Si allunga la fila della schizofrenia dell’austerità. Oltre Renzi, e Padoan (cicca qui) anche Carlo De Benedetti, principale azionista del gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso, entra nel club. Caratteristiche? Una, e basta: “l’austerità fa male, è folle” e contemporaneamente “ridurremo il deficit”. Come ha scritto il giornalista Carlo Clericetti, equivale a dire: “voglio saltare in alto ma senza saltare”, “voglio nuotare nella piscina ma senza tuffarmi”. Di seguito un commento di Mario Volpi.

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Analizziamo L’intervista di De Benedetti uscita ieri sul Corriere della Sera.
Affermazioni condivisibili:
“Oggi proprio la progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia; senza che si sia risolto il problema della stagnazione. Peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerity in un periodo di piena deflazione, il che equivale a curare un malato di polmonite mettendolo a dieta. La Merkel e Hollande, secondo tradizione, sono l’unico asse europeo; l’Italia è tagliata fuori. Del resto in Europa, salvo che al momento della sua creazione, non abbiamo mai contato nulla. Renzi ha ottenuto 19 miliardi di flessibilità sui conti pubblici; ma ciò non è sufficiente per far ripartire l’economia. Di fatto restiamo a crescita zero”.

Veniamo alle note dolenti che dimostrano come, da una analisi in minima parte corretta, si arrivi a soluzioni completamente errate.
Alla domanda dell’intervistatore dove trovare i soldi?, De Benedetti risponde così:
“Certo non in deficit. Con la fiscalità generale, meglio se progressiva>.
Fantastico!
Come si fa a definire l’austerity “folle scelta europea” e allo stesso tempo affermare che la soluzione non sta nell’ampliamento dei deficit pubblici?
Come si fa a definire l’austerity “folle scelta europea” e pensare di trovare i soldi attraverso “la fiscalità generale” cioè mantenendo il pareggio di bilancio?
Come si fa a dire “Renzi ha ottenuto 19 miliardi di flessibilità sui conti pubblici; ma ciò NON E’ SUFFICIENTE per far ripartire l’economia” e poi affermare che non si deve utilizzare la leva del deficit? Se “non è sufficiente” vuol dire che ne serve di più! ossia che serve più flessibilità sui conti pubblici! ossia che serve più deficit,
Siamo a livelli retorici mai sperimentati in precedenza.
Austerity = scelte di politica fiscale volte all’annullamento dei deficit pubblici che si esplicano attraverso aumenti della tassazione e riduzioni della spesa pubblica al fine di raggiungere il pareggio o l’avanzo di bilancio pubblico.
Austerity = perseguimento del pareggio di bilancio pubblico.
Austerity = annullamento dei deficit pubblici.
E lui cosa propone? Zero deficit cioè l’austerity che prima aveva definito “folle scelta europea”
E’ chiaro?
E’ come se dicessi “fumare è stata una follia, da oggi proveremo con le sigarette”.
Ed è chiara la tecnica comunicativa?
Prima dice due cose condivisibili per entrare in sintonia con te e poi alla fine, quando hai abbassato le difese, ti somministra la stessa medicina che ti ha fottuto fino ad oggi.
Esattamente come tutti governi che si sono succeduti da 25 anni a questa parte, anche De Benedetti sceglie di curare un malato di anoressia attraverso il digiuno.

“PIIGS”

| Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity |

 Guarda qui il trailer

 
Tre film-maker italiani sfidano il pensiero economico dominante sull’Europa e lanciano una campagna di crowdfunding per terminare il loro documentario.
la pagina Indiegogo:
https://www.indiegogo.com/projects/piigs-debunking-eu-austerity-greece-europe/x/3009445#/
Il trailer:
https://vimeo.com/183239135
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un documentario di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre
 
E se in un unico documentario alcuni tra gli intellettuali più prestigiosi del mondo sostenessero che le politiche di austerità dell’Unione Europea ci stanno portando sull’orlo del baratro economico invece che salvarci dalla crisi?
E se quello stesso documentario vi dimostrasse che le regole dei trattati europei sul deficit, il debito e l’inflazione sono frutto di banali errori di calcolo?
E se vi venisse svelato come queste politiche influiscono direttamente sulla vita di ognuno di noi aumentando disoccupazione, povertà e diseguaglianze?
Ci ripetono costantemente che lo stato sociale non è più sostenibile. Intanto il malcontento popolare monta, sempre più cavalcato da partiti estremisti con conseguenti e quotidiane derive xenofobe. L’Europa sembra assistere impotente a questo pericoloso scenario, il rischio di una disgregazione è sempre meno peregrino, la Brexit ne è un clamoroso esempio.
Preoccupati per questo quadro desolante e per un orizzonte tutt’altro che roseo, ci siamo chiesti cosa potesse fare il cinema. Il progetto è totalmente autofinanziato e riconoscendone il valore sociale hanno aderito gratuitamente alcuni dei più grandi intellettuali del mondo, tra cui:
Noam Chomsky (filosofo e linguista, definito dal New York Times “Probabilmente il più grande intellettuale vivente”), Yanis Varoufakis (ex ministro delle finanze greco), Stephanie Kelton (economista capo del budget del senato degli Stati Uniti e consulente economico di Bernie Sanders), Warren Mosler (insider finanziario, esperto di sistemi monetari), Paul De Grauwe (London School of Economics), Erri De Luca (scrittore).
Con il loro aiuto e attraverso un’indagine durata cinque anni, il documentario sfata alcuni dei più incrollabili dogmi economici che influenzano le politiche dell’Unione Europea. Dogmi che non solo hanno impedito ai Paesi europei di risollevarsi dalla crisi peggiore degli ultimi cento anni, ma che addirittura… la aggravano.

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In Italia per esempio, uno dei cinque Paesi chiamati con disprezzo PIIGS (cioè maiali) dalla stampa nordeuropea,

  • l’Istat rileva che nel 2016 è stato raggiunto il record della povertà assoluta: 4 milioni e seicentomila persone;
  • secondo il Censis 11 milioni di cittadini nel 2016 hanno rinunciato alle cure sanitarie;
  • nel 2015 è stato raggiunto un tasso di disoccupazione giovanile del 44,2% (Reuters).

Fu l’Economist¸ una delle riviste più lette e prestigiose del mondo, a coniare nel 2008 l’acronimo dispregiativo PIIGS per Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, indicandoli come Paesi brutti e cattivi in crisi a causa dei loro problemi strutturali e, addirittura, antropologici.
Come esempio emblematico e universale, “PIIGS” ha seguito per due anni le vicende di una Cooperativa sociale di Monterotondo che, a causa dei tagli alla spesa sociale, sta per chiudere mandando a casa 100 lavoratori e lasciando senza assistenza 150 ragazzi disabili.
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“Il mondo delle cooperative sociali è stato infangato dallo scandalo di Mafia Capitale e oggi coop come la nostra sono in crisi totale, rischiamo di chiudere sommersi da tasse e ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni. Il prossimo step sarà recapitare la stessa lettera a Renzi, per vedere se, in un periodo in cui sta riformando il settore, avrà la stessa sensibilità del Boss”. Lo ha dichiarato Salvatore Costantino, il presidente della coop cui Bruce Springsteen ha dedicato “The Ghost of Tom Joad” durante il concerto di luglio a Roma.
“È una canzone che ci rappresenta e che descrive bene le fatiche della gente povera – hanno scritto a Springsteen, in una lettera recapitata anche allo staff del rocker – perché ogni giorno lottiamo e lavoriamo per difendere la nostra libertà ed il diritto ad avere una vita dignitosa, ma questa società ha relegato la povertà umana agli ultimi posti dei suoi interessi ed il nostro lavoro è scarsamente riconosciuto e tutelato”.
Qui le informazioni sulla campagna di crowdfunding (finanziamento dal basso) per sostenere la postproduzione e la distribuzione del film:
la pagina Indiegogo:
https://www.indiegogo.com/projects/piigs-debunking-eu-austerity-greece-europe/x/3009445#/
I social:
https://www.facebook.com/PIIGSTheMovie
https://twitter.com/PIIGS_themovie

La pagina di Berta Film:
http://www.bertafilm.com/catalogue/piigs/

GLI AUTORI
Nel 2009 Adriano Cutraro e Mirko Melchiorre hanno fondato Studio Zabalik, una società di
produzione con la quale hanno realizzato come autori, tra le altre cose, “All’ombra del gigante”, un
documentario presentato al Taormina Film Festival nel 2013, premio della critica al festival
internazionale del cinema documentario “Marcellino De Baggis” e miglior opera al Gold Elephant World

Federico Greco ha esordito come autore e regista nel 1999 con “Stanley and Us”, documentario su Stanley Kubrick prodotto dalla RAI e distribuito nel mondo da RAITRADE. Dopo aver realizzato diversi altri documentari per la RAI, nel 2004 ha scritto e diretto il suo primo lungometraggio “Il mistero di Lovecraft”, distribuito da 01, Rarovideo e Paramount e selezionato nei più importanti festival internazionali. È regista, sceneggiatore, montatore.

Federico Greco | fegrec@gmail.com | 3471954569 | www.federicogreco.com
Adriano Cutraro | adrizabalik@gmail.com | 3291790146 | www.studiozabalik.com

Capita che l’attuale ministro dell’Economia, in risposta ad un incredibile articolo dell’ex direttore del Corriere Paolo Mieli, scriva una risposta che nell’home page del Corriere.it è titolato così:
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Ora, se poi si va a leggere l’articolo, Padoan ha gioco facile per smentire quanto scritto da Paolo Mieli, il quale aveva definito “abnorme” la spesa pubblica italiana, quando dovrebbe sapere che la spesa primaria (al netto degli interessi) è inferiore alla media europea. Inoltre Padoan spiega come il taglio della spesa pubblica in Italia negli ultimi anni è avvenuto realmente e proprio questo taglio sia stata la causa profonda della doppia ed ora quasi tripla recessione.
Padoan però non ce la fa. Se l’articolo di Mieli sarebbe quasi da intervento dell’Ordine dei Giornalisti (tutti sono liberi di scrivere che Tizio è bello o brutto, simpatico o antipatico, brillante o opaco: bisogna fare attenzione quando sul principale giornale italiano si scrive, ad esempio, che 1 è più grande di 2…), il ministro già al Fondo Monetario all’epoca del crack argentino condisce il suo ragionevole svolgimento con perline di questo genere:

  • il taglio della spesa è definito “sforzo di consolidamento”;
  • il “taglio lordo delle spese inefficienti ci ha consentito di ridurre le tasse”. In attesa del dato ufficiale 2016, ricordiamo come gli ultimi due anni siano stati quelli appannaggio del governo Renzi (fonte Istat)pressione-fiscale-fonte-istat
  • “il consolidamento progressivo è una realtà inderogabile per un Paese ad alto debito come l’Italia ma una contrazione così accelerata della spesa pubblica ha penalizzato la crescita italiana”. Facciamoci del mare, ancora, sì.
  • Ma se il taglio della spesa è “una realtà inderogabile”, allora, poche righe dopo, come si può scrivere “rilancio degli investimenti pubblici”?
  • Ce lo spiega il sosia di Pier Carlo Padoan nel finale dell’articolo: “Una crescita sostenuta e sostenibile richiede (…) una politica di bilancio giudiziosa, che continua a ridurre il deficit mentre dedica risorse al sostegno degli investimenti e dei consumi”. Magia.

Ad ogni modo attendiamo pochi giorni e nel Def di fine settembre faremo pulizia di parole contraddittorie e leggeremo i numeri.

E’ convocata l’assemblea nazionale dell’associazione MMT ITALIA per il giorno 8 ottobre 2016 alle ore 9:30 presso la “Sala Bianca” all’interno del complesso Arci di San Lazzaro di Savena (Bologna) sito in via Bellaria 7 (http://www.arcisanlazzaro.it/).
Verranno discussi i seguenti punti all’ordine del giorno:
-Votazione e approvazione nuovo Statuto associazione;
-Votazione per nomina nuove cariche Consiglio Direttivo;
-Varie ed eventuali
La giornata, nel dettaglio, verrà organizzata in questo modo:
-Mattina, 9:30 – 13: apertura dei lavori e a seguire votazione e approvazione nuovo Statuto. Verranno letti e votati, uno per uno, tutti gli articoli e gli eventuali emendamenti.
-Pranzo, 13-14:30: lo stesso complesso Arci che ospita la sala mette a disposizione un servizio self service per il pranzo a prezzi convenienti, quindi non avremo bisogno di spostarci.
-Pomeriggio: 14:30-18: Votazione nuove cariche sociali
Inizialmente prevista per i giorni 18 e 19 settembre, l’assemblea è stata spostata per venire incontro a diverse richieste pervenute. Inoltre è stato deciso di “comprimere” la durata dei lavori in un solo giorno per consentire la completa partecipazione anche a coloro i quali non avessero la possibilità di rimanere anche il secondo giorno.
Invitiamo quindi tutti alla massima puntualità e chiedo ai soci che avessero degli emendamenti e/o delle modifiche riguardo lo Statuto di inviarle, in forma scritta, rispondendo alla presente entro e non oltre il 3 ottobre 2016.
Nel caso in cui si decidesse di rimanere anche il giorno successivo, in particolare mi riferisco ai membri del nuovo direttivo che sarà eletto (ma non solo), esiste una struttura convenzionata situata nei pressi del complesso Arci. Le informazioni relative ai costi delle camere le trovate in allegato nel file chiamato “Camere Relais Bellaria” (ignorare la sezione dedicata alla sala).
Superfluo sottolineare l’importanza di questo evento.
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PREVISIONI ECONOMICHE PRIMA DELLA BREXIT:
Renzi: “L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sarebbe una sciagura per gli inglesi…”
Ocse:Brexit brucerà il 3% di crescita del Pil inglese entro il 2020 e il 6% entro il 2030″.
Fondo Monetario Internazionale per bocca del direttore generale Christine Lagarde: “L’impatto sull’economia britannica se il referendum del 23 giugno sancirà l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sarà da abbastanza a molto, molto grave”
Paolo Mauro, senior fellow al Peterson Institute for International Economics di Washington (ove è approdato dopo vent’anni al Fondo Monetario Internazionale): “La Brexit creerebbe grossi problemi all’economia del Regno Unito”.
POI UN BEL GIORNO VINSE IL BREXIT:
Le agenzie di rating, ignare del funzionamento dei sistemi monetari moderni, declassano immediatamente i titoli di stato inglesi…
LA REALTA’ DOPO IL BREXIT:
Nonostante il declassamento, i tassi d’interesse sui titoli inglesi diminuiscono anzichè aumentare…. “Lo Spread scende a 159 punti, mentre il Bund a 10 anni rende -0,07% (negativo!). Nuovo record per i titoli di stato inglesi dopo la Brexit”
Ansa: “Dal rapporto della Cbi, la confindustria britannica, secondo cui l’industria dei servizi – che rappresenta l’80% dell’economia nazionale – si è ulteriormente rafforzata negli ultimi tre mesi, anche dopo quindi il referendum che il 23 giugno ha sancito l’uscita del Paese dall’Ue. E a fare la parte del leone è proprio il settore dell’accoglienza, con Londra in particolare che è meta di un numero sempre maggiore di turisti. Segnali positivi che sono confermati da un rapporto di Lloyds Bank sulla fiducia dei consumatori rispetto alla loro situazione finanziaria, ai massimi dal 2011.”
Ansa: “E’ stata confermata la crescita dello 0,6% del Pil britannico nel secondo trimestre. Il dato arriva dopo due mesi dal voto favorevole alla Brexit nel referendum del 23 giugno“.
Ansa: “Indice Pmi manifatturiero è salito ad agosto in Gran Bretagna ai massimi da 10 mesi. …. la fiducia dei manager d’impresa è volata a 53,3 punti, ribaltando il livello di luglio, sotto i 50 punti”.
IlSole24ore: “La sterlina ha toccato il massimo da sette settimane dopo la diffusione dell’indice Markit Pmi sui servizi di agosto, che è andato oltre le attese. La valuta britannica è salita a 1,3372 dollari, con un rialzo di circa lo 0,45% sul biglietto verde; contro l’euro è salita dello 0,32% a 1,195. L’indice Markit è balzato ad agosto a 52,9 dal 47,4 di luglio (un aumento di 5,5 punti, il massimo da 20 anni).
Prima del voto su Brexit e anche nelle prime reazioni a caldo la maggior parte degli analisti e dei policymakers aveva dato per scontata la caduta in recessione dell’economia britannica. Gli ultimi indicatori sembrano allontanare gli scenari più cupi”.

Serve aggiungere altro?
Sì.
Utilizzeranno lo stesso terrorismo mediatico per il referendum costituzionale di ottobre. Confindustria ha già iniziato.
Dal Corriere della Sera: “La consultazione elettorale per Confindustria non farebbe altro che consegnare il Paese a una fase di instabilità. Foriera di conseguenze negative sul piano economico: aumento dei rendimenti dei titoli di Stato, aggravamento del credit crunch, aumento della spesa per interessi legata al finanziamento del debito pubblico, difficoltà del Tesoro a condurre in porto le aste dei titoli di Stato, fuga dei capitali. L’effetto di questo scenario sul Pil sarebbe il seguente: -0,7% nel 2017, -1,2% nel 2018, +0,2% nel 2019. Di fatto altri tre anni di recessione. Con una perdita complessiva di 1,7 punti di Pil. Mentre — sempre secondo l’ufficio studi di viale dell’Astronomia — la situazione sarebbe molto diversa con la vittoria del Sì: nello stesso triennio il Pil salirebbe del 2,3%. Da qui il divario di quattro punti percentuali che separa i due scenari. Ovviamente tutto questo aprirebbe una «questione lavoro»: 258 mila posti in meno con la vittoria del No a fronte di 319 posti in più rispetto a oggi se la spuntasse il Sì.”
Hai ancora dei dubbi su cosa sia meglio votare nel prossimo referendum?

Dopo il precedente articolo di Jacopo Foggi, col quale abbiamo aperto un confronto sul tema della piena occupazione e dei Piani di Lavoro Garantito, pubblichiamo ora la risposta di Lorenzo Esposito, che in Banca d’Italia si occupa di vigilanza bancaria e collabora con la Cattolica su temi quali regolamentazione bancaria e teoria monetaria e del quale, lo scorso mese di aprile, pubblicammo uno studio relativo all’applicazione dei Plg in Italia.
Esposito, è stato tra l’altro relatore proprio sulla proposta menzionata da Foggi ad un dibattito organizzato da MeMMT e Cgil presso la CIA di Siena nel corso dello scorso mese di giugno. Alla discussione parteciparono i professori Enrico Sergio Levrero (UniRoma TRE), Massimo d’Antoni (UniSiena) e Claudio Sardoni (La Sapienza), che hanno contribuito con delle riflessioni molto interessanti che ci auguriamo vorranno riportare qui, come replica, per alimentare questa discussione così importante per il paese in questo momento.
In risposta all’articolo pubblicato da Jacopo Foggi, desidero rimandare ad un articolo che dovrebbe uscire a breve sul JEI e che risponde agli aspetti più teorici dell’articolo. Qui aggiungo alcune brevi osservazioni.
Per quanto concerne il salario del programma, penso che sia un aspetto secondario. Non perché il tema in sé sia poca cosa, anzi, ma perché una volta accettata l’idea complessiva e davvero rivoluzionaria che la piena occupazione è la base di un economia moderna, questi aspetti possono poi essere indagati. A noi interessava dimostrare che anche assumendo un salario non infimo (ossia simile allo SMIC francese), il costo non sarebbe esorbitante. Non penso abbia nemmeno fare molti ragionamenti sul legame con l’ISEE perché non vi sono differenze tra salario del programma e salario in genere. Oggi lo stipendio che si riceve è indipendente da quanti figli si hanno, se la moglie è a carico, se si possiede una casa, ecc. Questi elementi vengono recuperati in sede di assegni familiari, deduzioni fiscali, ecc. Non c’è motivo perché non dovrebbe funzionare così anche il salario del programma.
Questo ci conduce al secondo aspetto: il finanziamento. Abbiamo spiegato perché si tratta di un falso problema.  Nel 2008, sotto la pressione degli eventi, i governi e le banche centrali misero sul piatto 14 trilioni di dollari. Ora ci dicono che alcuni miliardi di euro l’anno sarebbero una catastrofe? Il tema è solo ed esclusivamente politico. Mi pare anche confuso dire che il programma “non dovrebbe essere finanziato con aumenti delle tasse”. Il programma comporterebbe l’assunzione in regola di disoccupati con conseguente crescita del gettito fiscale. Questi salari verrebbero speso in consumi generando nuovo gettito fiscale. Quello che forse si intendeva è che il programma non dovrebbe comportare nuove tasse ad hoc. E io torno all’esempio delle banche: quali tasse hanno permesso il TARP, il TALF, la nazionalizzazione di RBS e di tutto il sistema finanziario irlandese, ecc. ecc.? Sugli effetti a lungo termine del programma abbiamo detto nell’articolo.
Quanto all’inflazione. La crisi del 2008 ha dimostrato che l’enorme concentrazione di reddito e ricchezza al vertice della società è non solo assurdo ma anche distruttivo e destabilizzante. Il programma è dunque uno dei molti strumenti per riequilibrare questo stato di cose: se dunque aumentano i salari non può che essere un bene. Diverso è il tema dei monetaristi che rimangono nella jungla a dire che l’aumento della massa monetaria genera inflazione. Sono degli incompetenti. Il Giappone utilizza il QE da 25 anni. Dov’è l’inflazione?
Veniamo all’effetto sostituzione. Ne parliamo nell’articolo ma aggiungo alcune cose. Le Pubbliche Amministrazioni di tutto il mondo sono ormai il principale datore di lavori precari, compresa l’Italia. Basta entrare in una scuola, in un ospedale, per vedere lavoratori interinali, cooperative a 3 euro lorde l’ora, ecc ecc. Il pieno impiego determinato dal programma aiuterebbe se mai a fermare la spirale del precariato. Va da sé che i lavoratori sottoposti al programma dovrebbero avere gli stessi diritti degli altri. Concordo peraltro con le osservazioni svolte sul servizio civile.
Concordo che il programma non basta assolutamente a rimettere a posto la situazione. Occorre cambiare radicalmente molte altre cose. Tuttavia, ogni altra politica parte dal presupposto che le autorità devono contribuire a far funzionare il mercato (ad esempio sussidi alle imprese, salari minimi, ecc.), il programma parte dal presupposto che il mercato non funziona e che la piena occupazione è compito dello Stato. Questo aspetto è semplicemente dirompente per l’economia moderna che si basa invece su una certa disoccupazione.
Piena occupazione

Iniziamo da questo articolo di Jacopo Foggi, pubblicato nel blog “Sinistrainrete”, una serie di riflessioni e analisi sulla questione dei Piani di Lavoro Garantito, che avrà modo di essere sviluppata, attraverso diversi approfondimenti, nei prossimi giorni, con interventi diversificati
Fonte: http://sinistrainrete.info/politica-economica/7817-jacopo-foggi-reddito-minimo-e-occupazione.html#
Negli ultimi mesi si sta diffondendo in misura ancora maggiore rispetto a quanto avvenuto già nel corso degli ultimi anni, il dibattito sulle varie proposte politiche di reddito di sostegno e prevenzione della povertà. Dal reddito garantito, reddito di cittadinanza, reddito minimo, reddito di partecipazione e così via.
Occorre però dire subito che, come mostra da ultimo la recente fondamentale guida scritta da Elena Granaglia e Magda Bolzoni per Ediesse (Il reddito di base), su buona parte di queste definizioni vi è, nel dibattito giornalistico, una grandissima confusione, provocata forse in buona parte a cominciare da sostenitori del cosiddetto “reddito di cittadinanza” del Movimento 5 Stelle, che hanno utilizzato questo termine per proporre semplicemente un sostegno al reddito in funzione dell’occupazione, cosa che niente ha a che fare con la definizione specifica del reddito di cittadinanza. A questa accusa di confusione occorre aggiungere che al di là di questa, colpisce anche in particolar modo la totale assenza nel dibattito di quello che invece tra le proposte politico-economiche più interessanti di politica economica per l’occupazione, proposto da una vasta rete di economisti post-keynesiani, in particolare statunitensi ma non solo, che si riconoscono in particolare nel filone del “neo-cartalismo” moderno (una teoria della moneta che evidenzia il ruolo cruciale dello stato nella determinazione dell’accettabilità e del valore della moneta). Si tratta dell’idea dei Piani di Lavoro Garantito e di Occupazione di Ultima Istanza (Employer of Last Resort Program/Job Guarantee – ELRS/JG).
La mia scelta in questo intervento è quella di partire dalla confusione concettuale e terminologica connessa alle proposte di politiche di sostegno al reddito, allo scopo di far emergere meglio le particolarità della proposta dei Programmi di Lavoro Garantito.
Cominciamo subito col dire che il famigerato “reddito di cittadinanza”, nella sua versione originaria proposta dal filosofo belga Philipe Van Parijs, e di cui in Italia è un sostenitore in particolare l’economista Andrea Fumagalli1 , è essenzialmente quella che è stata recentemente proposta, e bocciata, in un referendum in Svizzera: cioè un reddito pari un livello medio di benessere, cioè pari al reddito medio, probabilmente netto, dei cittadini di una nazione, destinato a tutti, su base individuale, incondizionatamente e indipendentemente dal livello del reddito, in base, appunto solo al requisito di essere nati in un certo stato (o di averne la cittadinanza). Si tratta quindi di una proposta politica di carattere effettivamente estremo (è, cioè, effettivamente estrema come sembra) che in quanto tale sottosta a tutta una serie di condizioni di fattibilità, di sostenibilità e di coerenza con le altre istituzioni sociali, particolarmente restrittive. Non approfondiremo questa proposta, basti solo evidenziare quali possono essere i presupposti basilari di funzionamento di una politica del genere: Uno, quante sono le persone che continuerebbero a lavorare? Due, Come fare a sostituire chi sceglie di non lavorare? Sarebbe necessario dall’oggi al domani un aumento della produttività almeno pari alla diminuzione della forza lavoro, oppure un radicale aumento delle importazioni; oppure aumentare vertiginosamente i salari dei lavori veramente indispensabili in conseguenza della loro nuova scarsità. Tutto può succedere, chissà. Ma tali mutamenti nella struttura sociale certamente non possono essere fatti dall’oggi al domani per decreto.
Per cui, tutte le altre proposte politiche di sostegno ai redditi bassi consistono in misure molto più tradizionali, e per le quali vanno più o meno bene le classiche definizioni di “sussidio di disoccupazione” e “reddito di assistenza sociale”, pur se in forme nuove, più ampie e meno discriminanti, per le quali è giusto ricercare nuove terminologie meno compromesse: ma appunto si tratta di vedere bene. Tutte queste politiche hanno dei caratteri ben precisi, che ce le fanno identificare come “assistenza sociale” o sussidi di disoccupazione:

  1. Sono perlopiù calcolate in base a quozienti familiari (se un singolo prendesse 500, una coppia convivente non prende 1000 ma per esempio 700, in quanto molte spese sono comuni, e così via). Non sono quindi redditi individuali ma solo in quanto componente di un gruppo familiare.
  2. E’ strettamente condizionato ad una prova dei mezzi, cioè alla dimostrazione di rientrare in scalini di reddito svantaggiati (anche qui in base a un reddito familiare, vedi ISEE) e non per diritto individuale di cittadinanza o altro.
  3. Sono inoltre più o meno vincolate alla disponibilità o alla effettiva accettazione di determinate occupazioni offerte o considerate idonee. Cosa che spesso li rende anche condizionati rispetto alla durata nel tempo, in particolare ovviamente per quanto riguarda i sussidi di disoccupazione.
  4. Il livello di contribuzione che viene offerto è naturalmente molto vario, ma è naturalmente il discrimine fondamentale, non c’è bisogno di dirlo. Si va dall’elemosina di 100-150 euro mensili del reddito d’inclusione del ministro Poletti ai 650-750 euro della proposta dei Cinque Stelle (a seconda di come si sceglie di calcolare la soglia di povertà).

Questi sono gli elementi fondamentali che caratterizzano una politica di assistenza sociale alla povertà da una che non lo è. La condizionalità e la prova dei mezzi. Naturalmente le condizionalità possono variare tanto quanto le proposte politiche: cioè quello che distingue le varie proposte sono appunto i vari criteri delle condizioni.
Non voglio entrare nel merito delle singole proposte, su cui si dibatte a sufficienza e su cui rimando al bel libriccino di Granaglia e Bolzoni. Ma voglio esporre meglio quella che secondo me è una delle più interessanti proposte di politiche economiche per la piena occupazione e di lotta alla povertà, facendone emergere le caratteristiche per contrasto con l’approccio “disoccupazionale” e assistenziale delle suddette proposte.
L’idea è, nella sua radicalità, molto semplice e parte dall’idea che vi sia una gran quantità di disoccupazione involontaria, e che il miglior punto di partenza per combattere la povertà sia quello di dare dei posti di lavoro alle singole persone.
Il piano è il seguente: lo Stato ha il compito di offrire un lavoro a tutte le persone disposte a lavorare al salario minimo stabilito. L’obiettivo è duplice fin dall’inizio: ottenere la piena occupazione e stabilire un pavimento, vero ed efficace, alla dispersione dei salari verso il basso, cioè alla presenza di posti di lavoro che danno stipendi inferiori alla soglia di povertà. A questi si aggiungono altri obiettivi di rafforzamento macroeconomico: rafforzamento della domanda aggregata tramite il sostegno dei redditi bassi e dell’occupazione; e stabilizzazione del valore della moneta attraverso l’intervento anticiclico del programma e rallentando le possibili pressioni al ribasso e al rialzo2 .
La strategia è che lo Stato, nelle sue diverse amministrazioni e in collaborazione anche con il terzo settore, il no-profit e con le cooperative di lavoratori, offra un lavoro a tutti coloro che sono disponibili e pronti a lavorare allo stipendio stabilito. Il punto fondamentale è ovviamente lo stipendio. La tesi fondante del programma è che il salario fornito debba collocarsi al livello base, cioè al salario minimo dove esso esiste, oppure, dove non esiste, a poco sopra la soglia di povertà. Ma prima di entrare nel vivo, sono da notare gli altri aspetti. A differenza delle altre politiche sociali, questa è, prima di tutto, su base strettamente individuale, cioè non varia a seconda della composizione e situazione economica familiare (nel caso in cui in una famiglia più persone partecipino al programma ciò li porterebbe abbastanza al di sopra della soglia di povertà calcolata su base familiare), e del tutto volontaria e incondizionata: può partecipare solo chi vuole effettivamente fare quei lavori per quella paga; il soggetto può scegliere tra i diversi progetti attuati quello a cui partecipare. A chi non vuole lavorare nel programma sono destinate le altre forme di integrazione del reddito, nella forma più esplicita dell’assistenza sociale (e naturalmente sulle modalità con cui le varie politiche sono complementari e alternative vi potranno essere scontri politici rilevanti: nella misura in cui tale politica sostituisse completamente le altre politiche questa politica si avvicinerebbe abbastanza a una situazione di “lavoro forzato”, oppure se si volesse incentivare questo tipo di sostegno potrebbe verificarsi una pressione per diminuire e irrigidire le altre forme di sostegno al reddito).
Per cui, per stabilire la soglia del reddito base, se si prende in considerazione l’Italia in cui non c’è un vero e proprio salario minimo orario, occorre stabilire il livello della soglia di povertà. Alcuni studiosi hanno preso come riferimento il reddito minimo orario basandosi sul fatto che in Francia è stabilito a 8,5 euro l’ora, e hanno tolto 50 centesimi in base alla media della differenza dei costi della vita e di altri valori3 .
Questo procedimento, purtroppo, mi pare non corrispondente in toto all’idea originaria, per cui pare più preciso procedere all’inverso. Il livello di paga oraria offerto dal programma dovrebbe essere insomma stabilito a ritroso, a partire dalla soglia di povertà. A questo proposito possiamo riprendere la documentazione Istat 2015:
«Le soglie rappresentano i valori rispetto ai quali si confronta la spesa per consumi di una famiglia al fine di definirla o meno in condizione di povertà assoluta. Ad esempio, per un adulto (di 18-59 anni) che vive solo, la soglia di povertà assoluta è pari a 819,13 euro mensili se risiede in un’area metropolitana del Nord, a 734,74 euro se vive in un piccolo comune settentrionale, a 552,39 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno.»4 5 .
Per cui, occorrerebbe prendere a riferimento il valore valido per una persona singola, e per comodità utilizzeremo la descrizione Istat del 2015.
La cifra deve quindi necessariamente variare in base alle regioni. Adesso, per pura comodità espositiva utilizzeremo questo dato per fare una media pari a 687 euro mensili (819 + 555 /2), e che potremmo certamente arrotondare al rialzo di un 5-10%, facendolo arrivare, per esempio, a 750 euro per superare di poco la soglia di povertà. Una volta stabilita questa, si tratta di vedere che cosa sarebbe opportuno e giusto che una politica economica statale per la piena occupazione chiedesse in cambio a un cittadino-lavoratore per questa cifra. Quindi, prima di tutto, quante ore di lavoro. I calcoli base sono due, o si prendono le classiche 40 ore settimanali, oppure si prendono le 36 ore dei dipendenti pubblici. A questo si può aggiungere la considerazione che, come propone per esempio Randall Wray, si potrebbero rendere disponibili una più ampia varietà di accordi orari. Per cui, è mia opinione che naturalmente maggiore è la scelta e meglio è, ma che in linea di principio non vi siano ragioni molto forti per richiedere un orario superiore alle classiche 36 ore degli altri uffici pubblici, se non nel quadro di determinati programmi lavorativi e temporanei, specie se si considera che la cifra è comunque alquanto bassa. Quindi le 700 euro mensili diventano, divise per 144 ore mensili, 4,86 euro l’ora. E’ una cifra decisamente bassa in effetti, che potrebbe pertanto essere forse arrotondata a 5 euro. A questo si aggiunga che se il programma comprendesse la possibilità di part-time, per esempio di 20-25 ore la cifra mensile verrebbe a ridursi sensibilmente (80 ore x 5 euro = 400 euro al mese). A questo livello, è facile vedere come sarebbe concreto il rischio di ripetersi dei medesimi problemi di sottoccupazione e di lavoratori poveri, specie nel Mezzogiorno.
Le cifre diversificate in base alle regioni potrebbero essere poi pensate per disincentivare un’eccessiva emigrazione dal sud: una minore differenziazione regionale fornirebbe, per esempio, una vantaggio relativo di lavorare al sud e negli altri comuni di provincia in cui il costo della vita è minore.
Per evitare i fenomeni di lavoratori poveri, il livello dello stipendio potrebbe però forse essere orientato ad una più forte politica di sostegno ai redditi bassi, aumentando il salario orario, ipotizzando così 700 euro per 30 ore, e alzando quindi il salario orario a 5,8 euro l’ora, e di dare una scelta in base ad aliquote di ore (scegliendo tra 20 ore, o 25 o 30 o 35 o 40; sempre a 5,8 l’ora: chi opta per le 40 ore arriva fino a 928 euro al mese, quasi il 20% sopra la soglia di povertà – in una città del nord quindi avremmo: 820+ 5% = 860 euro al mese di base per 30 ore alla settimana, a cui aggiungendo il 20% delle 40 ore, si arriverebbe a 1030 euro).
Per quanto riguarda l’organizzazione del programma, è a mio avviso particolarmente utile confrontare questo programma con il programma che negli ultimi anni fornisce un rilevante contributo di ammortizzatore sociale e di formazione sul campo a una grande quantità di giovani italiani: il Servizio Civile nazionale e regionale.
Data l’impostazione del programma: gestito dal pubblico, orientato alla fornitura di beni e servizi pubblici essenziali, in cooperazione e coordinazione con gli attori del terzo settore, e considerando anche che lo stipendio non è così alto, mi è sembrata particolarmente opportuna l’analogia con questo programma, che ormai dopo anni ha un ruolo alquanto istituzionale. L’esperienza del Servizio Civile Nazionale retribuito ci fornirebbe, in quanto Italia, una base a mio avviso ottimale per costruire una politica per l’occupazione di questo tipo, e per valutare una serie di elementi (in Italia, insomma, sarebbe meno possibile che altrove affermare “l’impossibilità” del programma proprio perché esso lo si sta in realtà già facendo, si tratterebbe di incrementarlo, modificarlo e integrarlo in vari modi).
Primo punto, lo stipendio. Il programma del Servizio Civile dichiara espressamente sul suo sito che quello non è un lavoro ma un servizio reso alla comunità e retribuito a mo’ di abbondante rimborso spese. Il Servizio comprende 30 ore a settimana per un rimborso di 433 euro al mese (pari a 3,9 euro/h). Lo stipendio sarebbe dato ovviamente dallo Stato ma molti lavoratori si troverebbero ad essere dipendenti o soci delle associazioni del terzo settore.
Secondo, le condizioni di accesso. Il Servizio Civile inserisce solo persone dai 18 ai 29 anni, laddove il JG comprende ovviamente tutti i maggiorenni. Il JG comprenderebbe però tutti gli altri benefit connessi al pubblico impiego, come contributi, ferie e malattie, al pari degli altri dipendenti pubblici. Terzo, la durata, se il Servizio civile è possibile farlo solo una volta nella vita della durata di un anno, il lavoro JG può essere anche, nella peggiore delle ipotesi, “a tempo indeterminato”. Contrariamente, quindi, dalle politiche per il sostegno al reddito dei disoccupati l’impiego nel programma non è limitato nel tempo e non sarebbe quindi condizionato all’uscita nel tempo più breve possibile da quel lavoro in direzione di un altro impiego “più vero”.
Uno degli obiettivi primari di questa politica è di fornire un’àncora per la definizione del valore minimo del lavoro, mediante la delimitazione delle oscillazioni e dispersioni del costo del lavoro. La finalità è quindi quella di organizzare una politica prettamente anti-ciclica focalizzata sulla piena occupazione, riducendo la dispersione verso il basso del costo del lavoro e riducendo quindi la volatilità e le oscillazioni del costo del lavoro connesse agli andamenti del ciclo dell’occupazione. Wray e Mitchell prendono ad esempio le politiche economiche di scorte di alcuni beni che hanno lo scopo proprio di stabilizzare il prezzo di questi beni. In Australia, per esempio, la lana rientra in tali programmi6 . Si tratta di stabilire un prezzo minimo sotto il quale la forza lavoro non può essere pagata, non attraverso norme e regole che poi è difficile controllare, ma attraverso la costante offerta di posti di lavoro pagati al minimo: quando si presenta un eccesso di offerta, cioè di disoccupati, lo Stato diventa un acquirente di ultima istanza, allo scopo di non far scendere il costo sotto un certo standard; quando invece il ciclo riparte, grazie anche alla stabilità della domanda fornita dal programma, i lavoratori potranno uscire dal programma via via che troveranno lavori ad un prezzo appena superiore quello offerto dal programma. La base dell’idea sarebbe quindi quella che l’occupazione di questo programma dovrebbe essere la più elastica possibile: capace di assorbire immediatamente i disoccupati, ma anche capace di lasciarli uscire alle prime avvisaglie di offerte di lavori meglio pagati, e senza troppi problemi. E’ anche per questo motivo che lo stipendio pagato dal Programma, per quanto irrevocabilmente di poco superiore alla soglia di povertà, e indicizzato di anno in anno, non può essere troppo superiore in modo tale da concorrere con l’occupazione privata e di perdere la sua funzione caratteristica di ammortizzatore sociale.
Quanto, poi, lo Stato utilizzerebbe tale programma per sostituire il pubblico impiego è una questione politica che non riguarda direttamente proposte di questo tipo. L’idea del programma è che esso sia prima di tutto aggiuntivo alle risorse esistenti, in quanto dovrebbe essere finalizzato alla piena occupazione di chi non trova altri lavori che garantiscono una dignitosa sussistenza.
E sempre a questo riguardo occorre ricordare che in nessun caso questo programma dovrebbe coinvolgere le aziende imprenditoriali private, in modo da evitare che queste sostituiscono i lavoratori con quelli pagati dallo Stato.
Arriviamo adesso alla questione del finanziamento. Si tratta della questione più complicata, da un lato perché ovviamente non si può sapere in partenza quante sono le persone che parteciperanno, dall’altra perché dipende anche dalla relazione con tutte le altre politiche di sostegno al reddito che questa politica potrebbe sostituire o integrare o rimodulare. Vi è poi il fatto di contabilizzare le diverse forme di reddito differito e le tasse; e naturalmente la questione della sostenibilità macroeconomica.
Un calcolo molto approssimativo possiamo farlo ipotizzando che per 700 euro di stipendio netto mensile, sommando tasse e contributi lo stato debba sborsare mensilmente attorno ai 900-1000 euro a persona. Se si considera che a Gennaio 2016 il numero ufficiale dei disoccupati era pari a 2.951.000, (all’ 11,8%) e che la cosiddetta disoccupazione fisiologica e frizionale è più o meno attorno al 2-3%, di questi 3 milioni possiamo aspettarci che circa 2.500.000 siano quelli che sarebbero propensi a lavorare per un salario decente. A questi andrebbero aggiunti comunque tutti quelli che, specie nel Meridione ma non solo, lavorano a livelli schiavistici per cifre inferiori (vedi alla voce caporalato), e chi trova solo lavori estremamente saltuari e con orari incerti (contratti a chiamata e a zero ore, part-time involontari) che potrebbero optare per i lavori del programma. In Italia i sottoccupati che dichiarano di voler lavorare più ore rispetto agli orari che fanno sono circa altri 3,5 milioni. Sarebbe quindi facile arrivare ad almeno circa 4 milioni di persone in cerca di lavoro che potrebbero voler lavorare nel programma. 4 milioni per 1000 euro al mese, fanno 4 miliardi di euro al mese, che per 12 mesi farebbero 48 miliardi di euro all’anno, per i soli stipendi. Includendo alcune spese di gestione, fornitura di mezzi e strumenti e di supervisione, potremmo facilmente arrivare attorno ai 50 miliardi, ma forse di più. Il finanziamento del programma di JG non dovrebbe essere finanziato con aumenti delle tasse.
50 miliardi di euro corrispondono a circa il 2,5% del Pil italiano, e quindi più o meno al 5% della spesa pubblica. Altre stime, come quella prima citata, arrivano a 34 miliardi e al 2% del Pil.
La stima differente fatta dai già citati Mastromatteo e Esposito, calcolano un salario orario di 8 euro, per 1500 ore annuali, pari a 1000 euro al mese per 1, 7 milioni di persone. Stimando così una spesa pari a 34 miliardi di euro.
Notano che nel 2012 lo stato ha speso 29 miliardi in sussidi di disoccupazione e politiche per l’occupazione, così che solo 5 (o 16) sarebbero quelli strettamente aggiuntivi.
Come sarebbe possibile per uno Stato che fatica a trovare pochi milioni per qualsiasi cosa, trovare una cifra simile? Qui si entra in tutta la questione classica del “da dove vengono i soldi?”.
Senza voler ripetere e dibattere un tema di fondamentale importanza e naturalmente dibattuto più volte da tanti autori importanti, vale comunque la pena ricordare una serie di cose essenziali. Primo, qualsiasi paese moderno, grande ed economicamente sviluppato, come è quello italiano, potrebbe tranquillamente permettersi di emettere il 2% per cento del Pil in obbligazioni. Naturalmente sarebbe opportuno che vi fosse collaborazione tra alcuni istituti finanziari per detenere questi titoli a lungo termine. Il primo tra questi dovrebbe essere naturalmente la Banca centrale, ma come sappiamo i paesi europei da questo punto di vista sono alquanto “impediti”. E’ chiaro che la BCE potrebbe farlo in qualsiasi momento, ma che è per ragioni schiettamente ideologiche che si ritiene immorale e/o economicamente inefficace nel lungo termine una politica di questo tipo7 . Lo Stato italiano potrebbe farlo comunque senza uscire dall’euro? Probabilmente sarebbe possibile, facendo rientrare i titoli emessi per il JG nell’ambito del programma di Quantitative Easing, ma ci si scontrerebbe con il secondo problema, quello del saldo con l’estero. Se i rapporti di competitività e le ragioni di scambio tra le nazioni non variano, con un aumento della spesa aggregata le importazioni aumenteranno più che proporzionalmente all’aumento del reddito, costringendo il settore finanziario privato ad accumulare debiti esteri, particolarmente volatili (questa è la radice della crisi dell’euro, per chi ancora pensasse che si è trattato dello Stato brutto e corrotto). Per questo, la possibilità di svalutare va vista come una componente essenziale per potersi permettere politiche più espansive, non solo come uno stimolo espansivo indipendente. Il terzo punto è quello dell’inflazione: «ma finanziare in deficit non genera inflazione?» Abbiamo visto che l’incremento netto di spesa si aggirerebbe attorno ai 20 miliardi di euro, cioè un aumento del deficit inferiore al 2% del Pil. E’ vero che se l’economia non risponde con relativa prontezza allo stimolo della domanda, ciò può significare che vi sono strozzature nell’offerta e bassa propensione agli investimenti delle nostre aziende. Ma da un lato occorre ricordarsi che questa è una conseguenza della crisi industriale causata dal crollo della domanda e che quindi occorre agire d’urgenza in senso opposto, e dall’altro che, come abbiamo notato prima, queste politiche potrebbero essere orientate alla fornitura di infrastrutture e di servizi per l’aumento dell’efficienza produttiva dell’apparato burocratico e amministrativo dello Stato, cioè investimenti pubblici ad alta intensità di lavoro. Uno dei punti principali di interesse di questa proposta è che ci invita a riflettere sulla quantità di possibili beni e servizi che sarebbe possibile fornire alla cittadinanza aumentando il tasso di occupazione, invece di dare per assodato il fatto che si sia costretti e rassegnati a far restare le persone inoperose. Occorre insomma ricordarsi dell’enorme potenziale umano e produttivo, in particolare giovanile, che la disoccupazione spreca.
Naturalmente questo non significa che sia “produttivo” solo il lavoro remunerato e “ordinato”da qualcuno, che sia lo Stato o le imprese. E a questo proposito ci si collega ad una spetto particolarmente interessante, che collega questa proposta all’idea di “reddito di partecipazione” proposta da Richard Atkinson. La sua idea è sostanzialmente molto simile a questa del JG, ma in cui fra i lavori in contropartita del reddito vengono inserite anche attività di volontariato e di studio e formazione, ovviamente dimostrabili.
Una modalità intermedia potrebbe essere quella di calcolare i 700-750 euro in base ad un orario ridotto, per esempio 25 o 30 ore, e dando la scelta dell’orario come si diceva prima, così che le persone possono avere del tempo per dedicarsi ad altre attività: impostando la soglia a 30 ore, si hanno 5,9 euro l’ora, così che chi facesse solo 25 ore, per esempio, prenderebbe comunque 590 euro, (e chi ne fa 40 arriva, come si diceva prima a 930 euro).

Criticità
Una delle questioni più problematiche è, come abbiamo già accennato, quella del livello dello stipendio alla soglia di povertà. Diversi autori accusano insomma questa politica di assomigliare un po’ troppo all’ “Esercito industriale di riserva” di marxiana memoria. Alcuni accusano per esempio il fatto che l’idea di creare piena occupazione senza inflazione è un po’ un controsenso, perché se la piena occupazione non genera inflazione significa che è un’occupazione troppo povera per poterla considerare un’occupazione sana e dignitosa. E fanno infatti notare che in alcuni paesi negli ultimi decenni si è assistito ad un aumento dell’occupazione ma al prezzo di un’espansione vertiginosa dei “lavoratori poveri” e che per questo l’inflazione è rimasta stagnante: a causa di una finta piena occupazione, fatta di sottoccupazione e diworking-poor. Se si considerasse non il livello di disoccupazione ma di sottoccupazione, si vedrebbe infatti che l’assenza di inflazione si spiega benissimo, perché in realtà la piena occupazione non è mai tornata. Il mantenimento di una massa di popolazione ad un livello salariale sulla soglia della povertà (per poco non povero) non incoraggerebbe i lavoratori a lottare e a strappare salari più elevati, aumentando la quota di reddito che va ai salari, poiché sarebbe sempre possibile assumere nuovi lavoratori dal bacino del programma a paghe appena sopra la soglia di povertà. Il discorso sarebbe molto ampio e complesso,e richiederebbe dati ed esempi empirici legati anche al contesto istituzionale, è quindi difficile stabilire a priori l’entità di tali effetti. E’ importante però ricordare che attualmente la pressione al ribasso è trainata da una massa enorme di disoccupati che guadagnano zero; e che l’esercito industriale di riserva di Marx era composto da persone temporaneamente senza lavoro, non di persone che lavoravano con stipendi bassi. Una delle critiche più forti che una tale proposta subisce è quella di essere insostenibile in quanto alimenterebbe troppo la domanda, l’inflazione e il potere dei lavoratori rispetto a impieghi pagati ben al di sotto della soglia di povertà (che, si dice, non potrebbero permettersi di pagare stipendi più alti). E’ quindi curioso che venga accusata anche dell’esatto opposto. Ricordiamo che uno degli obiettivi è quella di stabilizzare la domanda, il ciclo economico e il valore della moneta e che quindi il fatto di smorzare in qualche modo i possibili picchi di rivendicazione salariale che superino gli andamenti della produttività complessiva, non significa che il programma non fornisca un importante sostegno al reddito delle persone e un maggiore potere contrattuale a determinate categorie di lavoratori. Naturalmente potrebbe esserci il rischio che il sostegno ai redditi inferiori alla soglia di povertà possa in certi casi spingere al ribasso i redditi di poco superiori, con la conseguenza di uno schiacciamento dei salari in direzione della soglia di povertà. Si tratta del rischio concreto di un possibile effetto analogo di “esercito industriale di riserva”, anche se a un livello superiore di reddito: è vero che se c’è una soglia di 700 euro ben più difficilmente potrò azzardare a offrire 400 euro, ma è probabile che chi per un lavoro analogo ne prendeva 1500 si trovi costretto ad accettarne 800; nella misura in cui nel bacino vi sono un numero elevato di persone in cerca di nuove occupazioni. Occorrerebbe quindi sviluppare degli strumenti difensivi.
La stessa dinamica rischierebbe di verificarsi, in una misura forse ancora maggiore nel pubblico impiego. Questa è a mio parere il maggiore punto di criticità, di fondamentale importanza in quanto rappresenterebbe un rischio ancora più concreto e molto grave, fino ad inficiare questa proposta nel complesso. Il programma di JG, rischierebbe di andare a sostituire i normali posti di lavoro nel pubblico impiego a fronte di persone in cerca di lavoro che costano meno e sono disposte a lavorare per una paga più bassa. Questo rischio è già infatti in atto anche in relazione al Servizio Civile: il blocco del turn-over e in generale delle assunzioni è stato largamente compensato assumendo i giovani che lavorano con il servizio civile, che vanno a fare lavori utili ed essenziali, spesso ad alta qualificazione (educatori e formatori, insegnanti di lingue ecc.) con un paga che come abbiamo visto equivale, nel nord-Italia, alla metà della soglia di povertà Questo potrebbe verificarsi in particolare in paesi come l’Italia in cui il cronico basso livello di occupazione comporterebbe un rischio di sovradimensionamento dei programmi JG, e quindi spendere costantemente una cifra elevata in impieghi pubblici a scarso valore aggiunto, minando una politica di impieghi pubblici di alto livello e utili ad una programmazione economica di alto livello e articolata in base ai bisogni reali di una società avanzata (formazione, consulenza, programmazione, informatica, conservazione dell’ambiente, sanità, servizi pubblici, economia circolare, politiche energetiche e ingegneristiche ecc.). Il JG come dispositivo di dequalificazione progressiva dei servizi pubblici, e l’impiego pubblico come ammortizzatore sociale di massa di bassa qualificazione. E’ quindi importante che questo programma non vada certo a rappresentare la modalità ufficiale del pubblico impiego, neanche per i lavori a bassa qualificazione (operatori ecologici, netturbini ecc.), e che non si ponga assolutamente in competizione con i contratti di lavoro nazionale del pubblico impiego. Un modo può forse essere quello di diminuire l’orario di lavoro dei lavoratori nel programma, così da rendere più evidente il carattere “aggiuntivo” dei lavoratori rispetto all’organico ufficiale di associazioni e uffici pubblici; oppure stabilire degli obblighi contrattuali di futura assunzione allo stipendio ufficiale del pubblico secondo il Ccn. Altre possibilità possono e devono essere pensate, in quanto si tratterebbe di un elemento che renderebbe questo programma del tutto inaccettabile, e che farebbe preferire quindi tutte le classiche politiche di sussidio di disoccupazione condizionate all’occupabilità (la flex-security classica). L’occupazione nel programma deve essere anticiclica, flessibile e il più possibile temporanea; si tratta di un ammortizzatore sociale che serve a sprecare il minor numero possibile di capacità umane, non certo a sostituire i lavoratori delle pubbliche amministrazioni che si occupano della cosa pubblica, che avrebbero anzi bisogno di rafforzamento, risorse, strumenti e ampliamento dell’organico ad elevata qualificazione8 .
Un altro fattore critico fondamentale è quello del rapporto con la situazione familiare. Uno dei componenti dell’ISEE è infatti anche quello se si vive in casa di proprietà oppure si è in affitto. In linea di principio lo stipendio JG è uguale per tutti e non fa distinzione tra chi è in affitto e chi no, avvantaggiando quindi questi ultimi, considerando che la spesa per affitto è, specie in certe città, la voce di gran lunga maggiore del bilancio famigliare. Un parte di questa cifra è connessa con le differenziazioni regionali: a Roma e Milano il costo della vita è certamente maggiore che a Eboli. Su questo non ho risposte, anche se l’ISEE verrebbe comunque fatto in base ai redditi percepiti dal programma e quindi chi paga l’affitto svilupperà poi altre agevolazioni indipendenti. Lo stesso vale per chi vive da solo o chi vive con altri che ricevono la paga dal programma: a causa delle economie di scala domestiche chi vive in più persone risparmia.
Ma il punto importante è quindi quello di evitare che l’aumento della domanda aggregata dovuto a queste politiche venga assorbito da aumenti dei prezzi di certi beni, in particolare penso all’affitto. Data l’importanza di questa spesa per il reddito reale delle persone, il programma JG non può quindi evitare e anzi richiede, la necessità di politiche di calmieramento dei prezzi, in particolare in alcune città, come parte delle vere “riforme strutturali” di moderazione dei prezzi.
Altre criticità sono: la quantità di spesa sostenibile, e il rapporto con gli altri sussidi. Se uno stato può permettersi al massimo 40 miliardi di spesa in deficit aggiuntiva, non sarebbe meglio utilizzarne 20-30 per il programma JG e gli altri 10-20 per altri investimenti pubblici per la modernizzazione dell’economia? Rischierebbe di essere poco produttivo nel lungo termine occupare una spesa rilevante per fornire lavori a bassissima o nulla qualificazione, togliendola ad altri processi di sviluppo, innovazione, formazione, modernizzazione dell’economia pubblica e privata.
In sostanza, mi sembra di poter dire che quello dei piani di lavoro garantito non costituirebbe uno strumento ottimale di fuoriuscita dalla crisi, dal momento che sarebbe più opportuno combattere più frontalmente la dinamica della deflazione salariale, che tali programma consentono di combattere solo in parte. Tuttavia, una volta ritornati a livelli di disoccupazione pre-crisi (7-8%) costituirebbero un metodo di ammortizzatore sociale ottimale per soddisfare in modo elastico quel livello di disoccupazione più difficilmente (sempre di più?) assorbibile nei canali tradizionali di una buona occupazione pubblica e privata.
Ovviamente, quindi, questa politica non fornisce risposte a tutti i problemi, ma mi sembra che se ben architettato, e organizzato in chiave non sostitutiva di pubblico impiego ma aggiuntiva ad una situazione che si approssima a un livello più basso di disoccupazione di quello attuale, possa comunque costituire un passo importante per dare un quadro teorico coerente all’idea di “diritto al lavoro”.


Note
1 Si vedano le discussioni sul network www.bin-italia.org . Oltre al classico VanParjis Il reddito minimo universale, UBE, 2013.
2 Questa fa parte degli aspetti di criticità del programma. Secondo gli autori questo programma mirerebbe a creare piena occupazione senza inflazione, cioè senza che le pressioni al rialzo sui salari superino in modo prolungato gli incrementi di produttività. Il punto è politico-istituzionale: quanto questo programma faciliterebbe o sostituirebbe una centralizzazione della politica dei redditi in funzione anticiclica e stabilizzante? Una funzione spesso attribuita a grandi sindacati centralizzati (con i relativi rischi di “cattura ideologica”).
3 Vedi Mastromatteo ed Esposito: https://mmtitalia.info/wp-content/uploads/2016/04/Programma-di-Impiego-Pubblico-di-Ultima-Istanza.pdf
4 Vedi: http://www.istat.it/it/files/2016/07/La-povert%C3%A0-in-Italia_2015.pdf?title=La+povert%C3%A0+in+Italia+-+14%2Flug%2F2016+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf
5 Chiunque può andare sul sito Istat e vedere quanto è povero o no rispetto ai suoi corregionali:http://www.istat.it/it/prodotti/contenuti-interattivi/calcolatori/soglia-di-poverta
6 Vedi di William Mitchell The Buffer Stock Employment Model and the NAIRU -The Path to Full Employment.
7 L’idea è che queste sarebbero spese perlopiù improduttive che aumentano la spesa corrente dello stato, e che quindi “nel lungo periodo” ciò disincentiverebbe la produttività in quanto le imprese verrebbero “drogate” dalla spesa pubblica e sarebbero disincentivate ad investire. Qualcosina di vero in questo forse può esserci, ma non si tratta affatto di una critica al programma quanto piuttosto di una sua regolazione opportuna, orientata a settori non di mercato ma di interesse infrastrutturale, come la formazione, o per aumentare e sostenere la competitività delle imprese nazionali, come anche per esempio una vera informatizzazione della pubblica amministrazione, fra le altre cose. Occorre poi naturalmente ricordare che a livello contabile, il settore privato aggregato può avere dei surplus (profitti e risparmi) solo se il pubblico o il resto del mondo sono in deficit con il nostro settore privato, e siccome tra i due il soggetto finanziariamente più solido è il pubblico, il deficit di quest’ultimo è comunque essenziale al fine di un settore privato prospero. Sulla quantità e sui modi ovviamente si deve discutere.
8 Da questo punto di vista una proposta politica macroeconomica di assunzioni pubbliche qualificate viene portata avanti da un gruppo di studiosi dell’Università di Torino. La proposta consiste essenzialmente nell’assunzione diretta di 1 milione di nuovi lavoratori in particolare giovani laureti ad alta qualificazione per sopperire ad una cronica mancanza di personale, in particolare qualificato, all’interno della pubblica amministrazione italiana: 1300 euro netti per 13 mensilità; per un costo tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Finanziato con una mini-patrimoniale sulla ricchezza finanziaria della durata di soli tre anni, dopo i quali la crescita economica ne consentirebbe l’autofinanziamento.
Vedi: http://www.propostaneokeynesiana.it/presentazione.php
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