Alla vigilia dell’incontro pubblico organizzato da MMT Italia il 25 giugno, ci preme ribadire il nostro punto di vista, per condividerlo con gli attivisti che vorranno essere presenti.
Pensiamo che non ci sia modo di attuare la Costituzione restando all’interno dell’Unione Europea, e certamente cambiarla ci allontana in modo irreparabile da quel modello politico, sociale ed economico disegnato dalla nostra Carta.
MMT (Modern Money Theory, teoria della moneta moderna) è la teoria economica che fornisce un’interpretazione del mondo contemporaneo chiara e precisa, tanto da aver saputo predire con enorme anticipo tutto quello che ci saremmo trovati ad affrontare in Eurozona, dalla disoccupazione strutturale a due cifre, ai fallimenti bancari, alla deflazione, alla distruzione del welfare, alla competizione insostenibile per alcune aree e gli operatori economici che non hanno un santo un paradiso, leggi un lobbista in commissione.
La stessa MMT fornisce gli strumenti di finanza funzionale per l’interesse pubblico, di comprensione dei bilanci statali settoriali per il perseguimento di obiettivi economici, sociali e politici a vantaggio del 99% dei cittadini, strumenti capaci di far fronte alle sfide della globalizzazione e di garantire la Piena Occupazione e la stabilità dei prezzi. E’ la teoria economica che più di altre corrisponde ai principi espressi dalla Carta Costituzionale, in grado di difenderla e attuarla come mai fu fatto prima. Non possiamo ignorare che da subito, in questa Repubblica, furono applicate politiche economiche liberiste, che, in contrasto con i principi stessi espressi nel Titolo III, ne impedirono di fatto la realizzazione.
L’integrazione europea ha ulteriormente aggravato la situazione, essendo guidata da parametri economici del tutto fuorvianti da quel progetto sociale che ci eravamo prefissi e che è, ricordiamolo, il patto su cui si fonda l’appartenenza a questo Stato, il dovere di adempiere alle sue leggi e i pieni diritti che ne devono derivare. Lo Stato non è stato superato. Non c’è nessun’altra entità giuridica che abbia vera legittimità a invalidarlo.
Per questo motivo, con l’incontro di Roma “Non c’è democrazia politica senza democrazia economica”, MMT Italia intende aprire un percorso di confronto sia con personalità e associazioni portatrici di competenze e conoscenze specifiche e affini, sia a quei partiti politici o movimenti i quali avranno poi il compito di tradurre in azione politica concreta il disegno idealistico sia della Teoria della Moneta Moderna che la nostra Carta Costituzionale.
Aspettiamo tutti gli attivisti italiani a Roma, presso il largo Dino Frisullo, “Città dell’Altra Economia”, sabato 25 giugno a partire dalle 14.30.
Saranno presenti come relatori, nell’ordine, il professor Sergio Cesaratto, il professor Stefano Sylos Labini, e seguirà poi dibattito con l’onorevole Alfredo D’Attorre (Sinistra Italiana), Antonio Maria Rinaldi (Alternativa per l’Italia) e Alfonso Gianni (Comitato per il No al Referendum costituzionale).MMT E LA NUOVA RESISTENZA

La resistenza oggi si fa con le armi della conoscenza tecnica, autorevole e aggiornata alla realtà esistente, la sola capace di porsi come antagonista e contrattaccare l’ordine economico e politico costituitosi a livello sovrannazionale e a livello nazionale, al di fuori del controllo democratico e del rispetto della sovranità popolare.

Non c’è democrazia politica senza democrazia economica. A questa drammatica situazione di impotenza politica e di impoverimento economico, ci ha condotto l’irresponsabile onnipotenza di parametri imposti dall’unica verità ideologica ammessa, quella liberista e mercantilista.

Abbiamo solo i diritti che sappiamo difendere. Che siano scritti è importante, ma non basta. Ci ritroviamo a dover combattere, come fecero i nostri padri e i nostri nonni. Le modalità sono cambiate, ma il coraggio necessario e l’impegno sono sempre gli stessi. Non possiamo esimerci. La Repubblica ha bisogno di noi. Dopo aver preso, dobbiamo dare.

Agli attivisti MMT – Qui per iscrizione
Dopo 4 anni di attivismo è giusto incontrarci per fare il punto, tutti insieme, per un confronto aperto e condiviso sulle sfide che abbiamo superato e quelle che ci aspettano.

A tutti – Ingresso libero
Molto in realtà si sta muovendo, sia in ambiente accademico che in quello politico. E sono passi molto importanti.
Ci sono economisti che si espongono a fare appelli direttamente al popolo e non più solo al governo, che si è dimostrato, negli ultimi anni, sordo e connivente. Si uniscono allo sforzo collettivo di difendere e ristabilire la nostra Costituzione. Potremo ascoltarli insieme e porre la questione fondamentale del ripristino del modello socioeconomico repubblicano a quei politici che hanno dimostrato sensibilità e comprensione della sua importanza e urgenza, perché ci dicano, secondo loro, quale può essere la via percorribile per arrivarci.

La MMT in Italia non è separata dalla realtà sociale e politica del Paese, ma è qui per aiutare a fornire quelle armi indispensabili alla Nuova Resistenza.
L’Associazione MEMMT (MMT ITALIA) organizza una giornata di aggiornamento, confronto e condivisione aperta agli attivisti e simpatizzanti MMT e a tutti coloro che desiderano partecipare.
SCARICA QUI IL PROGRAMMA (VOLANTINO FORMATO STAMPA)
Calendario
Sabato 25 giugno 2016
Città dell’Altra Economia – Largo Dino Frisullo – 00153, Roma
Mattino: 9.30/12.30 – Summit Attivisti MMT
Pomeriggio: 14.30/17.30 – Il Manifesto degli Economisti – “L’Economia che difende la Democrazia e la Costituzione”
Relatori: Prof. Cesaratto, Prof. Sylos Labini – Dibatto con Alfredo D’Attorre (SI), Antonio Maria Rinaldi (ALI) e Alfonso Gianni (Comitato per il NO).
MMT E LA NUOVA RESISTENZA

In queste amministrative 2016, dove si vota per eleggere i consigli comunali di importanti città e paesi italiani, se ne son sentite di tutti i colori. Generalmente le varie forze politiche hanno promesso come al solito mari e monti, dimenticandosi (o facendo finta di non conoscere) i meccanismi del subdolo patto di stabilità, in base al quale se la giunta comunale ha dei soldi in cassa risalenti, ad esempio, all’annualità del 2015, non può utilizzarli e per finanziare lavori nell’anno 2016 deve necessariamente trovare delle entrate di pari valore in questo stesso anno (pur avendo in cassa migliaia o milioni di euro dagli anni passati!) e deve quindi tassare sempre più i cittadini o svendere il patrimonio pubblico nel corso del 2016 (per approfondire, vedi qui: http://mmtitalia.info/leconomicida-per-eccellenza-come-funziona-il-patto-di-stabilita/).
Già questo sistema di ammanettamento della spesa pubblica locale dovrebbe far gridare allo scandalo le varie forze politiche locali, e soprattutto esse dovrebbero chiedere con forza in campagna elettorale di uscire da questo perverso meccanismo generatore di miseria, mettendo come primo punto del programma elettorale l’unione con altri sindaci di tutta Italia per la rottura del patto di stabilità stesso. Invece no. Meglio continuare ad essere ignoranti sul tema e pensare che “se un comune non riesce a realizzare opere è perché l’amministrazione è inefficiente”. Sì, vabbè.
Ma c’è di più.
Le varie forze politiche, praticamente in tutti i comuni italiani dove esse sono candidate, hanno portato avanti un progetto ancora più vergognoso, progetto espressione diretta dell’Unione Europea. L’idea è questa: “visto che i soldi non ci sono nei comuni, una volta che amministreremo questa città, cercheremo di reperire quanti più Fondi Europei possibili”.
Geniale! Finalmente possiamo sconfiggere questa crisi con i fondi europei generosamente elargiti dalla misericordiosa Unione Europea. Quanta grazia.
Sì, ma in cosa consistono questi fondi Ue?
Premetto che la materia è burocraticissima, ma io voglio spiegarla in maniera breve. In sostanza, ogni stato membro dell’UE contribuisce al bilancio dell’UE stessa. Invia soldi presi dalle nostre tasse, denaro che torna indietro sotto forma di fondi europei di vario tipo. Ma quindi sono un affare? No.
Ecco perchè:
1. I fondi europei che tornano indietro ad un paese come l’Italia sono briciole. Come si vede dall’immagine sotto riportata, dal 2000 ad oggi abbiamo un saldo negativo nei confronti dell’UE che ammonta a ben 72 miliardi. 72 miliardi di euro che sono spariti dalle nostre tasche, grazie alle tasse che abbiamo pagato. Nei tempi recenti abbiamo versato al bilancio europeo praticamente 6-7 miliardi di euro in più ogni anno rispetto a quelli che ci tornavano indietro (vedi immagine), e soprattutto abbiamo sottratto ricchezza finanziaria dalle tasche degli italiani in un momento di forte crisi di consumi come quello che stiamo attraversando oggi.

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2. Noi siamo contribuenti netti al bilancio europeo, quindi versiamo più di quanto ci torna indietro, ma ci sono molti paesi UE che sono beneficiari netti: ottengono più soldi di quanti ne pagano con le loro tasse. Esempi sono la Polonia, la Grecia, la Spagna. Che significa tutto ciò ? Che siamo un paese in crisi occupazionale e di domanda, ma che stiamo finanziando altri paesi dell’UE, tra cui la Polonia che ad esempio non soffre di crisi occupazionali come quella dell’Eurozona (anche perchè si guarda bene dall’entrare nell’Euro). I soldi delle tasse dei cittadini italiani vanno a finanziare progetti all’estero, in certi casi anche in paesi che stanno meglio di noi. Sei contento di tutto ciò? Io ho i miei dubbi.
3. Ce ne sarebbe già abbastanza per catalogarli come una presa per i fondelli, ma non basta: una volta che arrivano i fondi europei, questi devono essere ulteriormente co-finanziati dagli stati membri che beneficiano dei fondi, in quote che vanno dal 50 all’85% del fondo stesso. Non solo sganciamo più soldi all’UE di quelli che ci tornano indietro, ma quando i famigerati fondi arrivano dobbiamo pure nuovamente cofinanziarli.
4. Il co-finanziamento è uno strumento di controllo della spesa pubblica. Perchè la spesa pubblica a livello di governo centrale è già vincolata dal deficit limitato al 3% del PIL, inoltre a livello locale la spesa è limitata dal patto di stabilità interno, e con queste difficoltà di reperire fondi per la sanità, la sicurezza e tutti i servizi pubblici essenziali a causa dei parametri fiscali europei, dobbiamo anche andare a trovare ulteriori fondi per co-finanziare fette ingenti dei fondi europei.
5. “Sì, però una volta che arrivano i fondi, almeno possiamo spenderli come vogliamo, per promuovere aree bisognose”.
Eh no. I fondi europei sono vincolati allo sviluppo di progetti di interesse europeo, stabiliti a Bruxelles dalla Commissione Europea. Lo stato membro, prima di ottenere i fondi, stipula con la Commissione un “Accordo di Partenariato”, dove vengono definite tutte le modalità di utilizzo dei fondi stessi. L’accordo ovviamente non lascia libertà agli stati membri, ma deve essere approvato nei minimi dettagli dalla Commissione stessa. Guai a sgarrare, la Commissione definisce la strategia, gli stati si adeguano. Non ci credete? L’Italia ha predisposto la bozza di partenariato per i fondi UE 2014-2020 a dicembre 2013. A marzo 2014 la Commissione ha fatto pervenire al governo italiano delle modifiche all’accordo stesso. Il governo si è uniformato alla decisione Ue e ha mandato la versione revisionata ad aprile 2014. Andava bene? No. A luglio 2014 la Commissione ha mandato al governo ulteriori osservazioni e raccomandazioni, alle quali ovviamente il governo ha dovuto adeguarsi, fino all’approvazione definitiva dell’accordo su come utilizzare i fondi ad ottobre 2014. Tenete conto che se lo Stato non adempie al co-finanziamento dei fondi stessi, sono presenti tutta una serie di sanzioni economiche, ad un paese già in crisi come il nostro. Non so se ci si rende conto della perdita di sovranità alla quale siamo arrivati.
Ma in fondo, perché risolvere questa crisi epocale tornando ad una moneta sovrana, con la flessibilità del tasso di cambio che permette di reagire agli shock esterni, e con la possibilità di aumentare il deficit per rispondere a crisi di domanda come quella che stiamo vivendo oggi?
No, molto più efficace avere una moneta troppo forte per la nostra economia, essere vincolati ad un deficit massimo del 3% o fare pareggio di bilancio, non riuscire a garantire i servizi pubblici essenziali, e sperare nei magnificenti fondi europei.
Geniale, no?
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per scaricare il pdf.Totò truffa

Ringraziamo il blog Vocidallestero.it per la traduzione dell’articolo di Bill Mitchell, economista MMT australiano.
Qui il link all’articolo originale.
Bill Mitchell legge desolato i report di FMI, Eurostat ed Eurobarometro. In alcuni paesi un’intera generazione di giovani è già condannata alla marginalizzazione sociale ed economica. Il Progetto Europeo procede verso l’inesorabile autodistruzione, mentre la Sinistra persevera nel suo delirio della “Europa unita” e la Destra radicale conquista, in modo più pragmatico, ampi settori dell’elettorato (come previsto, ricordiamolo, dal prof. Bagnai cinque anni fa). L’unica sorpresa è che per ora le élite dominanti continuano a dominare, ma Mitchell ci ricorda che un drammatico capovolgimento dell’ordine politico è solo una questione di tempo.Bill Mitchell all'università Roma 3
di Bill Mitchell, 26 maggio 2016
A volte è come se dovessi darmi un pizzicotto per capire se quello che sto leggendo è un sogno o la realtà. Un po’ di articoli recentemente mi hanno fatto questo effetto, non ultimo il recente report del Fondo Monetario Internazionale (FMI) sull’‘Analisi della Sostenibilità del Debito per la Grecia, che prevede che il livello di disoccupazione nel paese ellenico resti al di sopra del 10 percento ancora per molti decenni. Gli ultimi dati Eurostat sui flussi del lavoro mostrano ugualmente una situazione fosca, per un paese che è stato deliberatamente distrutto dall’ideologia neoliberista. L’ultimo studio dell’Eurobarometro, di quest’anno, sulla gioventù europea mostra chiaramente ciò che la prossima generazione di adulti pensa di tutto ciò: si sentono emarginati dalla vita sociale ed economica. La Troika e i suoi compari nelle grandi aziende stanno facendo un’eccellente lavoro di distruzione delle prospettive economiche per figli e nipoti europei, e anche oltre, anche per i figli dei nipoti. Tra qualche secolo le persone ripenseranno a questo periodo storico come a un medioevo in cui pochi maniaci affamati di potere hanno dominato sui popoli, prima che scoppiasse il caos e la rivolta.
I flussi del lavoro in Europa
L’ultima pubblicazione Eurostat sui flussi del lavoro (pubblicata il 20 maggio 2016) mostra che [solo] il 18 percento delle persone disoccupate in UE ha trovato un lavoro – e questo conferma l’evidenza di un mercato del lavoro europeo gravemente sottotono.
I flussi del mercato del lavoro “mostrano gli spostamenti degli individui tra le categorie di occupati, disoccupati, ed economicamente inattivi, e include nell’analisi l’osservazione delle variazioni nette tra queste categorie“.
Leggete il post sul mio blog: Cosa ci dicono i flussi del lavoro? se volete una discussione più approfondita su questo.
L’analisi dei flussi lordi ci permette di capire come i lavoratori si spostano tra le varie categorie presenti nel mercato del lavoro (occupazione, disoccupazione, inattività) di mese in mese. In questo modo possiamo vedere l’entità degli spostamenti in ingresso e in uscita nella forza lavoro e tra le varie categorie.
In ogni dato periodo c’è un gran numero di lavoratori che entra ed esce da ciascuna categoria del lavoro: occupazione (“E” [da “employment“, NdT]), disoccupazione (“U” [da “unemployment“, NdT]), e fuori dalla forza lavoro (“N” [da “not in the labour force“, NdT]). La misura di stock ci dice qual è il livello all’interno di ciascuna categoria in un dato momento, mentre i flussi ci dicono come si spostano le persone tra le varie categorie da un periodo all’altro (ad esempio da un mese all’altro).
I cambiamenti netti di mese in mese – tra le misure di stock – sono relativamente ridotti rispetto ai flussi totali in entrata e in uscita rispetto a ciascuna categoria della forza lavoro.
Gli statistici misurano questi flussi durante i loro sondaggi periodici sulla forza lavoro – ogni trimestre nel caso dell’Eurostat.
I vari stock e flussi vengono denominati come segue:
E = stock dell’occupazione, con la specifica t = periodo attuale, t+1 = periodo successivo.
U = stock della disoccupazione.
N = stock escluso dalla forza lavoro
EE = EE flusso dall’occupazione all’occupazione (vale a dire persone che erano occupate nell’ultimo periodo e che lo sono ancora)
UU = flusso dalla disoccupazione alla disoccupazione (vale a dire persone che erano disoccupate nell’ultimo periodo e che lo sono ancora)
NN = flusso di coloro che erano esclusi dalla forza lavoro nell’ultimo periodo e che tuttora lo restano.
EU = flusso dall’occupazione verso la disoccupazione
EN = flusso dalla disoccupazione verso l’esclusione dalla forza lavoro
UE = flusso dalla disoccupazione verso l’occupazione
UN = flusso dalla disoccupazione verso l’esclusione dalla forza lavoro
NE = flusso dall’esclusione dalla forza lavoro verso l’occupazione
NE = flusso dall’esclusione dalla forza lavoro verso la disoccupazione
I vari flussi in entrata e in uscita tra le varie categorie, espressi come numero di persone, possono essere trasformati nelle cosiddette probabilità di transizione, ovvero la probabilità di passare da una categoria all’altra.
E così possiamo porci domande come questa: Qual è la probabilità che una persona che è disoccupata adesso diventi occupata nel prossimo periodo?
Dunque, se la probabilità di transizione del passaggio dall’occupazione alla disoccupazione è, diciamo, del 5 percento, allora un lavoratore che attualmente è occupato ha il 5 percento di probabilità di trovarsi disoccupato il prossimo mese. Se questa probabilità scende all’1 percento, allora si può dire che il mercato del lavoro è in condizioni di miglioramento.
Dunque le tre categorie di forza lavoro presentate sopra ci forniscono 9 probabilità di transizione, riferite ai flussi in entrata e uscita da ciascuna categoria verso se stessa o le altre, in tutte le combinazioni.
Analizzare i cambiamenti di queste probabilità nel corso del tempo ci permette di capire come sta andando il mercato del lavoro.
Ho personalmente compilato la tabella con le probabilità di transizione sulla base degli ultimi dati riferiti all’UE a 28 paesi nell’insieme e poi riferiti solamente alla Grecia.
Il confronto tra l’UE a 28 e la Grecia è abbastanza eloquente, come potrete immaginarvi.
Una persona disoccupata nell’Unione Europea ha il 64 percento di probabilità di rimanerlo anche nel periodo successivo (i dati sono riferiti alla fine del 2015). La stessa persona in Grecia ha invece il 95 percento di probabilità di restare disoccupata nel periodo successivo.
Quella stessa persona, nell’UE a 28 paesi ha il 18 percento di probabilità di trovare lavoro nel mese successivo, mentre in Grecia la stessa probabilità è appena al 4 percento (praticamente niente).
La probabilità che un giovane che entra nel mercato del lavoro ora trovi un lavoro nel prossimo periodo è del 3 percento nell’UE a 28 paesi (una probabilità molto bassa). La stessa persona in Grecia ha appena lo 0,5 percento di probabilità di trovare un lavoro, cioè praticamente non ha speranze.
I flussi mostrano che nell’UE a 28 paesi c’è un po’ di mobilità tra le varie categorie della forza lavoro, mentre in Grecia praticamente non c’è.
Il Grecia il mercato del lavoro è bloccato!
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Il report del FMI sulla Grecia
L’Analisi sulla Sostenibilità del Debito per la Grecia, compilata dal FMI, è uno di quei documenti di fronte ai quali dovete trarre un profondo respiro prima di rendervi conto che stanno parlando sul serio.
Il report riguarda il gran parte l’idea del FMI che la Grecia non sarà in grado di raggiungere un surplus primario del 3,5 percento come è richiesto dalle condizioni di salvataggio.
Il FMI scrive che:

Sebbene la Grecia possa, con uno sforzo eroico, raggiungere temporaneamente un surplus vicino al 3,5 percento del PIL, ben pochi paesi sono riusciti a raggiungere e sopportare dei livelli così elevati di bilancio primario per un decennio intero, ed è altamente improbabile che la Grecia ci possa riuscire … le proiezioni suggeriscono che la disoccupazione resterà a doppia cifra per molti decenni.

Conclusione generale: le proiezioni di crescita a lungo termine sono scarse e la ristrutturazione del debito è necessaria.
In altre parole la Grecia non sarà in grado di soddisfare le richieste di restituzione del debito, stabilità bancaria, ecc., poste dalla Troika.
Uno non deve essere laureato in scienze missilistiche per capirlo – o per averlo capito già nel 2010 – quando la Troika entrò in scena.
Lo scopo dei salvataggi era quello di trasformare il debito privato in debito pubblico – non è mai stato quello di aiutare l’economia greca a riprendersi.
Ma a proposito delle proiezioni sulla disoccupazione, a pagina 13 ci viene presentato il Box 2. Cosa guiderà la crescita greca nel lungo periodo? Questo box analizza le tre componenti che noi sappiamo guidare la crescita dell’economia.
1. Sviluppo della forza lavoro (crescita della popolazione, crescita del tasso di disoccupazione alla forza lavoro, tassi di utilizzo).
2. Accumulazione di capitale (investimenti in capacità produttive).
3. Produttività totale dei fattori (TFP) – quanto prodotto si può ricavare dai fattori produttivi di un’economia se questi vengono utilizzati.
Il FMI dice che i primi due fattori ostacoleranno la crescita – “un declino della popolazione in età lavorativa” e “tassi di investimento che non ritorneranno agli insostenibili livelli pre-crisi“.
L’attuale rapporto di investimento (come percentuale del PIL) è sceso all’11 percento. Nel 2008 era il 20 percento. C’è stato un rallentamento enorme nella crescita della capacità produttiva.
Il rapporto è ben al di sotto quello di altri paesi avanzati, e implica che la depressione economia continua a causa delle deliberate politiche promosse e volute dalla Troika e messe in atto da tutti i governi greci, governi che dovrebbero seriamente essere portati a processo per tradimento contro il proprio popolo.
Il FMI afferma che la crescita verrà solo da una crescita della produttività, che, essi dicono, sarà “guidata dalle riforme strutturali“. È il solito vecchio mantra.
Vale a dire: radete al suolo l’economia con tagli alla spesa, deregolamentazioni, privatizzazioni, tagli alle pensioni, disoccupazione – e il gioco è fatto, tornerà la crescita economica.
Purtroppo la Storia non la pensa proprio così su questa strategia.
Il FMI ritiene che il motivo per il quale la Grecia è ancora in depressione è perché non si è fatta ancora sufficiente terra bruciata sull’economia. Il mondo che ragiona ha abbandonato questa “shock doctrine” dopo che Sachs e i suoi scemi compari hanno devastato i paesi dell’est Europa.
Eppure il FMI afferma che per far ritornare la Grecia alla crescita:

…bisogna continuare con le riforme strutturali più di quanto sia stato fatto fino ad ora.

Vale a dire, si incolpa il popolo greco e i suoi governi per non aver essersi piegati ai piedi della Troika fino in fondo.
Non importa che queste politiche abbiano portato a una recessione economica che rasenta il 30 percento e che ancora non se ne preveda la fine.
Il FMI è un’organizzazione che ha smesso di essere di qualche utilità da decenni. Dovrebbe diventare il bersaglio dell’austerità da parte dei governi che lo finanziano, ed essere chiuso!
I suoi commenti e le sue prospettive sul mercato del lavoro in Grecia si possono definire solo ipnagogiche: un brutto sogno e basta.
Queste sono le parole del FMI:

Al tempo stesso, la Grecia continuerà a soffrire l’elevato tasso di disoccupazione per decenni e decenni. Il suo tasso di disoccupazione attuale è attorno al 25 percento ed è il più alto dei paesi OCSE. Dopo sette anni di recessione, la componente strutturale della disoccupazione è stimata attorno al 20 percento. Di conseguenza ci vorrà ancora molto tempo perché la disoccupazione scenda. Gli autori del report ritengono che essa scenderà al 18 percento nel 2022, al 12 pecento nel 2040 e al 6 percento solamente nel 2060.

Notate in particolare l’affermazione che l’80 percento del tasso di disoccupazione [cioè 20 su 25 percento, NdT] è “struttural”, e dunque non suscettibile di essere affrontata con politiche che possano aumentare l’occupazione tramite la spesa.
Questa è una delle truffe che il mainstream usa per evitare di mostrare l’ovvio.
Leggete sul mio blog: La Commissione Europea è di nuovo priva di credibilità e I truffatori nella professione economica, per una discussione più approfondita su questo punto.
L’OCSE lo ha fatto nel 2013 quando ha affermato che molta parte della disoccupazione spagnola era “strutturale”.
Aveva affermato che il tasso di disoccupazione spagnolo aveva raggiunto il 23 percento nel 2013 dopo aver stimato nel 2010 che sarebbe stato all’8 percento.
Qualsiasi interpretazione ragionevole del drammatico aumento del tasso di disoccupazione spagnolo, in conseguenza del drammatico crollo della produzione reale, avrebbe portato alla conclusione che il periodo post-2007 sarebbe stato un evento ciclico.
Gli eventi strutturali di solito cambiano lentamente. Un paese non perde all’improvviso la sua capacità produttiva (a meno che non ci sia un evento straordinario come uno tsunami, un terremoto o una guerra). La forza lavoro non cambia le sue preferenze all’improvviso, non decide tutta all’improvviso di andare in pensione precocemente, di lavorare meno o di “godersi il tempo libero”.
La forza lavoro non diventa indolente tutta ad un tratto. Quando questi cambiamenti di atteggiamento avvengono, impiegano tempo e non si possono comprendere dall’andamento mese per mese.
Sarebbe dunque difficile considerare in termini strutturali l’improvviso aumento della disoccupazione in Spagna, che è passata dal 10 percento nel periodo 2000-2007 (o 8,7 percento nel periodo 2005-2007) al 16 percento nel 2009 e poi ancora al 26 percento nel 2012.
Stesso discorso per la Grecia.
Se il governo greco annunciasse oggi di essere pronto ad offrire lavoro in cambio di un minimo salario decente a chiunque voglia lavorare nello sviuppo comunitario, nella cura ambientale, nella cura alla persona, ecc. – cioè desse una garanzia di lavoro – quanti degli attuali disoccupati si presenterebbero?
Solo 5 su 25 percento?
Immagino che il governo sarebbe inondato di potenziali lavoratori disposti a lavorare per ottenere un minimo di sicurezza di reddito.
In altre parole un aumento della spesa assorbirebbe gran parte della disoccupazione greca nel giro di pochi mesi – il che significa che la disoccupazione non è strutturale ed è invece potenzialmente influenzata dagli aumenti di spesa.
Ma a parte questo, abbiamo un paese che è stato distrutto dagli ideologi di una certa politica che rifiutano di ammettere che nell’economia possa essere necessario un aumento di spesa.
I salvataggi, che vanno in gran parte alle banche estere e alle rispettive élite, non contribuiscono affatto alla spesa nell’economia greca.
Il futuro dei nipoti è a rischio
Tra gli economisti mainstream si continua a fare un gran parlare di come il deficit fiscale e il debito pubblico che ne consegue (dato che i governi, senza che ce ne sia bisogno, continuano a elargire sussidi alle imprese in forma di emissione di debito, no?) mettano a rischio di futuro dei nostri figli.
L’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro – Gioventù Europea nel 2016 – fornisce un’indicazione molto chiara su come le politiche mainstream di austerità stiano mettendo a rischio il futuro dei giovani.
Dovreste collegare questa indicazione con i risultati del sondaggio che ho riportato nel post “I soldi dei salvataggi greci vanno a banche e grandi aziende: chi lo avrebbe mai detto?“, che mostrava come una crescente percentuale della popolazione greca sia contro l’euro e pensi che sarebbe meglio avere una propria moneta.
Gli ultimi risultati dell’Eurobarometro ci dicono che:
1. “Più di metà dei giovani europei hanno l’impressione che, nel proprio paese, i giovani siano emarginati ed esclusi dalla vita sociale ed economica come conseguenza della crisi (57 percento)“.
2. “La maggioranza assoluta degli intervistati in 20 paesi sente di essere esclusa [dalla vita sociale ed economica] sebbene ci siano ambie differenze e divegenze, fino a 66 punti percentuali. Non sorprende che le percentuali siano molto alte nei paesi più colpiti dalla crisi e dove c’è maggiore disoccupazione giovanile“.
Ecco qui il grafico che riassume i risultati della domanda su Giovani e Lavoro.
Il 93 percento dei giovani greci sente che la crisi li ha emarginati, cioè esclusi “dalla vita economica e sociale”. La perentuale è dell’86 percento in Portogallo, del 79 percento in Spagna e del 78 percento in Italia… e così via.
Questo è lo splendido risultato del lavoro della Commissione Europea e del FMI. È davvero inconcepibile che dopo 8 anni di crisi le élite dominanti siano ancora dominanti.
Quello che vediamo è che l’instabilità politica inizia a riflettersi in una crescente instabilità sociale. Le élite possono solo cercare di reprimere il popolo il più a lungo possibile.
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Conclusione
I dati sulla Grecia continuano a togliermi il fiato.
Il “Progetto Europeo” è lentamente ma inesorabilmente autodistruttivo. Con alcuni paesi che hanno un’intera generazione di giovani alienati dalla narrazione mainstream, è solo questione di tempo prima che avvenga qualche grosso cambiamento a livello politico.
Il timore è che siano i partiti di destra a prendersi carico di queste generazioni di giovani. La sinistra continua a pavoneggiarsi nel delirio della sua grande visione di un’Europa unita, del ripristino della democrazia e altre cose.
Tutte chimere!
Per oggi basta così!