C’è un fraintendimento sul QE che conduce alcune persone a sostenere che la Me-MMT non funzioni. In realtà sono confusi, giornalisti in primis. La verità è che il QE non riduce la disoccupazione perché non influenza la domanda aggregata e ha effetti deflazionistici. L’economia reale non ottiene benefici.

Mail inviata al sindaco de L’Aquila, Massimo Cialente, in riferimento alla denuncia per la mancata ricostruzione della sua città dopo il sisma

Poi non dite che non ci avevano avvisati. L’euroscettico Wynne Godley lo fece, in modo perentorio, a partire dal lontano 1992, al momento del varo del Trattato di Maastricht. Tesi: senza un governo democratico federale, l’Europa affidata solo all’euro e alla Bce è fatta apposta per portare le sue nazioni al collasso economico. Perché, senza un potere di spesa illimitato e “pronta cassa”, alla prima crisi seria si spalancherà l’inferno delle austerità e le economie più deboli cominceranno a soccombere, andando incontro alla catastrofe sociale. Godley non era un profeta, ma semplicemente un economista democratico: «Se un paese o una regione non ha alcun potere di svalutare – scriveva nel ’92 – e se questo paese non è il beneficiario di un sistema di perequazione fiscale, allora un processo di declino cumulativo e terminale sarebbe inevitabile e condurrebbe, alla fine, all’emigrazione come unica alternativa alla povertà e alla fame».
«Moltissime persone, in Europa, si sono rese conto improvvisamente di quanto il Trattato di Maastricht potrebbe interessare direttamente le loro Wynne Godleyvite e quanto poco ne conoscano i contenuti. La loro legittima ansia ha spinto Jacques Delors a fare una dichiarazione secondo la quale il punto di vista della gente comune, in futuro, dovrebbe essere consultato. Avrebbe potuto pensarci prima». Parole che sembrano scritte oggi. E che, invece, hanno richiesto vent’anni per essere diffusamente comprese. «L’idea centrale del Trattato di Maastricht – scrive Godley in un intervento ripreso dal sito “MeMmt” – è che i paesi della Ce dovrebbero muoversi verso l’unione economica e monetaria, con una moneta unica gestita da una banca centrale indipendente. Ma qual è il resto della politica economica da approntare? Poiché il trattato non propone alcuna nuova istituzione eccetto quella di una banca europea, chi sponsorizza tale trattato probabilmente crede che non occorra fare di più». La storia dell’economia che si auto-regola? Non s’è mai visto al mondo. Eppure: pare che proprio questo surreale “punto di vista” abbia effettivamente determinato la modalità con la quale è stato inquadrato il Trattato di Maastricht, prima causa dell’attuale catastrofe economica.
E’ la “vulgata” neoliberista, secondo la quale i governi dovrebbero “lasciar fare al mercato”, senza neppure tentare di fare il loro mestiere, e cioè raggiungere i tradizionali obiettivi di sviluppo di una politica economica, verso la piena occupazione. Tutto quello che si può legittimamente fare, secondo la tragica Europa di Maastricht, è «controllare l’offerta della moneta e il pareggio del bilancio». E per giungere a questa desolante conclusione – la Bce come unica istituzione deputata all’integrazione europea – c’è voluto «un gruppo in gran parte composto da banchieri: il Comitato Delors». Un’Europa sbagliata da cima a fondo, progettata – nella migliore delle ipotesi – da fanatici dementi ed economisti incapaci (nella peggiore: da veri e propri golpisti, ben decisi ad annientare il potere contrattuale di interi popoli, rendendoli schiavi dell’oligarchia finanziaria). Godley cita il connazionale Tim Congdon: «Il potere di emettere la propria moneta, attraverso la propria banca centrale, è ciò che principalmente Tim Congdondefinisce l’indipendenza di una nazione». Viceversa: «Se un paese rinuncia o perde questo potere, acquisisce lo status di un ente locale o colonia».
Stati retrocessi al rango di province, o addirittura di semplici colonie: certo non rischiano di subire una svalutazione, «ma non hanno, allo stesso tempo, il potere di finanziare il proprio disavanzo attraverso la creazione di denaro». Comuni e colonie «devono rispettare la regolamentazione imposta da un organo centrale per ottenere altri metodi di finanziamento e non possono cambiare i tassi di interesse». Risultato: totale dipendenza dall’altrui potere, visto che i membri dell’Eurozona hanno completamente perduto qualsiasi sovranità, non disponendo più di nessuno strumento di politica macroeconomica. Ovvero: fin dove è possibile finanziare “buchi”’ Fin dove spingere la tassazione? E così per tutto: tassi di interesse, crescita, livelli di disoccupazione. E poi l’inflazione, strumento-chiave col quale John Maynard Keynes propose di finanziare la guerra contro i nazisti.
«La sovranità – dice Godley – non dovrebbe essere ceduta per la nobile causa dell’integrazione europea, ma per affermare che, se tutte le funzioni precedentemente descritte sono estranee ai singoli governi, queste funzioni devono semplicemente essere assunte da qualche altra autorità». L’incredibile lacuna nel programma di Maastricht, aggiunge l’economista britannico, è che contiene un progetto per l’istituzione e il modus operandi di una banca centrale indipendente, ma non fa il minimo cenno alla necessità di un vero governo centrale europeo, autenticamente democratico e federale. Gli Stati che hanno perso le loro tradizionali prerogative nazionali di governo non trovano il loro equivalente a Bruxelles. Semplicemente, la funzione democratica del governo in Europa è scomparsa. «La contropartita per la Keynesrinuncia alla sovranità dovrebbe essere che le nazioni componenti dell’Ue si costituiscano in una federazione a cui è affidata la loro sovranità».
Già nel ’92, Godley vedeva la «grave recessione» in arrivo, e avvertiva: «Le responsabilità politiche di questa situazione stanno diventando evidenti». Mani legate, fin da allora, a causa del disastroso assetto comunitario che frena gli investimenti pubblici condannando alla crisi anche il sistema privato: «L’interdipendenza delle economie europee è già così grande che nessun singolo paese, con l’eccezione della Germania, si sente in grado di perseguire politiche espansive per proprio conto, perché ogni paese che cercasse di espandersi dovrà presto confrontarsi con i vincoli di un bilancio dei pagamenti». Servirebbe un «rilancio economico coordinato», ma «non esistono né le istituzioni, né un quadro di pensiero concordato che porterebbe a questo risultato». E attenzione: «Se la depressione davvero volgesse al peggio – ad esempio, se il tasso di disoccupazione tornasse al 20-25% degli anni Trenta – gli Stati membri dell’Ue prima o poi eserciteranno il loro diritto sovrano di dichiarare il periodo di transizione verso un’integrazione, un disastro, e ricorreranno allo scambio reciproco di protezione e controlli – una economia di assedio».In una vera unione economica e monetaria, dove il potere di agire in modo indipendente degli Stati membri è effettivamente abolito, l’unica contromisura risolutiva – espansione economica grazie al rilancio della spesa pubblica – potrebbe essere intrapresa solo da un governo federale europeo: «Senza tale governo, l’unione monetaria impedirebbe un’azione efficace da parte dei singoli paesi e non cercherebbe assolutamente di mettere a posto le cose». Previsioni confermate alla lettera, vent’anni dopo, fino alle estreme conseguenze: l’assenza di un governo democratico centrale, aggiunge Godley, espone le regioni più fragili al peso di improvvise crisi. Solo un regime di solidarietà fiscale, nel quadro di un governo federale europeo, potrebbe fermare il declino di vaste aree, garantendo le necessarie Jacques Delors, uno dei "padri" dell'euro-disastroprotezioni economiche e sociali. «In extremis, una regione che produrrebbe nulla non morirebbe di fame perché sarebbe titolare di pensioni, indennità di disoccupazione e il reddito dei dipendenti pubblici».
Cosa succede se un intero paese subisce una grave battuta d’arresto strutturale? «Finché è uno Stato sovrano, potrebbe svalutare la propria moneta: potrebbe quindi comunque implementare con successo politiche di piena occupazione se i cittadini accettassero il taglio necessario ai loro redditi reali». Con una unione economica e monetaria, invece, «questa strada sarebbe ovviamente sbarrata, e questa prospettiva sarebbe gravissima a meno che ci fosse la possibilità di adottare disposizioni federali di bilancio che abbiano una funzione redistributiva». Così parlava il “profeta” Godley nel 1992: «Quello che trovo assolutamente sconcertante è la posizione di coloro che mirano a una unione economica e monetaria senza la creazione di nuove istituzioni politiche (a parte una nuova banca centrale), e che alzano con orrore le mani quando le parole “federale” o “federalismo” vengono pronunciate».
FONTE: http://www.libreidee.org/
 

All’incontro sull’Economicidio a Sanluri c’erano il signor Giuseppe e il milionario Soru. Quest’ultimo non è solo uno dei più importanti imprenditori d’Italia, è anche uno dei principali dirigenti del PD; è stato Governatore della Sardegna, è l’editore dell’Unità, il giornale che era nato per difendere i “signor Giuseppe” nel 1924. Ecco i suoi interventi

Nel 1997 quasi tutti i paesi europei esportavano più di quanto importavano, oggi invece i teutonici hanno cannibalizzato il resto del Continente grazie all’abracadabra della moneta unica.

Il problema dell’economia è che il deficit di bilancio è troppo basso: dev’essere molto maggiore. Ci deve essere più spesa pubblica o una minor tassazione, oppure una combinazione delle due. Comunque, il deficit è troppo basso. E il problema è che tutti i vostri leader politici pensano che il deficit sia eccessivo, e quindi fanno tutto il possibile per ridurlo. Il deficit, però, è uguale ai vostri risparmi: i vostri risparmi sono troppo bassi, voi non avete abbastanza reddito. Avete bisogno di più soldi. C’è disoccupazione e tutti sono praticamente a terra, perché il deficit è troppo basso. Purtroppo, per l’Italia – come parte del sistema euro – non si riesce a incrementare il deficit, perché i mercati vi taglierebbero fuori, e quindi è necessaria una garanzia dalla Banca Centrale Europea. Ne ho parlato fin dal ’95 e alla fine è successo: a maggio, quando Trichet ha proposto che la soluzione di tutti i problemi fosse la banca centrale.
Trichet è stato seguito poi da Draghi, che ha detto che avrebbero fatto tutto il possibile per fare in modo che l’Italia potesse auto-finanziarsi. Trichet e DraghiEffettivamente questo è successo: i finanziamenti non sono più un ostacolo. Però, ancora, continuano a cercare di ridurre il deficit. E tutte le cose continueranno ad andare di male in peggio, fino a quando non capiranno che il deficit dev’essere maggiore. Le piccole e medie imprese di cosa hanno bisogno? Ovviamente, di persone che abbiano soldi da spendere. E come si trovano, queste persone? E’ necessario abbassare le tasse e aumentare la spesa pubblica: dobbiamo aumentare il deficit. Il governo impone una tassa; a quel punto, deve spendere abbastanza per permettere alla gente di pagarla, questa tassa, e anche di accumulare dei risparmi. Perché, se non si spende abbastanza per pagare le tasse e riuscire a risparmiare, non c’è più economia: ed è quello che sta succedendo.
Le aziende si basano sulle vendite – è così che vivono – e continuano a competere per aggiudicarsi le spese dei consumatori. Quindi sta al governo, allo Stato, far sì che la tassazione non privi di troppi fondi la gente, non la privi del denaro necessario alle spese per vivere. Una volta stabilito un governo equo, quindi con tutti i servizi pubblici necessari, c’è un livello sufficiente di tassazione, in cui le persone hanno abbastanza soldi da spendere per comprare tutti i beni e servizi che si possono produrre, e contribuire così a una piena occupazione. Non è difficile ottenere tutto questo, ma i leader devono capire che questo può implicare un deficit: e a questo non sono pronti. Un’economia “domestica” Mmt, fondata sulla Teoria della Moneta Moderna, è in grado di garantire la prosperità? A tutt’oggi: sì. Noi possiamo garantire la piena occupazione, buoni posti di Warren Moslerlavoro per tutti. E questo significa che tutti riescono a produrre ricchezza, beni e servizi che costituiscono la nostra prosperità.
Abbiamo bisogno delle esportazioni? Sono necessarie solo per pagare le importazioni. Il commercio ci rende tutti ricchi e prosperi: compriamo delle cose gli uni dagli altri, abbiamo degli scambi; se non ci fossero commercio e scambio, sarebbe necessario coltivarsi i propri prodotti nei campi, fabbricarsi le scarpe da soli, insegnare da soli ai figli. Noi ci specializziamo: alcune persone coltivano i campi, altri insegnano ai ragazzi, altri si occupano dei malati. Le persone che lavorano in agricoltura producono per tutti; quelli che curano i malati si occupano di tutti i malati; chi insegna ai ragazzi insegna a tutti i ragazzi. Quindi noi suddividiamo il lavoro, e questo si chiama commercio, scambio, ed è una buona cosa. Quando ci si specializza, si riesce a far meglio tutto.
Noi non vogliamo delle restrizioni in questo meccanismo di scambio, eppure abbiamo un enorme restrizione, a questo riguardo – nello scambiare servizi, fare le cose gli uni con gli altri – e questa restrizione si chiama Iva, imposta sul valore aggiunto. E’ una tassa imposta sullo scambio di servizi. Cioè: se mi voglio far tagliare i capelli da qualcuno, devo pagare l’Iva. Se voglio comprare un paio di scarpe, devo pagare un’imposta sul valore aggiunto. C’è un’Iva su tutte le transazioni: e questa è una tariffa – una restrizione – sul commercio. Ci rende tutti più poveri. E quindi è il tipo più sbagliato di tassa, da introdurre. Noi invece vogliamo incoraggiare questi scambi. E questo deve estendersi anche al resto del mondo: dobbiamo essere in grado di avere accesso a tutti i prodotti del resto del pianeta. Pagandoli come? Con nostri prodotti. Noi non vogliamo limitare questo meccanismo di scambio. E perché allora vengono applicate restrizioni? Perché pensiamo che Barnard l’importazione causi disoccupazione: pensiamo che, se importiamo prodotti, perdiamo posti di lavoro, qui.
Quando le persone contraggono prestiti, spendono e l’economia si surriscalda, le tasse automaticamente aumentano. Quando si guadagna di più, si paga di più: quando ci sono degli utili, si pagano automaticamente più tasse. E questo si chiama: stabilizzazione fiscale automatica. Per cui, gli adeguamenti necessari che deve attuare il governo possono essere molto limitati, o addirittura superflui. Purtroppo, però, a causa del fatto che lo Stato si occupa sempre di deficit e vuole arrivare a un “deficit zero” o al 3%, quindi ridotto al massimo, invece di pensare alla prosperità e fare in modo che ci sia la piena occupazione per tutti, quindi senza stare a pensare all’entità del deficit perché in fondo non importa – purché tutti abbiano un lavoro e non ci siano troppi problemi – lo Stato adotta misure che non hanno alcun senso. Come quelle di adesso: in cui si decide che, anche con un’elevata disoccupazione, il deficit è accessivo, e quindi si cerca di ridurlo. Persino se lo lasciassero così com’è, probabilmente, l’economia si riprenderebbe: certo non sarebbe una ripresa veloce, ma graduale nel corso degli anni. Ma non lo stanno facendo: cercano anzi di ridurlo, il deficit. E peggiorano le cose. E sono assolutamente responsabili delle condizioni attuali del paese.
(Warren Mosler, estratti dell’intervento “Il deficit è troppo basso”, condotto al meeting sulla Modern Money Theory promosso da Paolo Barnard a Rimini il 20-21 ottobre 2012  e riportato sul sito MeMmt).
FONTE: http://www.libreidee.org/
 

 

La soluzione alla disoccupazione è semplice, creare abbastanza posti di lavoro da soddisfare le richieste di quelli che non ne hanno uno. Fattibile, se si tratta di uno Stato monetariamente sovrano

Come da me ribadito in molte occasioni, tanto da meritarmi il titolo di un bizzarro primato — la soluzione alla disoccupazione di massa è molto semplice — creare abbastanza posti di lavoro da soddisfare le preferenze di lavoro per quelli che non ne hanno uno. Assisto a molti meeting — un po’ qua e un po’ là — e odo ufficiali di governo e di agenzie multilaterali ripetere la stessa cosa — “la disoccupazione è un problema complesso, dalle mille sfaccettature”. La mia replica è sempre la medesima. No, non è così. Tale tipo di linguaggio — falso — è soltanto una scusa per dire che creare i posti di lavoro necessari non si addice all’ideologia dominante. Un altro fatto semplice è che se il settore privato non è in grado di creare i posti di lavoro necessari — beh, signore e signori — vi è solamente un unico altro settore. Fatevene una ragione. In questo blog recensiremo l’ultima pubblicazione del US Bureau of Labor Statistics del suo US JOLTS database di dicembre 2012. Questo insieme di dati invia messaggi chiari e molto semplici sulle cause della disoccupazione di massa — e tutte esse coinvolgono il lato della domanda.
L’altra narrativa che viene rifilata in tali conferenze è che “la disoccupazione è un problema, profondamente radicato, riguardante il lato dell’offerta”. La mia risposta è sempre la stessa. No, non lo è. Tale risposta non significa che io ignori o escluda questioni riguardanti il lato dell’offerta come facenti parte della soluzione. Ma che tutte le politiche supply-side funzionanti — lo sono quando esse vengono applicate nel contesto del lavoro subordinato. Il mainstream invoca continuamente nell’immaginario che la domanda e l’offerta di lavoro siano indipendenti l’una dall’altra. Ciò consente loro di definire armoniose soluzioni d’equilibrio che li porta a riferire agli studenti di economia che tagli salariali e infausti rimedi di welfare del lavoro siano indispensabili per curare la disoccupazione di massa.
Mi sono ricordato di tale genere di conferenze quando sono apparse talune pubblicazioni di dati. Ieri (12 febbraio 2013), il US Bureau of Labor Statistics ha rilasciato gli ultimi dati dal suo US JOLTS database, l’ultima edizione copre il periodo di dicembre 2012.
Amo tale database perché esso fornisce in modo semplice le evidenze incontrovertibili di quanto la concezione supply-side della disoccupazione di massa sia sbagliata — e tutto in poche serie storiche.
Nella nuova relazione d’accompagnamento al rilascio dei dati, il BLS nota che:
“Nell’ultimo giorno commerciale di dicembre vi sono state 3.6 milioni di opportunità di lavoro, di poco variate rispetto a novembre… il tasso di ottenimento di occupazione (3.1%) e il tasso di separazione dal lavoro (3.0%) sono pure variati di poco in dicembre.”
Leggi: statici.
La spiegazione dell’economia lato-offerta propagandata dai conservatori, che utilizzeranno ogni pretesto per discutere qualsiasi appello all’intervento del governo, s’incentra sull’asserzione che la disoccupazione persistente sia un problema strutturale.
Un ulteriore passo in avanti del tipico conservatore, o neoliberista, è di nuovo a Shangri La!1  — per cui, essi ci dicono che v’è bisogno di imporre l’austerità fiscale (eccetto il considerare i tagli ad ogni sorta di spesa pubblica che gli pari il deretano).
Nell’ambito di tale narrativa essi spendono ore nel convincerci che il sostegno federale al reddito per i disoccupati annienterebbe le iniziative, già languide, dei relativi destinatari, e andrebbero tagliate (o abbandonate del tutto).
Essi promuovono politiche sociopatiche, che minano alla fattibilità per i disoccupati di vivere persino la più modesta vita materiale, e mascherano queste indecenze come strategie per incentivare i senza-lavoro a fare di più per cercarne uno.
La narrativa dell’economia supply-sider comincia con il modello di mercato del lavoro che si trova nei libri di testo, che asserisce che la disoccupazione e il salario reale sono determinati nel mercato del lavoro all’intersezione tra le funzioni di domanda di lavoro e di offerta di lavoro.
Il livello di occupazione d’equilibrio viene formulato come di piena-occupazione poiché esso indica che ogni impresa che desideri impiegare a tale salario reale può trovare lavoratori che desiderano lavorare e che ogni lavoratore che desideri lavorare a tale salario reale può trovare un datore di lavoro che desideri impiegarlo. La disoccupazione frizionale viene facilmente ricavata da questa rappresentazione Classica del mercato del lavoro, in quanto disoccupazione volontaria. Supposto costante il progresso tecnico, tutte le variazioni nell’occupazione (e dunque nella disoccupazione) sono causate da trasposizioni della curva di offerta di lavoro. Vi sono stati molti articoli, scritti da economisti mainstream chiave (come Milton Friedman), che argomentano che i cicli economici sono condotti da trasposizioni nella curva di offerta di lavoro. L’essenza di tutte queste storie sulle trasposizioni della curva di offerta è che l’uscita dei lavoratori dal mercato viene formulata come contro-ciclica — ossia, le uscite incrementano quando l’economia è in declino e viceversa — nonostante vi siano tutte le evidenze dell’esatto contrario. Una storia simile, che viene ancora raccontata, è che le oscillazioni dei cicli economici sono caratterizzate da oscillazioni nella disoccupazione volontaria. Così una contrazione dell’occupazione (e una crescita della disoccupazione) emerge — presumibilmente — poiché i lavoratori sviluppano una rinnovata preferenza per l’ozio e per lavorare meno e l’offerta di lavoro per ogni livello di salario reale si sposta dunque verso l’interno (ossia, i lavoratori adesso sono meno propensi ad offrire le stesse ore di lavoro di prima al salario reale attuale).
Così essi lasciano il loro lavoro per andare in spiaggia e brindare con lo champagne.
La diffusione dei benefici della disoccupazione — così la storia prosegue — aumenta l’attrattività dell’ozio. Il motivo è che essi si stendono in spiaggia, sorseggiano il loro champagne e vengono pure pagati per ciò (cortesia del sostegno al reddito).
Chi non opterebbe per tale soluzione?
Ebbene, in maggioranza quasi nessuno farebbe ciò, ma è una verità scomoda. Persino l’aspetto sociologico di tutto ciò è sbagliato — data la dimostrazione di innumerevoli studi che ci rivelano come i disoccupati debbano patire alienazione, diminuzione nelle relazioni sociali e crollo dell’autostima. La ripresa dell’attività economica — così prosegue ancora la storia — è caratterizzata dai lavoratori che hanno sviluppato una rinnovata sete di lavorare e così la curva di offerta si sposta nuovamente verso l’esterno — ovvero, essi hanno voglia di offrire più ore di lavoro di prima agli stessi livelli di salario reale. Evidentemente, essi si nuocciono dall’ozio e ritrovano l’appetito per nuove BMW, orologi di lusso, e vacanze sulla neve a sciare, con tutte le attività e gli svaghi secondari che le accompagnano.
E, ad un livello empirico, tale teoria presagisce che gli abbandoni [del lavoro; NdT] crollino come l’occupazione.
Tutto si ridurrebbe dunque, per sostenere gli spostamenti dal lato dell’offerta, alla questione in base alla quale il tasso di abbandoni sia o meno, contro-ciclico — come la teoria presagisce.
Lester Thurow, nel suo meraviglioso libro del 1983 — Dangerous Currents [“Correnti di pensiero dannose”; NdT] — era in disaccordo e sfidò la visione mainstream chiedendosi:
“… Come mai gli abbandoni aumentano durante i periodi di boom e crollano durante le recessioni? Se le recessioni fossero dovute ad imperfezioni informative, gli abbandoni dovrebbero incrementare durante le recessioni e crollare in periodi di boom, proprio il contrario di quanto avviene nel mondo reale.”
Il riferimento alle “imperfezioni informative” è un’altra versione della storia mainstream lato-offerta. La narrativa prosegue con la Banca Centrale/Tesoro i quali possono comprare una riduzione della disoccupazione (al di sotto del livello che i neoliberisti considerano come tasso naturale — un altro mito) — inflazionando l’economia con la spesa pubblica.
Così l’economia ottiene un aumento dei salari monetari e dei prezzi (la tipica storia di troppi soldi in giro a fronte di troppi pochi beni). L’inganno è che essi asseriscono che il tasso di incremento dei salari monetari è minore dell’aumento dei prezzi e quindi il salario reale crolla. Le imprese reagiscono al declino del salario reale offendo più occupazione — poiché esse sanno che la produttività marginale del lavoro è più bassa (un altro mito). Ma perché i lavoratori accettano di offrire più lavoro quando il salario reale crolla? Dopotutto i modelli di mercato del lavoro dei libri di testo ci dicono che la curva di offerta del lavoro è inclinata verso l’alto in termini di salario reale, poiché i lavoratori offriranno più lavoro solamente se il prezzo relativo del tempo libero (che è il salario reale) sale.
Un altro espediente di questa storia poi è che l’intera offerta di lavoro trasli perché i lavoratori credono
che il salario reale sia aumentato — essi sono tratti in inganno dalla crescita dei salari monetari nel formare la loro convinzione che essi siano più ricchi rispetto a prima ogni ora che passa, così il tasso di abbandoni crolla e l’occupazione aumenta.
Pertanto, per un periodo (breve), l’economia è in grado di operare ad un livello di disoccupazione inferiore al suo tasso naturale. Per quanto tempo può durare ciò? Quanto ci vuole prima che i lavoratori si rechino nei negozi e si accorgano che ora tutto è più caro e che, in effetti, essi sono meno ricchi di prima (perché il salario reale è crollato)? Di conseguenza, una volta appresa la verità, la curva di offerta di lavoro trasla verso la posizione precedente e i lavoratori ritirano la loro forza-lavoro en masse (il tasso di abbandoni sale nuovamente) e l’occupazione e l’attività economica scivolano nuovamente verso il loro livello “naturale”. La lezione che viene conficcata nella mente degli studenti è che tutto ciò dimostra quanto siano futili gli interventi politici che mirino a diminuire il tasso di disoccupazione. L’unico modo in cui il tasso “naturale” possa essere diminuito (se non del tutto) è quello di designare politiche che riducano gli impedimenti strutturali nel mercato del lavoro. Quali sono? Per esempio tagliare i sussidi all’ozio (i benefici della disoccupazione), ecc.
Originale disponibile qui.
Traduzione a cura di Marco Sciortino