Fonte: http://ilpaese.news/2016/10/20/modifica-della-costituzione-chi-rafforza-chi-indebolisce-un-punto-di-vista-prettamente-economico/

La modifica della Costituzione viene effettuata all’interno di una logica “riformista”. Si tratta di un adeguamento necessario a non prolungare oltre lo scollamento tra la forma del nostro ordinamento e le esigenze nate dall’adesione dell’Italia all’Unione Europea. Logica ben diversa da quella “progressista” su cui è stata scritta e fondata la Costituzione originaria. Progressista in quanto paradigma totalmente innovativo rispetto all’esistente e perché promuoveva un avanzamento di tutta la società in termini economici, sociali, politici e culturali. Guardiamoci intorno, siamo lontanissimi dal progresso del secolo scorso.

Le scelte di politica economica degli ultimi anni hanno portato ad un regresso reale e misurabile. Un recente rapporto della McKinsey dimostra come dal decennio scorso sia avvenuto un crollo di reddito in tutto il mondo occidentale (25 paesi) in percentuali altissime della popolazione dal 65% al 70%, quasi 580 milioni di persone. L’Italia è al primo posto in questa classifica negativa con il 97% della popolazione più povera di prima. (1)

Cosa è successo? Il mondo occidentale si è piegato ad una politica economica basata sul mercato, di cui l’Unione Europea è la massima espressione nel nostro continente.

I Trattati Europei stabiliscono le materie per cui, rispetto agli Stati membri, la UE ha competenze esclusive, concorrenti e sussidiarie. I regolamenti entrano nel sistema legale nazionale con effetto diretto, le direttive concedono una certa discrezionalità sul modo di essere applicate. Tuttavia, queste ultime, con il nuovo articolo 55, verranno deliberate con un Senato di “nominati”, verosimilmente molto influenzabile e poco attento, essendo impossibile per Senatori che sono anche amministratori locali avere il tempo di adempiere a questo compito con la diligenza necessaria.

Inoltre, che la politica fiscale resti ai singoli governi, è un falso clamoroso. Il Documento di Economia e Finanza, la legge più importante dello Stato, quella che decide chi mangia e chi no, viene elaborata in tandem con la Commissione.

La cosa fondamentale da capire è che il Governo è divenuto parte integrante della Governance Multilivello che chiamiamo Unione Europea. Non mi dilungo qui sugli studi autorevoli che riguardano la reale natura di queste nuove forme di governo, votate all’instaurazione di un ordine privatistico incentrato sulle libertà di mercato e retto da logiche di risultato e di rendimento che liquidano ogni possibilità di scelta democratica al riguardo.(2)  Il Consiglio dell’Unione Europea è composto da tutti i ministri nazionali e il Consiglio dai capi di Stato. Quindi i nostri ministri e il nostro Capo del Governo hanno questo doppio ruolo. Che facciano l’interesse nazionale è fuori discussione. E’ reso impossibile. Primo perché sarebbe contro lo “spirito dei trattati”, superiore alla volontà e alle necessità reali dei cittadini europei. Secondo perché sono sotto ricatto continuo: lettere e ammonimenti, procedure di infrazione, BCE che non acquista titoli, flessibilità di bilancio negata. Non va nemmeno ignorata la questione del clientelismo che in Europa raggiunge livelli imbarazzanti. Dalle sliding doors all’influenza enorme esercitata dalle lobby nella formulazione delle proposte di legge della Commissione, attività sdoganata moralmente e perfino promossa dalla Corte Europea di Giustizia.

Bastone e carota è la sintesi perfetta che descrive le relazioni disfunzionali e, talvolta, persino comiche tra Governo Nazionale e Governance Europea.

Il Governo è la testa di ponte dell’Unione Europea nel paese e non può essere viceversa, come qualche benpensante ci invita a credere, dal momento che lo squilibrio di forze è palese. Pensiamo solo alla perdita della sovranità monetaria. Per finanziarci dipendiamo dai mercati speculativi e dal programma di acquisto della BCE. Suo compito è perseguire l’attuazione di un modello economico e sociale basato su principi liberisti opposti a quelli costituzionali tramite le riforme. Compresa questa. Non a caso la chiedono Confindustria e le grandi banche d’affari, perché  riduce la variabile di rischio nella formulazione delle loro azioni speculative. La stabilità di governo è una sicurezza previsionale sulle decisioni e le politiche che verranno applicate in un paese. Nel linguaggio dei mercati significa affari d’oro, per i cittadini significa impossibilità di ottenere una reversione in loro favore. E non basta la propaganda economica a nascondere la triste realtà di un paese a crescita zero, con una disoccupazione galoppante, una sfiducia al consumo senza precedenti, un senso di precarietà diffuso e perfettamente razionale con questi numeri e queste prospettive. Il popolo ragiona di pancia, ma difficilmente la pancia sbaglia. Soprattutto se è vuota. I ristoranti sono pieni. Sì, di gente che spende la metà rispetto all’anno precedente a parità di coperti.

Le appendici al DEF (A e B) riportano il quadro di avanzamento delle riforme strutturali (3). Eventuali margini di flessibilità vengono concessi sulla base di questi avanzamenti, nient’altro. Catastrofi naturali o emergenze sociali non pesano sul piatto della bilancia. I modelli su cui sono sviluppate sono basati su teorie economiche (neoclassiche e monetariste) che dovrebbe stare nel cestino della storia per inconsistenza teorica e risultati fallimentari.

Non sto dicendo che gli economisti mainstream sono ignoranti o ottusi, sto dicendo che probabilmente sono in malafede. In particolare il modello QUEST III, che viene citato come riferimento, è sviluppato dalla stessa Commissione Europea. Ogni riforma economica e strutturale ci viene imposta su queste previsioni economiche che rispondono a criteri di competitività, riduzione del deficit, ridimensionamento di tutto il settore pubblico con le liberalizzazioni, contenimento salariale e dell’inflazione basato su percentuali di disoccupazione di “equilibrio” Nawru (10.5%), che sono di fatto quote di disoccupazione obbligatoria stabilite sempre da lei, la Commissione.

Una delle idee alla base della famiglia di modelli di cui fa parte anche QUEST III – i modelli DSGE – è che esista un tasso di disoccupazione strutturale per ogni economia, oltre il quale abbattere ulteriormente la disoccupazione genererebbe inflazione, e che quindi diviene un limite inferiore ad eventuali politiche espansive poste in essere dai governi. Il concetto di Nawru è stato criticato più volte da economisti anche molto diversi fra loro, e basta osservare come viene calcolato per comprendere come si tratti di una formulazione avulsa dalla realtà: per calcolarlo, infatti, si opera una sorta di media mobile dei tassi di disoccupazione registrati in passato. Invece di essere considerato un parametro non influenzato dal ciclo economico (proprio perché strutturale), esso diventa nella pratica un parametro pro-ciclico, che quindi condanna i governi ad avere meno spazio di manovra quando l’economia peggiora. Esattamente il contrario di quanto si dovrebbe fare, in contesti di recessione.

L’unico modo per opporre resistenza a queste pressioni e mantenere un po’ di spazio di manovra per perseguire politiche economiche sociali è avere un Parlamento forte. L’opposto di quello che ci viene proposto.

Non è tollerabile per un Parlamento che deve rappresentare il Popolo Sovrano dover accettare leggi vergognose, ricatti e disumane scelte di Sophie su chi deve sopravvivere e chi no.  E questo con la Riforma proposta diventa più difficile. E mi preme sottolineare che non sarebbe un atteggiamento “irresponsabile”, come speso viene definito, non senza una motivazione d’interesse specifico che non è l’interesse pubblico. I mercati ci possono danneggiare, ma fino ad un certo punto. La Grecia è forse l’esempio che dimostra come arrendersi ai mercati sia la tragedia vera. La sostenibilità economica  è una scelta politica, non c’è nessun vincolo insuperabile.

I presunti “vincoli”, i criteri di sostenibilità tanto declamati, derivano  da ipotesi formulate su modelli pretestuosi e arbitrari, nel senso che qualcuno li ha definiti politicamente come tali. La politica domina l’economia, non è il contrario, dall’alba dei tempi. I nostri figli scontano solo ed esclusivamente la nostra codardia, l’incapacità di farci attori del presente anziché spettatori terrorizzati e passivi rispetto alle scelte di altri, più sfrontati e violenti nell’affermare il proprio predominio, che porta a scelte davvero nefaste e insostenibili nel lungo periodo. Parafrasando Keynes, “nel lungo periodo saremo tutti  morti” di disperazione e  vergogna, per quello che avremo fatto a noi stessi e a quelli dopo di noi.

L’interesse pubblico è ad uno stadio terminale. La riforma ci mette la pietra tombale sopra.

La vittoria del SI sarebbe una sconfitta sociale ed economica per il paese e ci condannerebbe ad anni di recessione economica e regresso sociale.

Bisogna dire NO.

(1)http://www.mckinsey.com/global-themes/employment-and-growth/poorer-than-their-parents-a-new-perspective-on-income-inequality

(2) http://mmtitalia.info/wp-content/uploads/2016/03/Governance-Multilivello-UE-Non-sono-cattiva-%C3%A8-che-mi-disegnano-cos%C3%AC.pdf

(3) http://www.dt.tesoro.it/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/W_-_DEF-2016-Sez-III-AppendicePNR_2016.pdf

La scuola che chiede il denaro per pennarelli, carta igienica e sapone; l’ospedale che riduce i posti letto; le strade piene di buche, che le Province ci sono ma non hanno più un centesimo. E ancora: l’Iva che non scende dal 22%, le addizionali regionali e comunali al massimo livello.

Gli 80 miliardi al mese che la Bce “gira” al sistema bancario. E tanto altro.

Noi ce la prendiamo coi sindaci, con gli assessori, persino con i parlamentari – spesso giustamente. Tuttavia queste figure sono soltanto un riflesso, anzi diciamo degli esecutori, di indirizzi politici che arrivano da lontano. Di seguito ad esempio il “piano contabile introduttivo”, per spiegarci, al quale deve conformarsi un qualsiasi comune italiano al momento di presentare il proprio Programma di Mandato.

E se oggi il “braccio di ferro” tra governo Renzi e Commissione Europea verte su un oltraggioso 0,1% di deficit in più o in meno, si ricordi che la strada intrapresa resta sempre quella di un aumento dell’austerità, come confermato dai numeri sotto esposti in merito alla riduzione del deficit italiano.six-pack-per-i-comuni

1) Perché il diritto dell’Unione Europea prevale sul diritto interno. Questo significa che le leggi ordinarie del Parlamento, i decreti legge, i decreti legislativi e le leggi regionali non possono essere in contrasto con i regolamenti e le direttive dell’Unione Europea. Governo e Parlamento sono in una posizione gerarchica inferiore rispetto all’ordinamento dell’UE.

2) Perché le norme del diritto comunitario possono derogare anche leggi Costituzionali purché non siano norme fondamentali e immodificabili come per esempio i diritti fondamentali dell’ordinamento italiano. Nella pratica però anche i diritti fondamentali, come ad esempio il diritto al lavoro, vengono calpestati a causa dei vincoli di bilancio pubblico imposti dal Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità e Crescita.

3) Perchè il maggiore progetto dell’Unione Europea è la moneta euro, un progetto fallimentare che ci ha assicurato una moneta troppo forte per la nostra economia e una scarsità di liquidità circolante nell’economia reale a causa dei vincoli di bilancio imposti ai singoli stati membri. Citando il nobel Krugman, ci siamo ridotti “allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”. Tali danni sono disoccupazione a due cifre, povertà e disperazione dilagante.

4) Perchè versiamo al bilancio dell’Ue molto più di quanto ci torna indietro tramite fondi europei. Dal 2000 ad oggi abbiamo un saldo negativo totale di 72 miliardi di euro (dati Ragioneria dello Stato). Solo nel 2014 per contribuire al bilancio dell’Ue abbiamo perso 20 milioni di euro al giorno provenienti dalle tasse di noi cittadini italiani.

5) Perchè grazie alla partecipazione al Meccanismo Europeo di Stabilità (Fondo SalvaStati), abbiamo sborsato ben 14,33 miliardi di euro dal 2012 al 2015, soldi prestati a paesi in difficoltà finanziarie come Grecia, Irlanda, Spagna affinché restituissero i crediti che le banche francesi e tedesche avevano loro incautamente prestato. Il nostro paese, in crisi economica da anni, con la partecipazione ai trattati Ue è stato costretto a dare genialmente miliardi e miliardi di euro all’estero, anzichè investirli nell’economia reale interna. In cambio della nostra contribuzione al MES non abbiamo ottenuto alcun vantaggio.

6) Perchè i vincoli di bilancio, la contribuzione ai fondi europei e ai fondi salva stati sopra enunciati, hanno incidenza DIRETTA sulle tasse di tutti noi, cittadini italiani. Gli aumenti dell’Iva, dell’Imu e tutte le nuove tasse che il governo italiano deve ideare sono necessari al fine di mantenere l’enorme spesa della contribuzione al bilancio europeo e a mantenere un rapporto deficit/pil inferiore al 3%, ovvero a mantenere le entrate dello stato (tasse) praticamente alla pari delle uscite (spesa pubblica). In anni di crisi economica, bisognerebbe invertire la tendenza con nuove politiche economiche, ma l’Ue ci lega le mani.

7) Perchè l’Unione Europea ci impone riforme strutturali che sono volte a favorire una sempre maggiore precarizzazione del mondo del lavoro, e in un momento di crisi di domanda aggregata (i consumi non ripartono) fare politiche di flessibilità del mercato del lavoro è controproducente. Le famose riforme strutturali fatte dalla Germania nei primi anni dell’Euro hanno ridotto la quota salari di 7 punti in 4 anni, mentre in Spagna le riforme non hanno risolto il problema occupazionale ma hanno solamente fatto aumentare i precari. E in Italia l’introduzione del Jobs Act ha fatto aumentare il precariato, secondo l’Università di Torino.

8) Perchè l’Unione Europea impone un vergognoso sistema di due pesi e due misure. Si pensi alla questione degli aiuti di Stato: nonostante questi siano vietati dall’Ue perchè visti come misura che mina la libera concorrenza, l’Ue stessa ha permesso alla Germania di mettere a disposizione del proprio sistema bancario in crisi circa il 10% del proprio Pil, per una cifra complessiva pari a circa 250 miliardi di euro dal 2007 fino ad oggi, mentre l’Italia per il proprio sistema bancario ha messo a disposizione l’1% del proprio Pil, pari a poco più di 4 miliardi di euro. Questo ha determinato un pesante effetto distorsivo della concorrenza tra paesi membri, nonostante i trattati dicano, a parole, di voler eliminare tutte le distorsioni nel mercato unico. Non solo: l’Unione Europea ha messo sotto indagine l’Italia perchè dal 1990 al 2009 avrebbe fornito aiuti di Stato ad imprese coinvolte in calamità naturali, come ad esempio le esenzioni fiscali per le imprese coinvolte nell’alluvione piemontese del 1994. Ora l’Ue richiede alle aziende – molte ormai scomparse, altre incalzate dalla crisi – di restituire le agevolazioni: svar
iati milioni di euro. Ecco la solidarietà europea.

9) Perchè nonostante siamo un paese leader mondiale per quanto riguarda la produzione e la cultura agroalimentare, tecnocrati finlandesi, lettoni, lituani, tedeschi ci impongono da Bruxelles misure strette da rispettare per quanto riguarda i cibi che mettiamo in tavola. I limiti di Bruxelles sono stabiliti dal Regolamento 543 del 2011. Le mele devono avere “3/4 della superficie totale di colorazione rossa per le mele del gruppo di colorazione A”, 1/2 per le B e 1/3 per le C. Ma questo solo per la categoria “extra”, per le altre le percentuali sono differenti. Quanto alle dimensioni, minimo servono 60 mm di diametro o 90 di peso. La natura concepita come una produzione in serie di prodotti tutti uguali. Guai ai difetti della buccia: basta una macchiolina un po’ più grande e quella mela non è più una più mela. Burocrazia anche per altri frutti: 45 mm di diametro minimo per limoni e mandarini, 35 mm per le clementine, 53 mm per le arance. Per i kiwi si è invece ricorsi al peso: minimo 90 g per la categoria “extra”, 70 e 65 per quelle inferiori. Per pesche e pesche noci, è richiesto un calibro minimo di 56 mm per le extra e 51 mm per le altre; per le pere (60 mm per le extra, 55 per le altre); le fragole (25 e 18 mm); e l’uva da tavola (minimo 75 g a grappolo). Infine, i peperoni, la lattuga e i pomodori hanno il loro bel carico di misure burocratiche europee. Con evidenti problemi soprattutto per la vita dei produttori agricoli, già resa difficile dalla terribile crisi economica garantita dall’Ue. Anche i pescatori hanno la loro dose di burocrazia europea, con la dimensione minima delle vongole di 25 mm, nonostante la media italiana sia di 22 mm. In caso di vendita di vongole più piccole di 25 mm, il pescatore rischia multe di 4000 euro. Con danni al lavoro e all’occupazione dei pescatori evidenti.

10) Perchè non vogliamo più essere ridotti ad una colonia, governata da commissari Ue non eletti dai cittadini europei, che da una scrivania di Bruxelles redigono direttive e regolamenti vincolanti per il nostro paese, che creano danni economici e regole assurde per interi settori produttivi nostrani. Perchè non è possibile che il nostro governo sia costretto a chiedere l’approvazione preventiva della propria legge di bilancio alla Commissione Europea, così come il permesso per emettere i titoli di stato, come un bravo scolaretto. Perchè non accettiamo più che la Commissione Europea imponga delle nuove tasse se la legge di bilancio non è di suo gradimento. Perché è evidente che sia IRRIFORMABILE un’Unione dove il monopolio dell’iniziativa legislativa è affidato a burocrati non eletti del tutto indipendenti, i quali non accettano consigli o indicazioni da nessuno, men che meno dai governi.

Perchè vogliamo essere un paese sovrano all’interno dei nostri confini territoriali. Liberi di decidere le nostre politiche migratorie. Liberi di decidere di aiutare il nostro popolo, fino al raggiungimento della piena occupazione. Liberi di avere la nostra maledetta sovranità nazionale, come in tutti gli Stati del mondo civile ed avanzato.

Potremmo andare avanti, ma basta. Questa non è democrazia. Questa è Tecnocrazia europea.

#ITALEXIT, immediatamente!

Il 4 dicembre 2016 l’Associazione MMT Italia e l’Associazione ME-MMT Veneto invitano gli elettori a votare “NO” alla riforma (o per meglio dire, deforma) della Costituzione del Governo Renzi approvata dal Parlamento il 12 aprile 2016. Potrebbe sembrare strano che un’associazione come la nostra che si occupa principalmente di politica economica si esprima su questo tema, ma così non è, per i motivi che verranno di seguito esposti e che si possono fin da subito riassumere con minore democrazia, maggiore centralismo e soprattutto, maggiore potere all’Unione Europea i cui diktat diverranno ancora più semplici da attualizzare.

MODIFICHE DEL TITOLO I DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE.
Art. 1 della deforma Renzi – Boschi (modifica all’articolo 55 della Costituzione).

Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori.”

Alla faccia del titolo della legge costituzionale che dovrebbe significare “superamento del bicameralismo perfetto”, qui si esplicita in maniera chiara un forte ruolo del nuovo Senato, non più eletto democraticamente (come vedremo subito dopo) ma al quale è attribuito un ruolo centrale nell’ambito della formazione e dell’attuazione delle norme e delle politiche dell’Unione Europea sul territorio. La versione precedente dell’articolo 55 non conteneva alcun riferimento alle norme UE, mentre ora si cita esplicitamente e si rafforza (e a livello costituzionale) il ruolo di un’entità sovranazionale che come abbiamo più volte dimostrato è la causa diretta della grave crisi economica, democratica e sociale che stiamo vivendo, assegnando per di più la funzione di raccordo con essa ad una Camera che non sarà più eletta direttamente dai cittadini.

Art. 2 della deforma Renzi – Boschi (modifiche all’articolo 57 della Costituzione).

Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica. I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori.

Si esplicita come prima accennato il fatto che il Senato non sarà affatto abolito in nome del superamento del bicameralismo perfetto, ma rimarrà (anche se composto da un numero inferiore di senatori) e non sarà più democraticamente eletto, in quanto i singoli senatori saranno eletti dai Consigli Regionali e non più direttamente dai cittadini (vedere anche l’articolo 38 della deforma che abroga l’articolo 58 della Costituzione). Ecco quindi che ci troveremo ad essere governati da due camere, di cui una molto meno rappresentativa (sia a livello democratico che numerico) ma con enormi poteri a livello di raccordo con l’UE, formazione ed attuazione degli atti normativi e politici comunitari. Chiaro che a questo punto per uscire da euro ed UE sarà ancora più complicato, in quanto si dovrà andare contro la Costituzione che in maniera esplicita introduce il concetto di “raccordo” con le istituzioni europee.

Un Senato non più eletto direttamente dai cittadini inoltre sarà di conseguenza più influenzabile dalle logiche dei partiti, che, per mettersi al riparo dal processo elettorale, hanno ceduto tutta la nostra sovranità a quelle istituzioni sovranazionali che nel nome della “credibilità” e della “responsabilità” ci hanno imposto l’attuale sistema di regole non spiegate né tanto meno mai votate che ci hanno portato al disastro attuale.

La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”.

E qui siamo a livelli di ipocrisia che definire grotteschi sarebbe ben poca cosa. Una riforma che nelle parole del ministro Maria Elena Boschi e del premier Renzi avrebbe dovuto introdurre maggiore governabilità e semplicità nel processo decisionale corre il rischio di trasformare l’ex repubblica sovrana Italia (ora colonia dell’impero UE) in un bordello con una Camera dei Deputati che può avere un colore politico anche completamente opposto rispetto a quello del Senato, i cui membri composti da consiglieri regionali e sindaci rimarranno in carica finché dura il mandato degli organi che li hanno eletti (che non coincide con quello della Camera dei Deputati). Inutile dire a chi giova creare situazioni di ingovernabilità e di caos, cioè crisi artificiali indotte al fine di demolire ulteriormente le politiche sociali (o quel che ne è rimasto), la democrazia e la nostra sovranità come popolo italiano sotto il pretesto dell’urgenza e della necessità.

Art. 10 della deforma Renzi – Boschi (modifiche all’articolo 70 della Costituzione).

Anche qui l’ipocrisia si spreca. Una legge di riforma costituzionale che doveva introdurre maggiore semplicità cambia un articolo composto da appena una riga (art. 70 Sezione II – formazione delle leggi), in uno composto da ben 438 parole.

La versione originale che esplicitava il ruolo della Came
ra dei Deputati e del Senato nella formazione delle leggi e che recitava: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere” viene modificata in questo obbrobrio:

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere… per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma.”

Alla faccia della semplificazione…in pieno stile Trattato di Lisbona, che per la voce del suo stesso maggiore artefice fu scritto in modo illeggibile affinché nessuno potesse capirlo, allo  stesso modo si è proceduto con la modifica dell’articolo 70 nella parte in cui esplicita le leggi la cui approvazione è di competenza di entrambe le Camere, con continui rimandi ad altri articoli e commi.
Come visibile sopra, viene ribadito il ruolo del Senato (Camera non più eleggibile direttamente dai cittadini) nella formazione e nell’attuazione delle normative e delle politiche UE. Inoltre, anche per chi pensa che il superamento del “bicameralismo perfetto” (cioè della codecisione nella formazione legislativa della Camera dei Deputati e del Senato) sia una buona cosa, c’è da rimanere delusi, in quanto la competenza del Senato rimarrà per tutte le questioni più importanti che riguardano la vita della (ex) nazione Italia, quali le leggi costituzionali, quelle elettorali, quelle che determinano le funzioni fondamentali di Comuni e città Metropolitane, quelle come appena detto sulla formazione e l’attuazione degli atti dell’Unione Europea, la ratifica dei trattati internazionali relativi all’appartenenza dell’Italia alla UE (art. 80) e anche la concessione di autonomie alle regioni (art. 116 terzo comma).

Da sottolineare inoltre che, dal momento in cui il Senato non potrà più votare la fiducia sulle leggi ordinarie votate dalla Camera dei Deputati, viene in questo modo a mancare un importante strumento di controllo ed equilibrio tra le attività delle due Camere. Una Camera dei Deputati (i cui membri non sono completamente eletti dal popolo, che non può scegliere i capilista in base alla legge elettorale 52 del 2015 detta “Italicum”) con maggiori poteri per approvare le leggi implica una ancòra più facile attuazione delle politiche economiche neoliberiste basate sulla distruzione del senso dello stato di esistere, idee che sono condivise da molte forze politiche in maniera trasversale e che sono il mantra sul quale è stata fondata la UE. Da ricordare inoltre che l’Italicum (la nuova legge elettorale) può assegnare la maggioranza assoluta dei seggi (il 54% – 340 seggi su un totale di 630) anche ad una lista che ottenga un consenso ben inferiore al 40% previsto al primo turno, in quanto poi c’è il ballottaggio.

Art. 11 della deforma Renzi – Boschi (modifiche all’articolo 71 della Costituzione).

Tanto per rimanere in tema di “piena” democrazia (cosa che dovrebbe stare a cuore ad un partito che ha fatto della stessa il suo nome) viene innalzata la soglia per le proposte di legge di iniziativa popolare da 50.000 a 150.000 elettori, stabilendo inoltre che con appositi regolamenti parlamentari si potranno stabilire “tempi, forme e limiti” per la discussione e la deliberazione conclusiva su tali proposte (che magari potranno avvenire anche dopo parecchi anni, se non mai…sigh !).

E veniamo ora ad un altro “contentino” ben pensato dal Partito diversamente Democratico per attirare gli elettori nella trappola, ossia il punto “c”, in cui si paventa la possibilità di realizzare anche referendum consultivi e di indirizzo (quindi non più solo abrogativi – art. 75), salvo però stabilire che le modalità di attuazione dovranno essere definite con “con legge approvata da entrambe le Camere”…come dire “stabilito il referendum, trovato l’inganno”. Solo per fare un esempio, nonostante la possibilità di realizzare referendum abrogativi fosse esplicitata già nella Costituzione del 1948, si dovette attendere più di vent’anni per la legge di attuazione (legge n. 352 del 1970).

Peccato poi che rimanga inalterata la disposizione dell’articolo 75 in base alla quale non è possibile un referendum abrogativo per le leggi “di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”, che interpretato in maniera restrittiva significa che non c’è la possibilità di chiedere ai cittadini se sono d’accordo o meno nel cedere sovranità ad entità sovranazionali quali l’UE; non è quindi possibile realizzare una “Brexit” per l’Italia (o per meglio dire una Italexit).

Art. 15 della deforma Renzi – Boschi (modifiche all’articolo 75 della Costituzione).

Viene ribadito che i referendum possono essere solo di natura abrogativa e non su tematiche cruciali per la stessa esistenza di una nazione, quali la ratifica dei trattati internazionali e le leggi tributarie e di bilancio (da cui dipende la sopravvivenza dell’economia reale).
Unico ipocrita contentino riguarda il fatto che se il referendum è indetto con almeno 800.000 firme non è più necessario il quorum del 50% più uno degli  aventi diritto al voto per l’approvazione della proposta, ma “basta” che si esprima la maggioranza di coloro che hanno partecipato alle ultime elezioni della Camera dei Deputati e sia raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. “Peccato” che l’affluenza alle elezioni politiche in Italia sia storicamente stata sempre molto elevata e il dato più basso si è avuto alle elezioni del 2013, con una partecipazione degli aventi diritto al voto pari al 75,19% (la prima volta che si è scesi sotto la soglia dell’80%). Questo significa che “ben” che vada ci sarà comunque bisogno di un quorum di quasi il 40% degli aventi diritto al voto.

Da ricordare inoltre come i referendum abrogativi, anche se approvati con una maggioranze netta dei sì, siano spesso stati traditi dai governi in vigore, in quanto purtroppo non si può certo dire che il nostro sia un paese dalle solide radici democratiche come altri (vedi l’impegno del governo inglese nel mantenere il patto con gli elettori a seguito del referendum sulla Brexit). Cito due casi clamorosi: il referendum sull’acqua del 2011 e quelli abrogativi del 1993 per quanto riguarda il finanziamento pubblico ai partiti e l’abolizione del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, magistralmente poi trasformato in Ministero per il Coordinamento delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.

Art. 16 e 17 della deforma Renzi – Boschi (modifiche agli articoli 77 e 78 della Costituzione).

La Camera dei Deputati (che grazie alla legge elettorale Italicum può rappresentare una esigua minoranza degli italiani elettori) avrà facoltà esclusiva di convertire in legge senza la mediazione del Senato (che comunque non sarà più democratico) i provvedimenti provvisori del governo aventi forza di legge in ragione di casi straordinari di necessità e d’urgenza e potrà inoltre deliberare (sempre senza alcuna mediazione) lo stato di guerra.

MODIFICHE AL TITOLO III DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE.

Art. 25 della deforma Renzi – Boschi (modifiche all’articolo 94 della Costituzione).

Sarà ora sufficiente che il Governo ottenga la fiducia della sola Camera dei Deputati, che ribadiamo ancora una volta, può rappresentare anche una parte minoritaria del paese. Non comunque che il ruolo del Senato possa risollevare le cose con la logica di questa riforma costituzionale, dal momento che non sarà più eletto direttamente dai cittadini.

MODIFICHE AL TITOLO V DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE.

Art. 28 (in verità fa parte del Titolo III Parte II) e 29 della deforma Renzi (abolizione del CNEL e delle Province).

Alla faccia del “bravo” Renzi che stando alle sue (false ed opportuniste) dichiarazioni avrebbe capito l’assurdità delle politiche di austerity promosse dall’UE, qui si sottolinea ancora una volta (oltre al dato della riduzione dei senatori dai 315 attuali ai 100 previsti dall’articolo 2 della presente deforma) l’importanza del contenimento della spesa pubblica, con l’abolizione di due enti ritenuti inutili.
Il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) è un ente ausiliario creato con lo scopo di fornire consulenza al governo in ambito economico e dotato anche di potere di iniziativa legislativa. Tutt’alto che un ente inutile quindi come si dice, basterebbe la volontà politica di farlo funzionare, magari mettendoci dentro personale competente ed economisti eterodossi o meglio ancora ME-MMT, dai quali i nostri politici avrebbero solo da imparare (e forse anche da farsi dettare le leggi in campo economico). Tuttavia, anche chi crede (a torto) nell’opportunità del taglio della spesa pubblica, dovrà ricredersi su questo punto, in quanto le risorse strumentali e umane del CNEL saranno riallocate presso la Corte dei Conti, come previsto dall’articolo 40 (Disposizioni finali).

Per l’abolizione delle Province (tranne quelle autonome di Trento e Bolzano), resta poi da capire quanto le aziende saranno contente di sbrigare importanti pratiche quali autorizzazioni ambientali e di gestione dei rifiuti magari direttamente presso le sedi centrali delle regioni, con notevole dispendio di tempo, energie e anche di risorse. E il sottoscritto, causa il lavoro che svolge, ha potuto constatare di persona i “risultati” della soppressione di enti quali l’ISPESL (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro – ora incorporato nell’INAIL) per quanto riguarda le pratiche delle denunce delle attrezzature di lavoro comportanti rilevanti rischi per gli operatori, con un personale ora ridotto all’osso e tempi infiniti per la realizzazione degli interventi.
Come abbiamo più volte ribadito, soprattutto in tempo di crisi della domanda aggregata come ora, ci sarebbe bisogno di più spesa pubblica a deficit, non di ulteriori tagli.

Art. 31 della deforma Renzi (modifiche all’articolo 117 della Costituzione).

Vengono ampliati i campi che ricadono nella legislazione esclusiva dello Stato: in particolare per quanto riguarda “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, disposizioni comuni sulla tutela della salute, politiche sociali, sicurezza alimentare, istruzione, la previdenza complementare ed integrativa, la tutela e sicurezza del lavoro, le politiche attive del lavoro, il commercio con l’est
ero, l’ordinamento sportivo, disposizione comuni sulle attività culturali e il turismo, l’ordinamento delle professioni e della comunicazione, disposizioni comuni sul governo del territorio, la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionali dell’energia, le grandi infrastrutture e reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale, i porti e gli aeroporti di interesse nazionale ed internazionale
“.
Tutte queste materie prima appartenevano alla legislazione della regione o alla legislazione concorrente, dove era la Regione che aveva il potere di legiferare salvo i principi fondamentali stabiliti dallo stato.

Inoltre “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”, indebolendo ulteriormente il ruolo delle realtà locali nel nome di presunti stati di urgenza e di crisi, spesso creati artificialmente attraverso le regole internazionali europee.

Una perdita di autonomia incalcolabile quindi per le realtà più vicine al territorio e alle esigenze delle singole comunità, nel nome dell’accentramento nelle mani di uno Stato che è il primo responsabile dell’accettazione e dell’imposizione delle regole di bilancio europee che sono alla base dei continui tagli a scuola, sanità e lavoro, per realizzare i quali l’autorità centrale avrà un ulteriore forte strumento a sua disposizione.

Rimane anche in questa sciagurata nuova versione della Costituzione la disposizione secondo la quale “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali” (per l’esattezza prima si parlava di ordinamento comunitario). Anche questo (oltre al nuovo articolo 55) rende de-facto impossibile purtroppo l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea senza apposita legge costituzionale.
Inoltre tra le competenze esclusive dello Stato si dà ulteriore forza al concetto di concorrenza laddove non si parla più solo di “tutela” ma anche di “promozione”, sottolineando in maniera ancora più netta la volontà di continuare ad applicare le politiche neoliberiste basate sull’abbattimento dei salari e il contenimento della domanda interna nel nome della competitività globale.

Articolo 34 della deforma Renzi – Boschi (modifiche all’articolo 120 della Costituzione).

La legge stabilisce i casi di esclusione dei titolari di organi di governo regionali e locali dall’esercizio delle rispettive funzioni quando è stato accertato lo stato di grave dissesto finanziario dell’ente”.

Un ulteriore richiamo quindi al rispetto dei vincoli di bilancio già inseriti in costituzione dalla riforma Monti del 2012 (legge costituzionale 20 aprile 2012 n.1), in base ai quali agli enti locali è di fatto impedito di realizzare investimenti sul territorio, come testimoniato dall’articolo 119 e in particolare dal seguente passo:
I Comuni, le Città metropolitane e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo i princìpi generali determinati dalla legge dello Stato. Possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento, con la contestuale definizione di piani di ammortamento e a condizione che per il complesso degli enti di ciascuna Regione sia rispettato l’equilibrio di bilancio. È esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti”.

In conclusione.

Per tutto quanto sopra esposto, il nostro invito è pertanto quello di votare un convinto “NO” ad una riforma (o per meglio dire deforma) che ci toglierà ancora più democrazia, libertà e autonomia, nel nome delle sempre maggiori cessioni di sovranità ad istituzioni internazionali (soprattutto europee) di carattere giacobino e fondate sul neoliberismo, che mirano alla distruzione del diritto dei popoli all’autodeterminazione e alla concentrazione delle risorse finanziarie nelle mani dell’1% della popolazione costituita dalla grande finanza speculativa internazionale, con la contestuale distruzione dell’economia reale in essere ormai da decenni.

Un “SI” invece alla difesa dello spirito originario della nostra Costituzione del 1948, che tutela la libertà del privato in armonia però con il benessere di tutta la società, nonché la sovranità del popolo italiano che, come recita l’articolo 11, può essere limitata con particolare riferimento alle aggressioni belliche nei confronti di altre nazioni ma mai ceduta e in qualsiasi caso nel rispetto delle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute (articolo 10), il che esclude i trattati UE e dell’Unione Europea, che si riferiscono ad una singola parte del pianeta, per di più minoritaria, quando invece la pace e la giustizia tra i popoli dovrebbero essere valori universali.

Clicca qui per scaricare il pdf.

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In questo contesto, il Comitato jesino per il No al referendum costituzionale e le associazioni Economia Per I Cittadini e ME-MMT Marche hanno organizzato un incontro di analisi della tematica referendaria, sul tema della modifica della Costituzione, che si è tenuto venerdì 30 settembre presso il Palazzo dei Convegni di Jesi.
I relatori sono stati Ruggero Fittaioli (Comitato per il No), Gloria Baldoni (Direttivo Nazionale Cgil) e Giacomo Bracci (socio fondatore di Economia per i cittadini) i quali hanno relazionato sulle ricadute economiche per l’Italia in caso di vittoria del Sì.
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Di seguito un articolo del professor Sergio Cesaratto, apparso sul blog Politica&Economia, che approfondisce il tema del “vincolo esterno”, o delle cosiddette “partite correnti”, partendo dall’analisi del punto di vista della Mmt. In questi anni il confronto con Cesaratto, e con altri docenti di Economia italiani, è stato molto approfondito proprio su questo aspetto, forse l’unico discrimine posto da taluni ad una corretta applicazione della Modern Money Theory in un paese come l’Italia. Per ora non commentiamo l’articolo, già di per sé molto approfondito: ci fa piacere notare però che le posizioni che non troppi anni fa venivano giudicate totalmente inadatte all’Italia trovino qui invece un dettagliato riscontro anche dottrinale.
Nella foto, il confronto tra Warren Mosler e Sergio Cesaratto all’Università di Siena nel marzo 2014
Mosler a confronto con Cesaratto nel marzo del 2014
Questo è il primo post che fa seguito alla promessa del libro di approfondirne parti, discutere critiche e quant’altro. Intenderei cominciare con la vexata quaestio del vincolo estero discussa nella quarta lezione del libro (Sei lezioni di economia, ndr). Lo faccio perché è politicamente oltre che economicamente centrale.
La questione è posta semplicemente: “E’ la piena sovranità monetaria, vale a dire il possesso di una banca centrale di emissione di una valuta non convertibile, condizione necessaria e sufficiente per l’implementazione di politiche di pieno impiego?”. Questa è la tesi in genere sostenuta dagli esponenti e sostenitori della Modern Monetary Theory (MMT).
La tesi opposta è quella che vede nell’insorgere di squilibri nei conti esteri l’ostacolo principale alla conduzione di politiche di piena occupazione, problema a fronte del quale la piena sovranità monetaria può solo limitatamente essere d’aiuto. Per vincolo estero si intende l’insorgere di squilibri commerciali (e in generale di partite correnti) prima che le politiche fiscali e monetarie abbiano condotto l’economia in piena occupazione. Un MMT, Philip Pilkington (2013), definisce questa tradizione “kaldoriana” dal nome del grande economista eterodosso Nicholas Kaldor (1908-1986). Questo secondo punto di vista è spesso ricondotto anche all’economista britannico Anthony Thirlwall.
“La questione scocciante – afferma Pilkington – è che i problemi sollevati dai kaldoriani sono veramente molto importanti”, sebbene “in contesti specifici”, si precisa. Non per gli Stati Uniti, egli sottolinea, e qui siamo tutti d’accordo. Gli USA stampano una moneta accettata da tutti per i pagamenti, spesso definita moneta di riserva, per cui possono finanziare disavanzi persistenti di bilancia dei pagamenti senza particolari problemi. Pilkington e altri autori MMT sembrano voler restringere la pregnanza della problematica dei kaldoriani ai paesi più arretrati. I kaldoriani sembrano avere invece in mente anche molti, sebbene non tutti, i paesi a uno stadio più avanzato di sviluppo.
La mia strategia in questo post sarà quella di dimostrare come alla fine ci possa trovare d’accordo, in maniera che ciascuno/a non si senta ferito/a nelle proprie suscettibilità e si possa archiviare questo punto (ma non le problematiche che lascia aperte) con reciproca soddisfazione. La critica che mi può essere mossa è di un cherry picking, ovvero di scegliermi passi degli autori MMT in maniera pro domo mea, isolandoli dal contesto. Mi reputo un giocatore piuttosto onesto, per cui preferisco vedere la cosa come la ricerca del diavolo che è nei dettagli, dunque nelle puntualizzazioni, nei caveat, nelle clausole contrattuali scritte in piccolo che gli autori MMT fanno alle loro preposizioni più impegnative, nell’arsenico che secondo Voltaire va aggiunto affinché il sortilegio con cui intendi uccidere un gregge di pecore abbia effetto.
Cambi fissi o flessibili?
Correttamente Sardoni & Wray (2007, p. 2) sostengono che gli economisti di tradizione keynesiana sono generalmente più favorevoli ai tassi di cambio fissi (ma aggiustabili) che a quelli flessibili. I due autori non spiegano questa preferenza, che può tuttavia essere riferita all’evitare il disordine nel commercio internazionale arrecato dalle svalutazioni competitive e agli effetti redistributivi sfavorevoli ai salari che possono risultare dal peggioramento delle ragioni di scambio con l’estero. Correttamente i due autori spiegano come la preferenza keynesiana per i tassi fissi si associ alla necessità di un ordine monetario internazionale, quale quello proposto da Keynes alla conferenza di Bretton Woods (un succinto ma efficace sunto della proposta di Keynes è in Lavoie 2015, pp. 2-5). Tale ordine avrebbe lo scopo di evitare che gli aggiustamenti delle bilance dei pagamenti avvengano solo attraverso misure deflazionistiche dei paesi in disavanzo tali da imprimere una tendenza deflativa all’economia globale, imponendo che l’aggiustamento ricada piuttosto sui paesi in surplus. Gli autori (pp. 3-4) concludono che, nell’impossibilità, oggi come ieri, di instaurare tale ordine a livello globale, cade anche l’argomento a favore dei cambi fissi (sebbene aggiustabili). Infatti:
To adopt a regime of fixed exchange rates without the creation of some sort of ‘world government’ implies that single countries renounce their sovereignty, i.e., their ability to maintain fiscal and currency independence.
Accordo fra “kaldoriani” e MMT: Ordine e istituzioni monetarie internazionali (o al limite europee) sulle linee della International Currency Union di Keynes sono in via di principio desiderabili. In loro assenza è tuttavia preferibile l’adozione di cambi flessibili, o meglio la non adesione a sistemi (accordi) di cambio fissi – evidentemente a seconda delle circostanze un governo monetariamente sovrano cercherà di pilotare il cambio nella direzione desiderata.
I tassi di cambio aggiustabili aggiustano sempre?
Proporre politicamente in Europa un sistema alla Keynes come proposto da Fantacci e Papetti o dal Keynes blog per superare l’euro può dunque essere strumentalmente opportuno, anche se il realismo ci suggerisce di pensare che il recupero della flessibilità del cambio sia una prospettiva più concreta. Ma funziona sempre? La questione che molti “kaldoriani” sollevano è che la flessibilità del cambio come “spazio” per perseguire politiche domestiche di piena occupazione senza preoccuparsi (troppo) del vincolo esterno incontra almeno tre problemi: 1) richiede una elevata elasticità delle esportazioni (che devono aumentare) e delle importazioni (che devono diminuire); 2) il deprezzamento del cambio, accrescendo il prezzo dei beni importati può avere effetti redistributivi sfavorevoli ai salari; 3) questi effetti possono addirittura essere tali da incidere negativamente sulla domanda aggregata – sia nel caso in cui i beni salario importati non abbiamo sostituti domestici, e questo comporti una contrazione dei consumi di beni domestici), che per l’aumento del valore reale del debito estero, pubblico e privato, se denominato in valuta estera (su quest’ultimo aspetto torneremo diffusamente) (Medeiros & Trebay, 2016: 21).
Wray & Sardoni (2007: 15-16) non discutono esplicitamente di questi problemi, ma traspare un’evidente cautela circa le virtù taumaturgiche dei cambi flessibili. Si vedano per esempio questi passi, che contengono parecchi spunti che commentiamo di seguito:
A sovereign nation is able to use domestic policy to achieve domestic or internal stability. As discussed above, this comes at the cost of possibly greater external instability. A floating exchange rate will not necessarily move trade toward balance, as discussed above. However, it must be remembered that from the macro perspective, imports are a benefit while exports are a cost. Hence, a trade deficit means net benefits. This is usually neglected in discussions of trade balances because of the presumed impacts on domestic employment. However, so long as the nation’s domestic policy is geared toward stability, it can achieve full employment, even in the presence of a trade deficit. This, in turn, requires sovereignty, which necessitates a floating exchange rate. It is possible that a trade deficit can exert downward pressure on the exchange rate, which can generate some “pass through” impacts on domestic inflation. If desired, domestic policy can turn to inflation-fighting, including the conventional method of using unemployment to attenuate inflation pressures. While we would not advocate such a method, we merely point out that the sovereign nation can implement policy geared toward achieving internal stability. (miei corsivi)
L’argomentazione è parecchio complessa. Mi sembra che emergano i seguenti punti-arsenico:
–        tassi di cambio flessibili non assicurano necessariamente l’equilibrio commerciale.
–        la flessibilità del cambio può avere  effetti sull’inflazione domestica per contrastare la quale si può dover ricorrere a un accrescimento della disoccupazione.
Da ambedue i punti di vista, oltre ai punti 1-3 più sopra, sembra che si debba guardare con cautela ai cambi flessibili ai fini dell’obiettivo della piena occupazione.
Accordo: la flessibilità del cambio va usata con cautela ed a seconda delle circostanze specifiche di un paese.
In passing, nella citazione i due autori ribadiscono la tradizionale proposizione MMT per cui per un paese è in fondo vantaggioso avere una bilancia commerciale in passivo sì da vivere al di sopra dei propri mezzi. Nulla da obiettare, naturalmente, tutti vorremmo fare come gli americani, ed è un peccato che l’Europa che potrebbe permetterselo non lo faccia, non finanzi cioè persistenti disavanzi commerciali stampando euro. Questo punto ci conduce a un’altra vexata quaestio: quali paesi si possono permettere persistenti disavanzi della bilancia dei pagamenti indebitandosi nella propria valuta? Il punto è importante perché se è vero che non possiamo affidare l’equilibrio con l’estero al sortilegio dei cambi, un po’ di debito estero per finanziare i disavanzi esterni può apparire inevitabile (ma se in valuta estera può diventare un vero arsenico e far fuori noi assieme al gregge).
Solvibile sin tanto che hai la printing press
Se la flessibilità del cambio va usata con cautela e a seconda delle situazioni specifiche, una strada alternativa al finanziamento dei disavanzi esteri risultanti dalle politiche di pieno impiego è quello dell’indebitamento con l’estero. MMT e “kaldoriani” sono d’accordo che un paese monetariamente sovrano è sempre solvibile nel proprio debito estero se denominato nella valuta nazionale (di emissione). Non credo che vi sia bisogno di citazioni al riguardo. Voglio solo notare come questa posizione MMT sia stata spudoratamente plagiata da decine di economisti mainstream (Paul De Grauwe in primis) che l’hanno appresa dalla rete e fatta propria, senza il minimo riconoscimento a chi per primo l’ha sostenuta.
Si noti di passaggio che da ultimo il debito estero che conta è quello relativo al settore pubblico nell’ipotesi che quest’ultimo si assuma un eventuale debito estero delle banche insostenibile per queste ultime, come sostiene Daniel Gros (2013: 512): “Durante una crisi finanziaria il debito privato accumulato durante il precedente boom è solitamente trasformato in debito pubblico”.
Accordo: un paese che emetta debito estero denominato nella propria valuta è sempre solvibile.
Original sin
La questione sembra dunque essere che molti paesi nella loro storia sono incorsi in quello che è stato definito “peccato originale” di aver emesso debito estero denominato in una valuta straniera (Eichengreen et al. 2003). Questo spiana la via degli inferi, o almeno la cacciata dal Paradiso terrestre: il default sul debito estero.
“The alternative theory, ‘original sin’, seeks to explain why many emerging markets are volatile and prone to crisis by focusing on three characteristics that such countries often share: good economic prospects, a certain degree of openness to international capital flows, and a national currency that cannot be used by local firms or the government to borrow abroad, and cannot be used, even at home, for long-term borrowing— a weakness, or ‘sin’, shared by the currencies of almost all emerging market economies.
If a country is economically promising and reasonably open, then people will want to invest. But if its currency cannot be used for either foreign or long-term borrowing, would-be investors must choose between borrowing in a foreign currency such as dollars or borrowing short-term. If a company borrows in dollars to finance a project that generates pesos, a subsequent devaluation of the peso could lead to bankruptcy. If instead the company undertakes a longer-term project and finances it with short-term loans, it will go bust if liquidity dries up and it cannot get the loans renewed. In other words, investments will suffer either from a currency mismatch, because projects that generate local currency are financed with dollar loans, or a maturity mismatch, because longer-term investments have been financed with short-term loans.
This scenario is a recipe for financial fragility. Such systems will be extremely vulnerable to sudden declines in the amount of liquidity in the banking system and to sudden depreciations of the currency. In fact, as the domestic currency starts to decline, companies fearful of further depreciation will attempt to buy foreign currency in order to cover their exposures. This decision will only make matters worse by causing the domestic currency to depreciate even further— a dynamic that can take place even in a floating-rate country, as was the case of Indonesia at the time of its final collapse. For its part, the government will seek to defend the currency by using its international reserves. But using those reserves will dry up the amount of money in the domestic banking system, and as liquidity declines, banks will be forced to call in their loans, precipitating a banking crisis caused by the maturity mismatches. So the two mismatches interact. In fact, such a system is subject to self-fulfilling crises, as in a bank run: If people fear that others may take their money out, they will want to be the first to the door.” Hausmann (1999)
Accordo: La storia suggerisce che il peccato originale porta alla cacciata da un temporaneo paradiso, dunque dopo un periodo di euforia economica segue una crisi finanziaria con un default sul debito estero.
Dimmi allora quel che hai fatto, chi te l’ha mai messo in testa…
La domanda è allora: perché molti paesi nei secoli dei secoli hanno reiterato il peccato originale (lo reiterano e lo reitereranno)?
Una risposta plausibile è che lo fanno paesi con bilance dei pagamenti e valute “deboli”, i cuori deboli insomma: l’indebitamento in valuta straniera o l’adozione di sistemi di cambio in cui si assicura la convertibilità della propria moneta in una moneta internazionale a un tasso fisso sono veicoli con cui raccogliere capitali esteri altrimenti non raccoglibili emettendo titoli in valuta nazionale, considerati insicuri dagli investitori stranieri (insicuri nel senso di portatori di un rischio di svalutazione rispetto alle monete internazionali).
Il punto di vista MMT quale espresso da Bill Mitchell (2009) è il seguente.
Il finanziamento estero da parte dei paesi in surplus dei disavanzi dei paesi in deficit corrisponde a ricchezza desiderata da parte dei primi, per cui il settore estero dovrebbe essere in via di principio disponibile a finanziare i disavanzi anche se emessi nella moneta del debitore. (Il lettore MMT potrà qui percepire un’assonanza con l’argomento per cui in economia chiusa ai disavanzi pubblici corrisponde la creazione di ricchezza netta desiderata dal settore privato). Il paese in disavanzo “finanzia” (so to speak) il desiderio di ricchezza netta del settore estero (del paese in surplus) potendo in tal modo vivere “al di sopra dei propri mezzi”.[1]Qui Mitchell introduce un punto-arsenico, e cioè che il desiderio del paese in surplus di accumulare titoli denominato nella moneta del debitore non sia illimitato. [2] Più in là Mitchell appare più ottimista argomentando che non v’è ragione perché i paesi in surplus perdano il loro appetito per i titoli dei paesi in disavanzo.[3] Ma aggiunge però un nuovo punto-arsenico: l’appetito non scompare nella misura in cui il paese offra sufficienti garanzie di stabilità economica per cui continuerà a servire il debito estero.[4] L’esperienza storica ci suggerisce al riguardo che pochi paesi offrono tale garanzia, paesi come Australia, Nuova Zelanda e Canada che gli MMT, in linea con Eichengreen et al. (2005), indicano come quelli che hanno potuto conciliare persistenti disavanzi esteri (e connesso indebitamento) con la continua emissione di titoli del debito estero denominati in moneta nazionale. Purtroppo l’esperienza della stragrande maggioranza dei paesi fuori del piccolo club dei paesi che emettono monete internazionali o sono ex colonie WASP evidenzia l’assenza di tali garanzie di stabilità. Randall Wray (2011a) lo suggerisce con chiarezza esemplare.[5]Fonte: B. De Conti, A. Biancarelli, P. Rossi,Currency hierarchy, liquidity preference and exchange rates: a Keynesian/minskyan approach, Congrès de l’Association Française d’Économie Politique, Université Montesquieu Bordeaux IV, 2013. Mamma li turchi! Si possono pagare le importazioni nella propria valuta nazionale? Esistono delle valute definite di riserva o internazionali che sono quelle in cui preferibilmente si svolge il commercio internazionale. Poiché le riserve valutarie sono in genere investite nei titoli di Stato del paese che ha emesso quella valuta (per esempio i cinesi investono i dollari che hanno nelle riserve ufficiali in T-bonds americani), la stabilità politico-economica del paese in oggetto conta molto (Eichengreen at al. 2005).Nel primo trimestre 2016 la composizione percentuale delle riserve era suddivisa in: 20,37% €; 63,59% $ USA; 4,08% Yen; 4,79% £ britannica; 0,28% franco svizzero; 6,89% altro (di cui 1,95% $ australiano e 1,90% $ canadese). (Fonte: Natixis)La fatturazione del commercio internazionale è poi soggetta a rapporti di forza: in genere è decisa da chi emette la fattura. E’ vero quanto dice Wray che: “if you offer US or Canadian or Australian Dollars, or UK Pounds, or Japanese Yen, or Euroland Euros, you will NEVER find a lack of bidders. The only question is over the price. Heck, I’ve offered Mexican Pesos, and Colombian Pesos, and Turkish Lira and many other currencies  many times, and never found a lack of bidders”, cioè che anche monete “non di riserva” hanno mercato e possono essere accettate per i pagamenti internazionali. La domanda proverrà da chi intende effettuare acquisti presso il paese di emissione, per esempio beni turchi. Ma in assenza di una sufficiente domanda di questi beni, vale a dire se per esempio la Turchia emette 100 miliardi di £ turche per finanziare le importazioni dall’estero (supponendo che gli stranieri accettino la fatturazione in lire), ma la domanda di beni turchi è di soli 80 miliardi, è possibile che 20 miliardi di £ turca vengano scambiati, per esempio, con dollari USA. La Turchia può a quel punto decidere se lasciar cadere il valore della lira rispetto al dollaro, o se il deprezzamento è indesiderato, può soddisfare la domanda di dollari acquistando lire e cedendo dollari dalle riserve. Se questi dollari non ci sono, o non si vogliono toccare le riserve, la banca centrale o le banche commerciali turche possono ricorrere a prestiti esteri. Con un po’ di fantasia quello che accade è che gli stranieri in possesso dei 20 miliardi di lire turche di cui si vogliono disfare ottengono $ dalla Turchia che se li fa prestare dai medesimi stranieri. [In altri termini, la Turchia si riprende i 20 miliardi di lire turche e in cambio rilascia un “pagherò” (un IOU ben noto agli amici MMT) in cui c’è scritto “ti vendo 20 miliardi di dollari”]. Ecco che, nonostante all’inizio la Turchia abbia fatturato in moneta nazionale, alla fine ha maturato un debito netto in valuta straniera. Oh, è evidente che la Turchia avrebbe dal principio potuto dichiarare la non-convertibilità della propria moneta: ma siamo sicuri che gli esportatori tedeschi, giapponesi o italiani avrebbero accettato di essere pagati in £? E’ evidente che se ripetessimo l’esercizio per il Canada, voi mi potreste dire che il problema non c’è: il Canada fattura in $ canadesi, e se c’è un disavanzo di bilancia dei pagamenti, i dollari canadesi verranno prestati al Canada medesimo che matura così un debito estero nella propria valuta (come i cinesi riprestano al Tesoro USA i dollari guadagnati col surplus commerciale). E infatti il $ canadese è valuta di riserva. La lira turca non lo è, e non lo era la lira italiana (e probabilmente non lo era il franco francese). Insomma, non è che proprio non si possa fatturare nella famosa Pizza di fango del Camerun, o nella lira italiana, ma ci sono dei limiti molto seri.Accordo: l’esperienza storica suggerisce che al di fuori di un relativamente ristretto numero di paesi caratterizzati da notevole affidabilità politico-finanziaria, per altri paesi è complicato indebitarsi nella valuta nazionale; sono questi i paesi che poi cadono facilmente nell’original sin.Come menzionato nel mio libro (p. 201), almeno con riguardo ai paesi più arretrati, Mitchell sembra suggerire misure diverse dall’indebitamento in valuta straniera per aggirare il vincolo estero, come il controllo delle importazioni o la sostituzione delle importazioni.[6]Accordo: se la flessibilità del tasso di cambio non è misura sufficiente a rendere compatibili vincolo esterno e piena occupazione, mentre il paese non desidera indebitarsi in valuta estera, altre misure sono possibili come il controllo delle importazioni o una politica industriale volta a sostituire le importazioni.[7]Queste ultime sono naturalmente misure politicamente difficili (il controllo delle importazioni) o molto complicate da condursi in maniera efficiente (la politica industriale di sostituzione delle importazioni), ma ciò che qui ci preme sottolineare è che vi sia un’ampia convergenza di vedute sul fatto che non vi siano sortilegi, ma una varietà di arsenici a cui ricorrere.Accordo finale: il vincolo estero è tale da rendere impossibili le politiche di pieno impiego? No. C’è una varietà di strumenti che si possono impiegare, nessuno miracolistico, alcuni politicamente difficili da adottare.Guida bibliografica:
Una buona guida al modello di Thirlwall è dovuta alla sempre ottima (e sempre troppo critica) Antonella Palumbo Palumbo, A.2011. “On the theory of the balance-of-payments-constrained growth.” In Sraffa and Modern Economics, edited by R.Ciccone, C. Gehrke and G. Mongiovi, vol. II, 240–259. London and New York:Routledge. Sul ruolo delle esportazioni in Kaldor si veda di Antonella anche: Adjusting Theory to Reality: The Role of Aggregate Demand in Kaldor’s Late Contributions on Economic Growth, Review of Political Economy, 21/2009 (pdf al link). I mutamenti del punto di vista di Kaldor sull’efficacia della flessibilità del cambio sono segnalati da Ramanan nel suo bel blog:http://www.concertedaction.com/2013/04/25/nicholas-kaldor-on-floating-exchange-rates/. Sui default sul debito estero (denominato, com’è tipico in valuta straniera), la letteratura è immensa; studi recenti includono: E.Cavallo, B.Eichengreen, U. Panizza, Foreign savings: No gain, some pain,http://voxeu.org/article/foreign-savings-no-gain-some-pain (e il WP lì citato); antesignano di questi studi è un grande economista nato a Cuba, Díaz Alejandro: si veda al riguardo , Carmen M. Reinhart,The Antecedents and Aftermath of Financial Crises as told by Carlos F. Díaz Alejandro, NBER Working Paper No. 21350 (scaricabile anche da altri siti cercando su google). Che il problema della crisi europea siano i debiti esteri (stipulati, appunto, in una moneta straniera, l’euro), e che dunque la crisi europea nasca come una variante delle tradizionali crisi di bilance dei pagamenti, è esemplarmente esposto da Daniel Gros, Foreign debt versus domestic debt in the euro area, Oxford Review of Economic Policy, 29(3):502-517 · December 2013, che purtroppo richiede chiavi di accesso da biblioteche accreditate, ma si veda il sommario qui:http://voxeu.org/article/external-versus-domestic-debt-euro-crisis. Gros (che ha studiato Economia alla Sapienza) è ahimè spesso un economista molto bacchettone, ma a volte scrive cose molto chiare e condivisibili.
Teorico della necessità di una politica industriale di sostituzione delle importazioni fu l’economista argentino Raul Prebisch (1901-1986). Per una recente discussione di questa strategia v. F. Amico, Notas sobre la Industrialización por Sustitución de Importaciones en Argentina: Buscando adentro la fuente de la competitividad externa,http://ojs.econ.uba.ar/ojs/index.php/H-ind/article/view/391/715. Non sorprendentemente l’articolo esordisce con il seguente passo: “En los textos fundacionales del estructuralismo, un problema central de la industrialización latinoamericana fue la  escasez de divisas” (“Nei testi fondativi dello strutturalismo, un problema centrale della industrializzazione latino-americana è stata la scarsità di valuta estera”). La scuola strutturalista latino-americana è stata la scuola eterodossa indiscutibilmente dominante in quel continente, daAndre Gunder Frank (1929-2005) a Celso Furtado (1920-2004).
Altri riferimenti
Eichengreen, B., Hausmann, R. & Panizza, U., The Mystery of Original Sin,elsa.berkeley.edu/~eichengr/research/osmysteryaug21-03.pdf (pubblicato in Barry Eichengreen and Ricardo Hausmann (eds.), OtherPeople’s Money, Chicago University Press, 2005)Lavoie, M. 2015a. “The Eurozone: Similarities to and Differences from Keynes’s Plan.” International Journal of Political Economy 44, no. 1 (Spring): 3–17. Versione WP: www.boeckler.de/pdf/p_imk_wp_145_2015.pdf
De Medeiros C.A. & N. Trebat (2016), Latin America atCrossroads: Controversies on Growth, Income Distribution and StructuralChange,www.ie.ufrj.br/index.php/index-publicacoes/textos-para-discussao
Hausmann, R. (1999), “Shouldthere be fivecurrencies or 105?”, Foreign Policy(Fall). www.iadb.org/res/publications/pubfiles/pubS-121.pdf
Mitchell, B. (2009) Modernmonetarytheory in an open economy,billy blog,bilbo.economicoutlook.net/blog/?p=5402
Philip Pilkington: Why MMT is Right and the Dreamers are Wrong – Kaldor Versus the Kaldorians, http://www.nakedcapitalism.com/2013/03/philip-pilkington-why-mmt-is-right-and-the-dreamers-are-wrong-kaldor-versus-the-kaldorians.html
Sardoni, C. &Wray , L.R. (2007), Fixed and Flexible Exchange Rates and Currency Sovereignty, Levy Institute, Working Paper No. 489 | January 2007
Wray, R. (2011a), Currency Solvency and the Special Case of the US Dollar,MMP Blog n. 25,http://neweconomicperspectives.org/2011/11/mmp-blog-25-currency-solvency-and.html
Wray, R. (2014), MMT AND EXTERNAL CONSTRAINTS,http://neweconomicperspectives.org/2014/02/mmt-external-constraints.html
(Come al solito ringrazio Giancarlo Bergamini per aver riletto ed emendato il testo. Mi scuso per aver lasciato in inglese molte citazione, ma il tempo è tiranno!)
[1] “As I have indicated often a CAD [current account deficit] can only occur if the foreign sector desires to accumulate financial (or other) assets denominated in the currency of issue of the country with the CAD. This desire leads the foreign country (whichever it is) to deprive their own citizens of the use of their own resources (goods and services) and net ship them to the country that has the CAD, which, in turn, enjoys a net benefit (imports greater than exports). A CAD means that real benefits (imports) exceed real costs (exports) for the nation in question.This is why I always say that the CAD signifies the willingness of the citizens to “finance” the local currency saving desires of the foreign sector. MMT thus turns the mainstream logic (foreigners finance our CAD) on its head in recognition of the true nature of exports and imports.”[2] “Subsequently, a CAD will persist (expand and contract) as long as the foreign sector desires to accumulate local currency-denominated assets. When they lose that desire, the CAD gets squeezed down to zero. This might be painful to a nation that has grown accustomed to enjoying the excess of imports over exports. It might also happen relatively quickly.”[3]“As the global economy grows, there is no reason to believe that the rest of the world’s desire to diversify portfolios will not mean continued accumulation of claims on any particular country.”[4]“As long as a nation continues to develop and offers a sufficiently stable economic and political environment so that the rest of the world expects it to continue to service its debts, its assets will remain in demand.”[5] “There is little doubt that US dollar-denominated assets are highly desirable around the globe; to a lesser degree, the financial assets denominated in UK Pounds, Japanese Yen, European Euros, and Canadian and Australian dollars are also highly desired. This makes it easier for these nations to run current account deficits by issuing domestic-currency-denominated liabilities. They are thus “special.”Many developing nations will not find a foreign demand for their domestic currency liabilities. Indeed, some nations could be so constrained that they must issue liabilities denominated in one of these more highly desired currencies in order to import. This can lead to many problems and constraints—for example, once such a nation has issued debt denominated in a foreign currency, it must earn or borrow foreign currency to service that debt. These problems are important and not easily resolved.If there is no foreign demand for IOUs (government currency or bonds, as well as private financial assets) issued in the currency of a developing nation, then its foreign trade becomes something close to barter: it can obtain foreign produce only to the extent that it can sell something abroad. This could include domestic real assets (real capital or real estate) or, more likely, produced goods and services (perhaps commodities, for example). It could either run a balanced current account (in which case revenues from its exports are available to finance its imports) or its current account deficit could be matched by foreign direct investment.Alternatively, it can issue foreign currency denominated debt to finance a current account deficit. The problem with that option is that the nation must then generate revenues in the foreign currency in order to service that debt. This is possible if today’s imports allow the country to increase its productive capacity to the point that it can export more in the future—servicing the debt out of foreign currency earned on net exports. However, if such a nation runs a continuous current account deficit without enhancing its ability to export, it will almost certainly run into debt service problems.”[6] “well targetted government spending can create domestic activity which replaces imports. For example, Job Guarantee workers could start making things that the nation would normally import including processed food products” Mitchell (2009).[7]Wray(2014) si esprime in termini simili riassumendo il suo pensiero: “the MMT principles apply to all sovereign countries. Yes, they can have full employment at home. Yes, that could lead to trade deficits. Yes that could (possibly) lead to currency depreciation. Yes that could lead to inflation pass-through. But they have lots of policy options available if they do not like those results. Import controls and capital controls are examples of policy options. Directed employment, directed investment, and targeted development are also policy options.”

Per il comico il “No” sarebbe peggio della Brexit. Ma andiamoli a vedere i dati della Gran Bretagna: Disoccupazione ai minimi dal 2005, investimenti in aumento, riduzione sussidi per disoccupazione, crescita stimata rivista al rialzo e superiore al resto d’Europa. Benigni, studia!

Analisi del Def. Nel 2016 lo Stato Italiano, per ogni 100 lire di tasse incassate, ne ha spese 98,5 in servizi come sanità o investimenti come strade, nel 2017 su 100 lire di tasse la spesa sarà di 98,3 (e ne promette 96,8 nel 2019). Come fosse una gara di poker, nel 2016 lo Stato avrebbe vinto qualcosa come 25,7 miliardi. Chi perde? Lavoratori e imprese.

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1. Perchè lo Stato con la Lira non deve prendere in prestito la propria moneta

– Tornando alla Lira, lo Stato torna ad essere l’unico soggetto ad emettere la valuta nazionale;
– Non deve chiedere in prestito la moneta per potersi finanziare;
– Non ha bisogno di alzare le tasse per potersi finanziare;
– Semplicemente spende accreditando conti correnti;
– Non è soggetto ai diktat e alle minacce dei mercati finanziari o di entità sovranazionali (Commissione Ue, Fmi, Bce);

2. Perchè con la Lira si può raggiungere la Piena Occupazione
– Lo Stato che emette la propria valuta non ha limiti finanziari, dunque può investire per raggiungere la piena occupazione;
– L’investimento viene fatto attraverso dei Programmi di Lavoro Garantito transitori, che fungono da supporto per l’economia privata;
– Creando posti di lavoro, si producono anche beni e servizi oltre ai redditi, in tal modo la crescita dell’inflazione è sotto controllo;
– I Programmi di Lavoro garantito riguardano i servizi alla persona, la cura dell’ambiente e del dissesto idrogeologico, messa a norma di edifici, ecc;
3. Perchè con la Lira lo Stato non può mai finire i soldi
– Emettendo in maniera autonoma la propria valuta, non ci potrà mai essere default;
– Lo Stato spende per primo accreditando conti correnti, non ha quindi bisogno dei titoli di stato o delle tasse per finanziarsi;
– Per questo i titoli di Stato saranno aboliti;
– Fine del problema spread;
– Nessun problema di solvibilità dello Stato a moneta sovrana, a differenza di oggi;
4. Perchè solo con politiche di deficit pubblico è possibile arricchire le famiglie e le imprese
– In economia la spesa di un soggetto equivale sempre all’incasso di un altro soggetto, questo vale anche tra Stato e settore privato;
– Ne consegue che lo Stato deve spendere più di quanto tassa, per lasciare denaro all’economia privata;
– Facendo circolare liquidità nell’economia privata, le aziende ottengono i pagamenti necessari e possono guadagnare;
– Spendendo più di quanto si tassa, le assunzioni ripartono, così come i risparmi delle famiglie e ne beneficia l’economia tutta;
5. Perchè l’uso corretto della moneta sovrana garantisce il rispetto dei diritti fondamentali sanciti in Costituzione
– Lo Stato che spende più di quanto tassa, permette ai cittadini di trovare lavoro, fondamento della nostra Repubblica (art.1 Costituzione);
– Spendendo più di quanto si tassa, viene garantito e promosso il diritto al lavoro (art.4 Costituzione);
– Con politiche di sostegno ai redditi, viene garantito il diritto ad una retribuzione adeguata (art.36 Costituzione) e viene garantito il diritto al risparmio, sia per le famiglie che per le imprese (art.47 Costituzione);
6. Perchè con la Lira si possono abbassare immediatamente le tasse
– Le tasse non servono a finanziare lo Stato a moneta sovrana, ma ad imporre nell’economia privata l’uso della valuta stabilita dal governo;
– Ne consegue che tutte le tasse possono essere subito abbassate;
– In particolare può essere eliminata la tassa sui consumi, l’Iva;
– Le tasse devono essere sempre tenute ad un livello che garantisca il mantenimento della piena occupazione;
– In periodo di crisi, con la Lira lo Stato pone in essere politiche anticicliche: aumenta la spesa pubblica e detassa;
7. Perchè con politiche di deficit pubblico si riduce la criminalità, si garantiscono i servizi e si migliora la qualità della vita
– Creando lavoro con politiche anticicliche, si crea lavoro per tutti e non si deve ricorrere alla criminalità per far fronte alle ristrettezze economiche;
– Con la Lira sovrana si potranno garantire tutti i servizi pubblici con riduzione delle tariffe per la cittadinanza;
– Con i Programmi di Lavoro Garantito viene curato anche l’ambiente, il riciclo dei rifiuti, il dissesto idrogeologico, la cultura, il patrimonio artistico, l’istruzione e la formazione ecc.;
– Di conseguenza migliora anche la qualità di vita e la serenità del cittadino;
8. Perchè con la Lira è possibile favorire lo sviluppo del mercato interno, senza dover esportare a tutti i costi
– La detassazione viene anche applicata alle imprese italiane, dunque fare impresa in Italia risulterà estremamente vantaggioso;
– Viene abbandonata la corsa all’export, che porta solo ad una gara al ribasso degli stipendi;
– Il mercato domestico assume importanza assoluta;
– Le politiche di spesa in deficit, possibili solo con la Lira sovrana, permetteranno di mantenere a lungo la piena occupazione, dando stabilità all’economia;
– Afflusso senza precedenti di investimenti esteri grazie alla piena occupazione;
9. Perchè con la Lira è possibile eliminare la speculazione finanziaria
– Lo Stato sovrano può regolare in qualsiasi momento il settore bancario;
– Le banche avranno una funzione unicamente di interesse pubblico. Stop alla speculazione finanziaria all’interno dei confini italiani;
– Il governo con la Lira si impegnerà a garantire tutti i depositi bancari dei cittadini;
– Le funzioni del sistema bancario torneranno ad essere esclusivamente il mantenimento dei conti correnti, garantire i sistemi di pagamento, e la fornitura di prestiti a cittadini e aziende;
10. Perchè con la Lira è possibile tornare a vivere una vita dignitosa, che è la cosa più importante
– Niente più ansia perché non si riesce a trovare lavoro, o lo si è perso;
– Niente più paura dei licenziamenti: se accade posso trovarne un altro nel settore privato o nei Programmi di Lavoro Garantito;
– Nessuno dovrà più chiedere l’elemosina in mezzo ad una strada, o vivere sotto i ponti per mancanza di lavoro;
– Le politiche in deficit permettono un’aumento degli stipendi e dei salari, con miglioramento incalcolabile delle condizioni di vita;
– Con maggiore tranquillità e serenità per il futuro, si lavora meglio e ne beneficia la produttività, oltre a tutta la collettività;
– I servizi alla persona garantiti dai PLG sono innumerevoli, di conseguenza la cittadinanza sentirà di vivere in una Repubblica che si occupa davvero delle sue necessità;
– Le condizioni sanitarie dei cittadini aumenteranno, soprattutto quelle psicologiche grazie alla piena occupazione.
Vivere in una Repubblica degna di questo nome è possibile. Chiediamo il rispetto della Costituzione, con lo strumento fondamentale della Teoria della Moneta Moderna è un nostro dovere!
Chiediamolo soprattutto ai nostri politici addormentati.