solidarietà” significa criminalizzare con un fare oscurantista il diritto dei popoli a vivere liberi e a determinare le politiche economiche più adatte alla propria situazione specifica. Inoltre, sul piatto delle trattative di cui sopra ci potranno essere chieste ulteriori cessioni di sovranità alle quali la nostra classe politica difficilmente saprà opporsi, in quanto, come noto, più le istituzioni sono centralizzate e lontane dalle singole comunità e nazioni, più essa si sente al riparo dal processo elettorale (e anche qui le citazioni si sprecano). E se in settant’anni le istituzioni europee non hanno dimostrato di voler risolvere i problemi (anzi li hanno creati), figuriamoci se lo potranno fare dopo che avremo dato loro ancora più potere. Il ministro delle finanze tedesco Schauble già ha chiesto la completa cessione di sovranità fiscale a livello centrale (dipinta da molte forze politiche italiane in modo trasversale come una soluzione di per sé al problema), ma non certo per applicare spesa in deficit o comunque aiutare le varie economie europee in modo equo.
4) E ma se si vuole tornare subito ad una valuta nazionale allora si è brutti, cattivi, fascisti ed isolazionisti.
Il difendere la sovranità del proprio popolo è un diritto umano fondamentale che non implica affatto il non voler collaborare o vivere in pace con gli altri. Ad esempio il movimento sovranista italiano di Salvini e Meloni propone una trattativa con gli altri paesi UE per tornare ciascuno alle proprie valute nel modo più indolore possibile. Quindi non è vero che per collaborare con gli altri bisogna per forza cedere sovranità e avere una moneta unica, questa è un’emerita sciocchezza. La nostra Costituzione inoltre parla di limitazioni di sovranità e mai di cessioni, ma in condizioni di parità con gli altri stati, per fini di pace e sempre nel rispetto di regole internazionali generalmente accettate (il che esclude le regole UE che si applicano alla sola Europa e non in modo uniforme): ne consegue che l’attuale adesione ai trattati UE da parte dell’Italia è del tutto illegittima e incostituzionale.
5) Anche da parte di chi vuole costruire veramente un’Europa superstato federale, si permane comunque nell’errore di voler partire dal tetto, non dalle basi mediante condivisione di valori di fondo, mentalità, modello economico, stile di vita, simboli, cultura e tradizioni e se nella Costituzione Europea bocciata nel 2005 non si è voluto nemmeno inserire il riferimento alle nostre radici cristiane, mi pare che al momento non ci siamo proprio. Questo percorso dovrebbe comunque essere seguito senza fanatismi e nel rispetto comunque delle diversità e delle libertà delle nazioni, perché la pluralità di culture e modelli è una ricchezza e la loro applicazione e confronto in diversi contesti può essere d’aiuto a tutti al fine di rendersi conto dei propri limiti e prendere esempio dagli errori e dalle virtù propri e altrui. In nessun “Vangelo” sta scritto che l’Europa deve diventare per forza un’unica nazione.
Motivo per cui, sono orgogliosamente anti euro ed UE ma non anti europeo e isolazionista !

Realizzato dopo cinque anni di ricerche e due di riprese, Piigs è un’immersione senza precedenti e senza censure nei dogmi dell’austerity e afferma con la voce di prestigiosi economisti, intellettuali ed esperti internazionali quanto l’origine della crisi dei debiti europei non risieda nell’inadeguatezza delle popolazioni dei Paesi in crisi ma nelle fondamenta stesse dell’Euro.

Prodotto da Studio Zabalik, narrato da Claudio Santamaria e con una canzone del gruppo “Lo Stato Sociale”, il film è un viaggio affascinante e rivoluzionario nel cuore della tragica crisi economica europea. Dal 30 marzo al cinema.

Il documentario racconta anche le dirette conseguenze dell’austerity a Roma, concentrandosi sulla storia ‘esemplare’ della sopravvivenza della Cooperativa sociale “Il Pungiglione” che assiste disabili e persone svantaggiate a Monterotondo. Pur avendo un credito di un milione di euro dal comune e dalla regione, rischia di chiudere per sempre: 100 dipendenti perderanno il lavoro e 150 disabili rimarranno senza assistenza.

di Maria Luisa Visone, Fonte: http://www.sienanews.it/economia/le-diverse-velocita-delleuropa/
Non tutti i 28 Paesi aderenti all’Ue hanno adottato l’euro come moneta unica; 19 utilizzano ancora la loro valuta pur facendo parte dell’Unione. A differenza di quelli dell’Eurozona, non hanno scelto il tasso di cambio fisso. Avere un tasso di cambio fisso o variabile definisce gli obiettivi di politica monetaria; nel primo caso, le autorità predisposte devono impegnarsi per prevenire eccessi di moneta in circolazione. Affermazione che trova riscontro nel principale obiettivo dichiarato dalla BCE, responsabile della politica monetaria dell’UE: mantenere la stabilità dei prezzi.
Anche se l’Unione Monetaria è prova tangibile dell’integrazione avviata dal Trattato di Maastricht per migliorare l’economia, alcuni Paesi aderenti sono alle prese giornaliere tra alti dati di disoccupazione, bassa crescita del PIL e sistema bancario da risanare. Sintomi di una crisi reale che fa i conti con quella finanziaria. Proprio in risposta a quest’ultima, si creò nel marzo 2013 il primo pilastro dell’Unione Bancaria: il Meccanismo di Vigilanza Unico, destinato alle banche più significative, che, insieme al Meccanismo di Risoluzione Unico dell’anno successivo, trovano nella BCE l’autorità principe per la vigilanza e per la gestione della crisi del sistema bancario europeo.
Al controllo di salute oggi, però, non sono chiamati solo gli Stati con i debiti pubblici e le banche con gli stress test, ma proprio l’Europa, con la sua Unione Economica e Monetaria che rischia di disintegrarsi.  Brexit, politica economica americana inattesa, ma soprattutto le marcate differenze tra i paesi all’interno, mostrano che il processo di unione è ancora incompleto e che i problemi dei singoli non sono affatto una responsabilità collettiva da voler condividere.
Il rischio politico di uscita dall’Eurozona si rafforzerà se verrà dimostrato che non equivale a una catastrofe planetaria. Illustri esponenti del Front National francese, propongono di sganciarsi, ridenominando il debito pubblico di diritto nazionale in franchi (al cambio di un franco per un euro) e lasciando quello di diritto internazionale (pari a circa il 20%), in euro.
In contrapposizione all’ipotesi francese ci sarebbe un’altra possibilità. Il Paese rinuncia all’euro e adotta una nuova valuta nazionale, decidendo, al contempo, di: ricevere le tasse solo in nuova moneta; lasciare il debito pubblico in euro e garantire totalmente i depositi in nuova valuta. Tale meccanismo consente di creare richiesta di nuova valuta, in modo da difenderne il valore, dato che, inizialmente, ne circolerà in quantità limitata. In un regime di cambi fluttuanti, il valore della valuta segue il gioco della domanda e dell’offerta; se, opportunamente governato, senza allarmismi e forzature e, con l’intervento della Banca Centrale Nazionale a sostegno, è economicamente fattibile come processo graduale di passaggio (fonte Modern Money Theory).
Di fatto le diverse velocità dell’Europa già esistono. Mentre la Germania registra nel 2016 il terzo anno da record consecutivo per l’export, la Grecia negozia con Bruxelles per la quadra sull’avanzo primario, con alla porta la minaccia dello spread.
Così tra elezioni in arrivo e rischio di anticiparne altre, l’indice Sentix Euro Break-up, segna una probabilità di rottura dell’euro di 21,3 punti percentuali. Dato ancora lontano dai 70 punti del 2012, quando Draghi intervenne in difesa dell’euro con il famoso whatever it takes.
Ma le impennate sui mercati difficilmente camminano con gli ottimisti.

di Pier Paolo Flammini, pubblicato su La Voce di Romagna
In una scuola ci sono 98 bicchieri d’acqua per 100 bimbi. Durante la ricreazione tutti si recano alla mensa per bere, ma in due restano senza acqua. “Dovete essere più veloci degli altri, così berrete anche voi” li sgrida la maestra. I due bimbi si allenano, corrono, si esercitano: e il giorno dopo riescono a bere. Tuttavia ne restano altri due che rimangono a loro volta senza acqua, e la maestra li sgrida. Così anche loro si allenano. E il giorno dopo bevono; eppure altri due bambini restano senza bicchiere.
La maestra e il preside, assieme ai genitori che protestano, si interrogano e arrivano ad una soluzione: “I bimbi devono essere bravi ed allenati. Se tutti si alleneranno, avranno da bere: è impossibile che i bambini allenati non raccolgano quanto meritino”.
Tutti gli alunni diventano bravissimi nella corsa. Eppure ce ne sono sempre due che non riescono a bere. Così cresce l’aggressività nel momento della ricreazione, con spinte, calci, sgambetti, minacce. Il preside è interdetto: tutti si applicano al massimo persino disobbedendo alla legge, ma resta sempre qualche alunno insoddisfatto.
Basterebbe aprire il rubinetto e riempire altri due bicchieri d’acqua, ma le regole del Provveditorato lo vietano. Nessuno sa perché: pensano tutti che se così si è deciso, così è giusto.
Questa piccola storia è una metafora del funzionamento del sistema capitalistico liberista: gli alunni sono i lavoratori e i piccoli imprenditori ai quali si richiede di migliorare (riforme strutturali), i due bimbi senza bicchiere sono i disoccupati, la maestra è lo Stato italiano, il Preside la Commissione Europea, il Provveditorato la Bce.
Sarebbe sufficiente ampliare un po’ la base monetaria (l’acqua, la liquidità) per non avere più disoccupati, ovvero bambini senza bicchieri d’acqua. Si costruirebbe una scuola più solidale e armoniosa e meno aggressiva.

Fonte: http://www.perugiaonline.net/societa/lavoro-transitorio-garantito-la-proposta-di-warren-mosler-40311/#
Autore: Alessandro Catanzaro
“Sono stato a Pompei qualche anno fa e la guida turistica mostrò al nostro gruppo un’antica moneta. Ci disse che lo Stato romano raccoglieva le monete con le tasse e grazie a queste pagava i servizi ai cittadini. Al che io obiettai che succedeva l’esatto contrario: lo Stato prima pagava i servizi e poi tassava. La guida non era convinta. Allora chiesi chi fosse a coniare le monete. La guida mi rispose che era lo Stato, e subito se ne andò via”
L’incontro Comincia con un aneddoto l’esposizione di Warren Mosler, l’economista statunitense fondatore della Mosler Economics-Modern Money Theory, invitato ieri (sabato 25 febbraio) alla Sala dei Notari dal Movimento 5 Stelle. È stata l’occasione per parlare del report sulle politiche di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale che verrà presentato la prossima settimana in Commissione Occupazione e Affari Sociali al Parlamento Europeo. Tale report è stato commissionato dal M5s Europa, tramite il gruppo Efdd, alla Fef Academy, che gravita sempre nell’orbita Me-Mmt. Durante l’incontro, Mosler ha avuto poi modo di far conoscere al pubblico la sua teoria economica, soffermandosi in particolare sui piani di lavoro transitorio garantito. Accanto a lui sedevano il suo collaboratore italiano Daniele Della Bona (che ha contribuito alla stesura del report insieme a Giacomo Bracci), la europarlamentare umbra del M5s Laura Agea, la deputata Tiziana Ciprini e la consigliera comunale Cristina Rosetti. Abbiamo avuto modo di parlare con i primi tre delle questioni oggetto del dibattito e non solo.
Intervista a Warren Mosler
Qual è la differenza tra la Sua idea e la nozione di reddito minimo garantito?
Quest’ultimo, nella sua formulazione di base, è slegato dal lavoro. Se le persone non lavorano, non producono: il rischio in questo modo è di causare iperinflazione, perché la ricchezza creata non corrisponde ad un aumento dei beni e servizi disponibili.
I piani di lavoro transitorio garantito come funzionerebbero invece?
In un momento di forte disoccupazione come quello attuale, il settore privato non riesce ad assorbire tutta la forza lavoro disponibile. Ecco perché creare dei piani pubblici, finanziati con risorse provenienti dalla banca centrale, che diano un lavoro temporaneo ai disoccupati, garantendo loro un salario minimo. Questo per consentire alle persone di recuperare potere d’acquisto e all’economia di ripartire. Create queste condizioni, avverrà poi la graduale transizione di questi lavoratori dal settore pubblico a quello privato. Per permettere tutto ciò c’è però bisogno di spesa a deficit.
Ritiene che una misura del genere sia applicabile nell’Europa attuale, estremamente attenta alla tenuta dei conti?
Questo programma non andrebbe contro i valori fondanti dell’Unione Europea. Il principale compito che ha la Banca Centrale Europea è quello di mantenere la stabilità dei prezzi e la mia proposta va proprio in questo senso, dato che combatte tanto l’inflazione quanto la deflazione. Semmai, il problema è di ordine politico.
Intervista a Daniele Della Bona
La Me-Mmt, nata negli Stati Uniti, ha avuto una grande diffusione in Italia. C’è qualche ragione particolare?
Tutto è dovuto all’impegno, qualche anno fa, di un giornalista, Paolo Barnard, e insieme a lui di alcuni attivisti. Da lì si sono creati dei gruppi di promozione e quindi delle associazioni. Queste idee hanno attecchito insomma, anche se Barnard ormai si è distaccato dai gruppi. Ma gli scritti di Mosler stanno via via venendo tradotti in varie lingue (l’ultima in ordine di tempo è il danese), segno che l’interesse è diffuso.
Ci sono altre forze politiche con cui state dialogando, oltre che col M5s?
In Italia non siamo mai andati oltre gli abboccamenti con singoli esponenti di vari partiti, nulla che si sia poi concretizzato. Invece, si è appena aperto un discorso in Spagna con Izquierda Unida: ci hanno fatto un endorsement pubblico e hanno invitato Warren a parlare nel paese iberico.
Intervista a Laura Agea
Mosler parla di piani di lavoro transitorio, che è cosa diversa dal reddito di cittadinanza. Voi puntate sempre su quest’ultimo?
Sì, ma siamo pronti a valutare ogni proposta che punti a redistribuire la ricchezza. Un quarto della popolazione europea è sotto la soglia di povertà: questa cosa non è tollerabile. Ecco perché abbiamo preso contatti con diversi esperti che condividono con noi una visione di un certo tipo, incluso Mosler. Faremo un approfondimento sui piani di lavoro transitorio garantito: è il metodo a 5 stelle. E questo metodo ci servirà qualora dovessimo arrivare al governo, cosa che ci auguriamo.
 Se ciò dovesse accadere, lancereste l’annunciato referendum consultivo sull’euro?
Sì, ma anche qui non parliamo solo di euro, ma di politiche economiche. Quelle fin qui dominanti, impostate sulla stabilità non danno ossigeno al Paese: sono loro a creare le difficoltà, prima ancora che l’euro. Inoltre, c’è una concorrenza sleale all’interno della Ue, con gli Stati che si danneggiano vicendevolmente. A ciò dobbiamo aggiungere le pressioni esterne che subiamo, come avvenuto con l’approvazione del Ceta o nel dibattito sulla concessione dello status di economia di mercato alla Cina. Qui, è il paradigma a dover cambiare.

Si svolgerà martedì 7 marzo il secondo appuntamento con la MMT a Pinerolo, dove Sergio Ferrero, referente economico per il Piemonte, relazionerà sul tema “Il deficit non è il problema ma la soluzione“.
L’incontro si svolgerà nella sala Pacem in Terris del Museo Diocesano, in via del Pino 49 a Pinerolo, in provincia di Torino. Ingresso libero. Informazioni: piemonte@memmt.info.
Qui l’evento Facebook.
 

Coloro che hanno veramente inventato la teoria del valore-lavoro e forse anche la MMT sono due geni: l’economista Muhammad Ibn Kaldhoun, che scrive nel 1350 la seguente frase: “L’unico ruolo del buono sovrano non è quello di emettere imposte ma di spendere”, e quindi che la moneta si fonda sulla creazione di valore-lavoro produttivo; e l’altro è Isaac Newton, che nel libro “Principia mathematica” scrive che in natura esistono la legge della gravità e quella del circuito, secondo cui lo Stato esiste solo nella misura in cui è sovrano nella creazione monetaria. Per Newton, inoltre, la ragion d’essere della moneta è creare ricchezza per il lavoro.
Ora riprendiamo il filo della tragica storia di stamattina, con la figura di Jacques Attali.
Il progetto di Unione Monetaria è opera di Jacques Attali, primo ministro effettivo di Mitterrand, grazie al quale quest’ultimo venne eletto. In occasione della prima elezione di Mitterrand, questo venne eletto grazie all’appoggio di multinazionali e banche americane.
Attali, attraverso Perroux, era un fanatico seguace di Hayek e credeva che attraverso la creazione dell’Unione Monetaria si potesse creare un sistema che non più dipendente dal controllo delle folle: “La folla ignorante assetata di consumi deve imparare la virtù della redenzione e della sofferenza; il popolo deve imparare ad avviarsi sulla via del sacrificio senza consumare”. Mai la classe dirigente francese aveva accettato il fordismo ed i consumi di massa.
Kalecki iniziò uno studio proseguito da alcuni dei suoi assistenti, il quale dimostra che all’inizio dell’epoca Mitterrand il potere d’acquisto delle masse era inferiore a quello del 1938. Attali credeva che la Francia avrebbe potuto dominare l’Europa, e l’Europa il mondo, per fondare una società nuova basata sull’austerità. “Solo la magia e la stregoneria avrebbero potuto creare un uomo nuovo”.
Il concetto di “ordine supremo” è noto ad Attali per mezzo di Hayek. Autore di una Teoria Generale del Diritto e della Costituzione, in essa afferma che il suo ideale è creare un ordine supremo (pag. 214, volume I), un concetto che non si può dimostrare ma a cui bisogna credere, così come il mercato, che scompare ogni volta che si provi a dimostrarne l’esistenza. Affinché il mercato continui ad esistere, c’è bisogno di un ordine trascendentale che sopprima ogni libertà (volume III). Per Hayek la libertà è essere costretto a fare ciò che si deve, non fare ciò che si vuole.
Hayek, ormai molto vecchio, fu invitato a Parigi nel 1978, parlava a malapena inglese ma tutta Parigi era completamente ai suoi piedi: se volete sapere qual è la visione del futuro, disse in occasione di quella conferenza, è quella dell’impero austriaco basato su autorità ed obbedienza sull’Imperatore con diritto divino.
A questo punto, è necessario porsi due domande.
1)      Perchè la classe dirigente francese ha avuto bisogno di quella politica italiana?
2)      Perchè essa ha ottenuto il supporto della classe politica italiana?
Qui entra in gioco Jacques Delors, amico intimo della DC e del Vaticano. Nell’ottobre 1987 crea il think tank Notre Europe, che nella prima pubblicazione con un’introduzione di 20 pagine cita molti politici italiani (Monti, Prodi, D’Alema, Draghi).
Risposte alle domande.
1)      A giudicare dalla prefazione di Delors, si evince che la Francia e la classe dirigente volevano dominare l’Europa, vincendo i nemici USA e Germania. In primo luogo, la Germania non poteva sopravvivere ad una politica di deflazione basata sulla deflazione a lungo termine: fino all’inizio dei ’90 la Germania ha promosso politiche molto più keynesiane di quelle francesi: il deficit tedesco era più elevato di quello francese. In secondo luogo, la Francia non aveva bisogno di domanda effettiva nel mercato interno, poiché c’erano già molte infrastrutture come centrali nucleari sovvenzionate dallo Stato.
2)      Per Delors l’Italia doveva essere ammodernata, bisognava sopprimere ogni traccia della vecchia cultura della corruzione democristiana, in una sorta di propensione al futurismo dannunziano. Per Delors bisognava sopprimere il governo centrale, affrancarsi dell’inutile Sud, liberarsi dei sindacati e del welfare. Grazie all’integrazione Francia-Italia sarebbe stato possibile governare l’Europa. Di questo ho parlato con Marcello Messori.
Il vero artefice dello strapotere della Commissione è però Jacques Delors, che lasciò il governo francese per divenirne presidente. Delors avrebbe poi imposto il suo successore Romano Prodi, attraverso cui la Commissione diventa una sorta di condominio franco-italiano, ossessionato dall’ammodernamento e la lotta contro la corruzione. Molti economisti di sinistra italiani sono caduti nella trappola dell’arretratezza causata dalla mafia, sollevata dai tecnocrati (nessuno parlava invece del Vaticano).
Tutta questa mitologia venne sviluppata da Delors in Notre Europe, che esiste ancora, ed è un think tank che ha molti mezzi finanziari: l’idea era quella di giungere a creare una società più moderna. e Delors è un personaggio enigmatico, Ministro delle Finanze sotto Mitterrand, e nonostante i suoi 83 anni ritorna al potere oggi grazie ad Hollande. Inizialmente Delors aveva lavorato con un gruppo lobbistico influente ed estremamente reazionario, Previsions pour le Future presieduto da Bertrand de Jouvenel: si tratta di un think tank che era stato fortemente nazista nella WWII.
Forse avrete sentito parlare di Martine Aubry, figlia di Delors che avrà un’influenza determinante sul futuro governo francese.
A che punto siamo giunti con l’UE e i trattati?
Rasentiamo la follia, vi spiego.
Un nuovo trattato è stato firmato da Merkel e Sarkozy, approvato dalla maggior parte dei Parlamenti europei (Francia, Spagna, Grecia), in base a cui ogni politica di bilancio nazionale deve essere approvata dalla Commissione Europea: si realizza il sogno di Perroux del 1943.
Perchè siamo giunti a questo punto? Siamo entrati in un’era che né Marx né Minsky avrebbero immaginato: i soli governi europei che contano sono quello francese e quello tedesco, poiché nessuna decisione sarà mai adottata se non previamente condivisa ed adottata da questi.
Dalla relazione di Alain Parguez – Seminario Milano maggio 2012: