Secondo il “senso comune” si ritiene che, per generare profitti, sia sufficiente che il settore  privato si sviluppi libero e che il denaro circoli velocemente.
Attraverso una semplice analisi vedremo se tale “senso comune” è da ritenersi corretto.

Imprenditori italiani protestano a Roma
 
 
Suddividiamo il sistema privato mondiale in due settori: da una parte abbiamo tutti i capitalisti/imprenditori (che chiameremo settore degli imprenditori) e dall’altra tutti i lavoratori/dipendenti (che chiameremo settore dei dipendenti).
Ipotizziamo inoltre di trovarci in una economia dove non esistano settori pubblici: quindi non ci sono tasse, non c’è spesa pubblica e non ci sono dipendenti pubblici. Quindi parliamo di libero mercato puro: il sogno dei liberisti.
Secondo il “senso comune”, in un contesto simile, i profitti dovrebbero essere più alti che mai.
Alcune riflessioni:
– il settore dei dipendenti in aggregato ha un flusso finanziario in entrata ogni volta che l’altro settore (quello degli imprenditori) paga salari e stipendi.
– il settore degli imprenditori in aggregato  ha un flusso finanziario in entrata ogni volta che l’altro settore (quello dei dipendenti) compra i beni e servizi reali venduti dagli
imprenditori.
– ogni scambio di beni e servizi reali tra imprenditori o tra dipendenti non genera flussi finanziari in entrata ed in uscita dal rispettivo settore: in questi casi il denaro passa da un imprenditore all’altro o da un dipendente all’altro all’interno del rispettivo settore.
Partiamo dall’anno X e supponiamo che:

  • tutti i dipendenti vengono assunti dagli imprenditori per produrre beni e servizi reali (non esistono disoccupati)
  • il settore degli imprenditori paga un ammontare di salari/stipendi totali pari a 1.000 soldi (che entrano nel settore dei dipendenti)
  • i dipendenti non risparmiano nulla ed utilizzano tutto l’ammontare di stipendi/salari per comprare i beni e servizi reali venduti dagli imprenditori: 1.000 soldi torneranno nel settore degli imprenditori in cambio di beni e servizi reali

Elaborando il saldo per l’anno X possiamo facilmente dedurre che non c’è profitto in aggregato per il settore degli imprenditori:
1.000 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 1.000 soldi (in uscita come salari e stipendi) = 0
Il saldo è pari a zero, e zero sarà il profitto del settore degli imprenditori in aggregato. Accadrà sicuramente che alcuni imprenditori ottengono profitti mentre altri realizzano perdite; ma non c’è profitto in aggregato nel settore degli imprenditori.
Veniamo all’anno X+1 e supponiamo che:

  •  il settore degli imprenditori, grazie al progresso tecnologico, riesce a produrre una maggiore quantità di beni e servizi reali con un minor numero di dipendenti a disposizione rispetto all’anno precedente
  • tali innovazioni provocano alcuni licenziamenti e quindi disoccupazione: non tutti i soggetti del settore dei dipendenti trovano lavoro
  •  il settore degli imprenditori, in seguito ad alcuni licenziamenti, paga in aggregato soltanto 900 soldi di stipendi al settore dei dipendenti
  • i dipendenti di nuovo non risparmiano nulla e spendono tutto in beni e servizi reali venduti dagli imprenditori

Elaborando il saldo per l’anno X+1 vediamo che, nonostante gli imprenditori abbiano prodotto più beni e servizi reali dell’anno precedente ad un costo inferiore, di nuovo non c’è profitto in aggregato per il loro settore:
900 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 900 soldi (in uscita come salari e stipendi) = zero
Il saldo sarà di nuovo pari a zero e zero sarà il profitto del settore degli imprenditori in aggregato. Da ciò si evince che tale settore, non solo non è riuscito a generare profitto,  ma neanche è riuscito a vendere la maggior quantità di beni e servizi reali che è riuscito a produrre a causa dell’aumento della disoccupazione e la diminuzione del reddito.
Per completezza d’informazione, 100 soldi sono rimasti nel settore degli imprenditori come risparmio derivante dalla minor manodopera utilizzata e quindi non sono transitati nel settore dei dipendenti sotto forma di salari nell’anno X+1.
Giungiamo quindi all’anno X+2 e supponiamo che:

  • sono rimaste scorte invendute dell’anno precedente
  • aumentano ulteriormente i licenziamenti
  • L’ammontare dei salari sarà soltanto di 800 soldi
  • il settore dei lavoratori risparmia un 10% dell’ammontare totale dei salari/stipendi

Elaborando il saldo per l’anno X+2 vediamo che il settore degli imprenditori realizza addirittura una perdita:
720 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 800 soldi (in uscita come salari e stipendi)  = – 80
Come possiamo constatare da questo semplice esempio, in una situazione di PURO LIBERO MERCATO, il settore degli imprenditori non è in grado di realizzare profitti in aggregato e, più probabilmente, realizzerà perdite.
Qualcuno potrebbe far notare che quanto descritto è proprio la dura legge della concorrenza nel libero mercato che si basa sulla competizione: mentre alcune imprese sopravvivono e fanno profitti, altre chiudono i battenti. Una specie di selezione naturale basata sull’efficienza.
Senza entrare nel merito della funzionalità e realizzabilità dei mercati perfettamente concorrenziali (e ce ne sarebbe da dire) vorrei soffermarmi su sei riflessioni:
– in un contesto simile ogni arricchimento finanziario netto di un settore corrisponde ad un impoverimento di pari entità dell’altro settore.
– la quantità di valuta (ricchezza finanziaria) nel sistema globale (quindi unendo i due settori) è costante e non può aumentare.
– la popolazione tende tuttavia ad aumentare ed a ciò non può corrispondere un aumento della quantità di moneta nel sistema: man mano che la popolazione aumenta, i cittadini in media avranno sempre minor disponibilità di ricchezza finanziaria.
– tale sistema tenderà a sviluppare situazioni di oligopolio in seguito alla legge del “pesce grande mangia pesce piccolo” e quindi porterà ad una situazione in cui poche grandi imprese avranno il controllo di interi settori di produzione: il processo di accentramento comporterà che molte imprese cesseranno la propria attività.
– nonostante le imprese, grazie al progresso tecnologico, migliorano la produttività e l’efficienza e producono un più alto numero di beni e servizi reali ad un costo unitario più basso, buona parte dei beni e servizi rimangono invenduti perché non ci sono abbastanza
soldi nel sistema per poterli acquistare.
– se infine arriviamo alla situazione paradossale in cui un unica grande impresa controlla tutta la produzione globale, tale impresa non potrà comunque realizzare profitti.
Per fare in modo che il settore imprenditoriale (anche nel caso in cui fosse costituito da una unica grande impresa) realizzi profitti in aggregato risulta necessaria l’esistenza di un altro settore che compri i beni e servizi reali che sono rimasti invenduti.
Questo compito, nelle economie capitaliste moderne, è svolto dal settore pubblico (che possiamo vederlo come l’unione dei settori pubblici di tutto il mondo).
Soltanto grazie ad un settore pubblico aggregato che  paga stipendi pubblici a coloro che non trovano lavoro nel settore privato, il quantitativo di beni e servizi reali invenduti può essere acquistato, permettendo al settore imprenditoriale di realizzare un profitto in aggregato.
Soltanto grazie ad un settore pubblico che compra beni e servizi reali dal settore imprenditoriale, tale settore potrà realizzare profitti in aggregato.
Soltanto grazie ad un settore pubblico che paga pensioni a coloro che non possono più lavorare, il settore imprenditoriale potrà realizzare profitti in aggregato.
In seguito all’esempio svolto possiamo concludere che la spesa pubblica (sotto forma di stipendi pubblici, commesse pubbliche, pensioni) è l’unico strumento in grado di generare profitto in aggregato nel settore degli imprenditori; la spesa pubblica è l’unico strumento in grado di aumentare la quantità di valuta nel settore privato in aggregato (cioè il settore che si otterrebbe unendo il settore degli imprenditori con quello dei dipendenti privati).
Ora torniamo al mondo reale. In questi ultimi 30 anni abbiamo assistito ad una quantità innumerevole di imprenditori che, intervistati in tv e nei quotidiani nazionali, chiedono una riduzione della spesa pubblica ed una riduzione del numero dei dipendenti pubblici come soluzione alla crisi economica. Tagli, tagli, e di nuovo tagli!
Alla luce della semplice analisi che abbiamo svolto poc’anzi mi chiedo come sia possibile che la classe imprenditoriale e le associazioni di categoria che la rappresentano (Confindustria in primis), possano ignorare in maniera così profonda il reale
funzionamento delle economie capitaliste moderne.
Benché l’esempio svolto sia una rappresentazione estremamente semplificata della realtà, da diversi anni assistiamo a continui tagli alla spesa pubblica e a frequenti processi di privatizzazione. Contestualmente stiamo sperimentando una crescita esponenziale dei fallimenti delle imprese seguita, di pari passo, da processi di concentrazione delle stesse anche attraverso l’acquisto di grandi gruppi
industriali  italiani da parte di ancor più grandi gruppi esteri.
Quando l’imprenditoria italiana capirà qual è stato il principale motore della propria crescita e la primaria fonte dei suoi profitti dal dopoguerra ad oggi (cioè la vituperata spesa pubblica), sarà decisamente troppo tardi.
L’imprenditoria italiana, scagliandosi contro la spesa pubblica e la riduzione dei dipendenti pubblici si è scavata da sola la fossa nella quale è precipitata determinando, probabilmente, la propria morte.
Come recita un vecchio proverbio, non resta che dire: “chi è causa del suo male, pianga se stesso!”
Ed il settore bancario? Il settore bancario è stato volutamente escluso dall’analisi per necessità di semplificazione. In ogni caso la sostanza del discorso non cambia: i crediti bancari non generano ricchezza finanziaria netta all’interno del settore privato poiché all’emissione di prestiti bancari corrisponde l’accensione di debiti privati, nei confronti delle stesse banche, che devono essere restituiti.
Ma lo Stato come finanzia la spesa pubblica? Come abbiamo più volte spiegato, se lo Stato emette valuta a tasso di cambio flessibile, prima lo Stato spende emettendo valuta e, soltanto successivamente, raccoglie le tasse e vende titoli di stato. Da ciò si evince che tasse e titoli non svolgono la funzione di finanziare la spesa che, di fatto, è sempre finanziata da emissione di nuova valuta.
 

Il Gruppo Territoriale Me-Mmt Piemonte con il referente Sergio Ferrero hanno organizzato, in collaborazione con Start Work, una conferenza mercoledì 22 aprile presso la Fondazione Pistonetto, a Biella, in collaborazione con l’Api (Associazione Piccole Imprese). Di seguito la locandina.
Diffondi questa comunicazione a tutti i tuoi contatti piemonetesi.

Marx evidenziò ed analizzò il conflitto tra Capitale e Lavoro. Oggi il Capitale, inteso soprattutto come capitale finanziario privato, ha allargato enormemente la sua quota di ricchezza a scapito di quella detenuta dai lavoratori. Le nuove misure del governo che si basano sulla compressione salariale e sulla flessibilità del lavoro aumenteranno ulteriormente questo divario.
Un sistema economico basato sulla MMT (Teoria della Moneta Moderna) avrebbe delle implicazioni estremamente positive sia per l’economia reale, che per il ridimensionamento del potere del Capitale Finanziario Privato.
Uno Stato che emette valuta a tasso di cambio flessibile e che lega la spesa pubblica al perseguimento della piena occupazione, attraverso Piani di Lavoro Garantito ed investimenti pubblici, avrebbe enormi vantaggi che sintetizzo di seguito:
–          Il lavoratore, grazie alla piena occupazione, non subirà la pressione dell’esercito di riserva dei disoccupati mentre il Capitale Finanziario Privato avrà come concorrente il ben più potente Capitale Finanziario Pubblico: lo Stato infatti, disponendo del monopolio d’emissione della valuta non dipenderà dal capitale finanziario privato per investire e attuare le politiche fiscali improntate alla piena occupazione;
–          La capacità di emettere valuta a tasso di cambio flessibile consentirà di portare a zero, se lo si desidera e se ritenuto ottimale, il tasso d’interesse sui titoli e addirittura di eliminare questi ultimi: in tal caso si rimuove la principale fonte di rendita certa del capitale finanziario privato;
–          La capacità di emettere valuta a tasso di cambio flessibile rende non necessaria la creazione di fondi sovrani;
–          Un tasso di cambio flessibile comporta che i capitali finanziari privati dovranno tenere in forte considerazione la possibili fluttuazioni della valuta: ciò renderà i rendimenti meno sicuri, e più prudenti i loro investimenti;
–          Un tasso di cambio flessibile limiterà le operazioni speculative del capitale finanziario privato in grado di attaccare gli Stati, capaci di creare enormi profitti, come accaduto nel recente passato, proprio a causa dei vari esperimenti di fissazione del tasso di cambio (si veda in merito il caso dell’Argentina);
–          La piena occupazione e quindi una buona domanda aggregata potrebbero stimolare più alti livelli d’inflazione di cui i capitali finanziari privati dovranno tener conto: ciò renderà i rendimenti meno sicuri e più prudenti i loro investimenti;
–          La piena occupazione e quindi una buona domanda aggregata attireranno capitali finanziari esteri ma tali capitali non troveranno nè imprese disposte a svendersi per sopravvivere né comparti pubblici da privatizzare a prezzi di saldo perché lo Stato “deve fare cassa”;
–          Venendo meno la necessità di privatizzare per fare cassa, si ridurranno i profitti sotto forma di parcelle per le consulenze delle banche d’affari nei processi di privatizzazione e quotazione in borsa;
–          Lo Stato potrà pagare pensioni sicure e dignitose a prescindere dalle entrate previdenziali: ciò renderà la previdenza pubblica più sicura di quella privata gestita attraverso Fondi Pensione, riducendo il potere e l’impatto di questi ultimi;
–          Attraverso una seria regolamentazione del sistema bancario, come elaborata da Warren Mosler, si limiterà sia la frequenza di crisi finanziarie che il loro impatto nell’economia reale e,  nel caso in cui si generassero crisi, lo Stato interverrà nell’interesse pubblico e non nell’interesse delle banche e del capitale finanziario privato come accaduto in questi anni;
–          Attraverso apposite leggi e regolamenti si limiterà il comportamento predatorio delle multinazionali sul territorio amministrato dallo Stato;
–          In ultimo, qualora fosse necessario, il governo potrà introdurre efficaci controlli sui movimenti di capitali.
Occorre inoltre sottolineare che:
–          Il peggior nemico del capitale finanziario privato è uno Stato che emette valuta a tasso di cambio flessibile;
–          Il peggior nemico del capitale finanziario privato (prestato ad interesse), è uno Stato che immette capitale finanziario netto nel sistema attraverso deficit pubblici (e quindi non a prestito), chiedendo in cambio lavoro e quindi azzerando l’esercito di riserva dei disoccupati;
–          Il peggior nemico del capitale finanziario privato è uno Stato che si preoccupa dell’inflazione e del deprezzamento della valuta soltanto a condizione di una piena occupazione; ciò significa che eventuali interventi per contenere l’inflazione o in difesa del tasso di cambio non saranno attuati nell’interesse del capitale finanziario privato e degli esportatori facendo quindi leva sulla crescita della disoccupazione; tali interventi saranno attuati nell’esclusivo interesse della collettività che lo Stato amministra senza mai prescindere dalla piena occupazione.
La MMT è la strada più pratica ed efficace per costruire una rete di sicurezza per arginare  l’enorme potere del capitale finanziario.

Si inizia giovedì alle ore 21,30 con i piccoli imprenditori dell’associazione “Fermo in rivolta”. Venerdì alle 17,30 a Pesaro “Sovranità monetaria e lavoro garantito” con Della Bona, Bracci assieme a Rinaldi e Galloni. Sabato pomeriggio ad Osimo visione del film “Il più grande successo dell’euro” e dibattito con Bracci

Il “padre” della Mmt spiega sulla base di quanto avvenuto in passato per le politiche del Quantitative Easing che dopo una prima fase di deprezzamento delle valute coinvolte, si verifica l’esatto contrario, anche perché il QE non incide direttamente sulla domanda aggregata e sulla deflazione, provocando soltanto movimenti di capitali speculativi

Pressione fiscale identica a quella del 2014, poi nel 2016 picco con oltre 40 miliardi di tasse in più già garantite ai mercati finanziari. Spesa pubblica -3% in 4 anni. Avanzi primari previsti da record. Disoccupazione sempre a due cifre. Ma il Presidente del Consiglio pensa di andare avanti con le parole: “Nel 2015 riduciamo le tasse per 18 miliardi più i 3 di clausole che eliminiamo”

I prossimi appuntamenti pubblici sono il 15 aprile a Bergamo e quindi venerdì 17 e sabato 18 a Vibo Valentia, in Calabria

Il Parlamento e il Governo devono decidere quanto e come aprire il rubinetto e quanta acqua far uscire. L’economia reale (quella fatta da famiglie e aziende) è come un campo, dove i contadini coltivano quello che preferiscono e quello in cui sono più bravi. Se nel campo arriva troppa acqua il campo si inonda e non è una buona cosa; se ne arriva troppa poca, il campo si inaridisce e anche questa non è una buona cosa.

Presto ulteriori informazioni sul programma del prossimo mese di maggio. Ringraziamo ovviamente Bartoletti e tutti gli attivisti trentini e non solo che stanno organizzando gli eventi durante la visita di Mosler, e Rosario Fichera per la sensibilità dimostrata.

Ci sarà modo di analizzare, una volta che i dati saranno messi nero su bianco e firmati dal Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, l’incongruità tra dichiarazioni alla stampa italiana (che passa tutto senza mai alzare il ditino) e numeri reali presentati alla Commissione Europea.

Stiamo parlando del Documento Economia e Finanza 2015, di cui oggi, 7 aprile, si occupa il Consiglio dei Ministri.

Purtroppo le bugie, da qualche tempo, hanno le gambe lunghissime.

Renzi, fonte Il Sole 24 Ore: “Nel Def «non ci sono tagli e non ci sono aumenti della tasse: so che non ci siete abituati, ma da quando siamo al governo abbiamo operato una riduzione costante della pressione fiscale»”. Nella Nota di Aggiornamento del Def, dell’ottobre 2014, si è previsto un aumento delle tasse da 786 nel 2014 a 854 nel 2018, con una pressione fiscale record nel 2016, con il 43,6% sul Pil, ben superiore al 43,3% del 2014. Il documento è stato firmato anche da Renzi, che, evidentemente, o non legge ciò che firma, o ha preoccupanti vuoti di memoria, o mente ben sapendolo.

Si tenga conto che poi la Commissione Europea ha inasprito il documento dell’ottobre scorso, riducendo il deficit dal 2,9%, chiesto da Renzi, al 2,6%. Quindi i dati sotto mostrati sono leggermente più positivi di quanto poi deciso definitivamente.

Padoan spiega che “il Pil previsto per il prossimo triennio è quindi di +0,7 nel 2015, di +1,4 nel 2016 e di +1,5 nel 2017. Sul fronte dell’indebitamento il rapporto deficit-pil si dovrebbe attestare al 2,6% nel 2015, all’1,8% nel 2016 e all’1,7% nel 2017”.

Il punto interessante è che la prosopopea della “ripresa”, delle “riforme”, del “taglio delle tasse”, è identica a quella di un anno fa, e anche allora i numeri stimati erano identici a quelli di oggi, con l’aggravante che le previsioni di un anno fa sono state tutte errate e vengono rinviate ad oggi, nella speranza che, una volta o l’altra, ci si colga (il 2014 si è chiuso con una recessione dello 0,4% contro una stima di crescita, nell’aprile 2014, dello 0,8%: un errorino di una ventina di miliardi in otto mesi).

Def 2014

Non si capisce perché affidarsi agli stessi attori e alle stesse politiche (quelle degli avanzi primari finanziati dalle tasse di famiglie e imprese) che negli ultimi 20 anni hanno distrutto l’Italia.

Def 2013Def 2014