L’Italia che l’Europa sta smantellando si fonda su due date importanti: il 25 aprile e il 1 maggio.
Con il loro sacrificio gli italiani hanno ottenuto democrazia, lavoro, uno Stato che ha speso a deficit per migliorare le condizioni della collettività.
Una terza data ci dice invece che tutto questo oggi è perso: il 9 maggio è Festa dell’Europa.
Tre date che ci ricordano che una democrazia è uno Stato che spende a deficit per il benessere dei cittadini.
Troverete nel sito 3 volantini specifici. Uno per ogni data. Iniziamo con il volantino del 25 aprile. Nei prossimi giorni gli altri. Stampiamo e diffondiamo il più possibile!
– QUI IL VOLANTINO DEL 25 APRILE: “Non esiste democrazia senza uno Stato che con la sua moneta spende a deficit per raggiungere la piena occupazione”

 

L’Euro è diventato oggi l’incarnazione di un vero e proprio strumento di governo (“means of structural transformation”, un mezzo di trasformazione strutturale lo definì Mario Monti nel 2011) con cui si stanno imponendo a interi popoli – sotto l’egida dell’emergenza, dello stato di necessità e con la mannaia dello spread pronta ad abbattere i governi poco graditi ai mercati – decisioni altrimenti improponibili e inaccettabili da parte dei cittadini.
Questo fatto, lungi dall’essere una mia idea o una mia opinione, è stato placidamente ammesso dai padri nobili della moneta unica a più riprese. Pertanto, faccio qui una breve rassegna per gli smemorati, utile (e questa è una mia opinione) a mostrare a quelli che parlano di “Unione politica europea”, di “Stati Uniti d’Europa”, di “Sogno europeo” e in generale di uno sforzo politico per un’Europa più democratica, che la natura politica di fondo dei tecnocrati europei è incompatibile con qualsiasi disegno di matrice veramente democratica.
Ecco le prove (con tutte le fonti liberamente consultabili), nelle parole dei padri fondatori dell’Euro e dell’Eurozona:
mario-monti1-20-12-20121.jpg1_11) Mario Monti, 1998, dal libro Intervista sull’Italia in Europa di Federico Rampini (p. 40 e 50-51):
Federico Rampini: «Perché la Commissione europea ha accettato di diventare il capro espiatorio su cui scaricare l’impopolarità dei sacrifici?».
Risposta di Monti: «Perché, tutto sommato, alle istituzioni europee interessava che i Paesi facessero politiche di risanamento. E hanno accettato l’onere dell’impopolarità ESSENDO PIU’ LONTANE, PIU’ AL RIPARO, DAL PROCESSO ELETTORALE. Solo che questo un po’ per volta ha reso grigia e poi nera l’immagine dell’Europa presso i cittadini».
Federico Rampini: «Con uno sguardo storico all’integrazione dal 1957 in poi, si è spesso sostenuto che la Comunità europea ha fatto progressi prodigiosi perché era cementata dalla paura di un aggressore esterno, cioè l’impero sovietico. Si può andare avanti verso l’Europa unita […] senza una minaccia esterna?»
Risposta di Monti: «Ma secondo me il peso delle minacce esterne è ancora uno dei motori dell’integrazione europea. Anche se la minaccia cambia natura: la minaccia esterna di oggi si chiama concorrenza. Questo è un fattore potente di spinta per l’integrazione, anche se l’Europa reagisce troppo lentamente a questa minaccia. […] Un altro fenomeno che viene percepito come minaccia esterna, e che sta spingendo l’Europa verso una maggiore integrazione, è la “minaccia immigrazione”. […] QUINDI LE PAURE SONO STATE ALL’ORIGINE DELL’INTEGRAZIONE, LE PAURE HANNO CAMBIATO NATURA, PERÒ RIMANGONO TRA I MOTORI DELL’INTEGRAZIONE».
Fonte: EUobserver.2) Jean Claude Juncker (ex presidente dell’Eurogruppo), 21 dicembre 1999Der Spiegel, sul modus operandi della Commissione Europea:
«Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere cosa succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché LA MAGGIOR PARTE DELLA GENTE NON CAPISCE NIENTE DI COSA E’ STATO DECISO, andiamo avanti passo dopo passo fino al PUNTO DI NON RITORNO».
Nota: si tratta dello stesso Juncker che ha detto questa cosaqui lo scorso gennaio. Proseguiamo:
 
PadoaSchioppa3) Tommaso Padoa Schioppa, autunno 1999, Commenataire n. 27 (estratto qui), sulla nascita dell’Unione Europea:
«La costruzione europea è una rivoluzione, anche se i rivoluzionari non sono dei cospiratori pallidi e magri, ma degli impiegati, dei funzionari, dei banchieri e dei professori. […] L’EUROPA NON NASCE DA UN MOVIMENTO DEMOCRATICO. […] Tra il polo del consenso popolare e quello della leadership di alcuni governanti, l’Europa è nata seguendo un metodo che potremmo definire con il termine di DISPOTISMO ILLUMINATO».
 
 
4) Romano Prodi, 4 dicembre 2001, Financial Times (citato qui), sui futuri problemi che l’Euro avrebbe causato:
«Sono sicuro che l’Euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile. MA UN BEL GIORNO CI SARÀ UNA CRISI e si creeranno i nuovi strumenti».
 
5) Giuliano Amato, 12 luglio 2007,EuObserver, sulle modalità con cui fu scritto il Trattato Lisbona:
 
«Essi [i leader Europei] hanno deciso che il documento avrebbe dovuto essere illeggibile. Essendo illeggibile allora non sarebbe stato costituzionale […] Se fosse stato comprensibile, ci sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum, perché avrebbe significato che c’era qualcosa di nuovo [il riferimento qui è alla Costituzione Europea bocciata nel 2005, nda]. I primi ministri non produrranno niente direttamente perché si sentono più al sicuro con la cosa illeggibile. Essi possono presentarla meglio, in modo da EVITARE PERICOLOSI REFERENDUM».
images (1)6) Jacques Attali (uno dei padri fondatori dell’Unione europea e dei Trattati europei), 24 gennaio 2011, all’Università partecipativa:
«Abbiamo minuziosamente “dimenticato” di includere l’articolo per uscire da Maastricht.. In primo luogo, tutti coloro, e io ho il privilegio di averne fatto parte, che hanno partecipato alla stesura delle prime bozze del Trattato di Maastricht, hanno…o meglio ci siamo incoraggiati a fare in modo che uscirne … sia impossibile. Abbiamo attentamente “dimenticato” di scrivere l’articolo che permetta di uscirne. NON È STATO MOLTO DEMOCRATICO, naturalmente, ma è stata un’ottima garanzia per rendere le cose più difficili, per costringerci ad andare avanti».
 
Mario-Monti-h6007) Mario Monti, 22 febbraio 2011, convegno Finanza: comportamenti, regole istituzioni, Università Liuss Guido Carli, sul bisogno crisi come strumento di governo. Intervista video disponibile qui (dal minuto 5 e 16 secondi):
«Non dobbiamo sorprenderci che L’EUROPA ABBIA BISOGNO DI CRISI E DI GRAVI CRISI PER FARE PASSI AVANTI. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile, conclamata».
8) Helmuth Kohl, 9 aprile 2013, Telegraph (traduzione qui) sull’ingresso nell’Euro da parte della Germania:
«Sapevo che non avrei mai potuto vincere un referendum in Germania. Avremmo perso il referendum sull’introduzione dell’euro. Questo è abbastanza chiaro. Avrei perso sette a tre. […] NEL CASO DELL’EURO, SONO STATO COME UN DITTATORE».
E adesso, chi vuole continuare a sognare continui pure a farlo.
 
FONTE: http://memmttoscana.wordpress.com/
 

Nell’economia reale le importazioni sono un beneficio, mentre le esportazioni sono un costo. Ecco perché

TRATTO DAL PROGRAMMA ME-MMT DI SALVEZZA ECONOMICA PER L’ITALIA
Poiché il presupposto fondamentale del ritorno dell’Italia alla sovranità monetaria è la Spesa a Deficit Positivo in funzione del pieno impiego, uno sguardo va rivolto all’inflazione. Anche qui una breve premessa: l’inflazione è direttamente correlata ai prezzi pagati dal creatore e monopolista della moneta sovrana, cioè dallo Stato. Per esempio: se lo Stato decide di raddoppiare il salario pubblico per il medesimo lavoro, di fatto dimezza il valore della moneta. Tuttavia, questa azione inflattiva è limitata nel momento in cui il governo cessa di aumentare i salari. Dunque si può dire che la vera inflazione deve essere un processo permanente, e non limitato a singoli aumenti di prezzi, e
deve essere non pianificata dal governo.
Il governo italiano delle nuove Lire sa però che la Piena Occupazione (il PLG) rappresenta il maggior stabilizzatore dei prezzi di tutta l’economia, per le seguenti ragioni:
A. La Piena Occupazione aggiunge una spinta produttiva di beni e servizi enorme, ed essi vanno a pareggiare la massa monetaria circolante, impedendo alta inflazione.
B. La Piena Occupazione attraverso il PLG comporta per il governo un aumento di Spesa a Deficit Positiva quando esiste disoccupazione, e non di per sé. Ciò di nuovo impedisce all’inflazione di apparire. Infatti la Spesa a Deficit Positiva del governo nuovamente sovrano si ferma a fronte di Piena Occupazione con piena produzione nazionale (full capacity), proprio per impedire inflazione.
C. La Piena Occupazione, come già detto, riduce drasticamente la spesa a Deficit Negativa del governo, cioè il denaro sprecato per i costi sociali dei disoccupati, e questo significa meno denaro improduttivo circolante, quindi meno inflazione. È noto infatti che salari pagati a persone che non producono aumentano la domanda (denaro disponibile da spendere) ma non la produzione di beni e servizi, e questo può causare inflazione. Non con il PLG.
D. La temuta iperinflazione è impossibile se il Paese gode di Piena Occupazione. Essa è un fenomeno che si è verificato in contesti storici ben definiti (scenari di devastazione del sistema produttivo ed enormi debiti denominati in oro o in una valuta non controllata dallo Stato debitore).
Inoltre, la Piena Occupazione del nuovo governo sovrano italiano incoraggerà la produzione domestica del maggior numero di beni e servizi possibili, riducendo la dipendenza dell’Italia dall’acquisto estero di talibeni e servizi. Questo diminuisce in parte l’esposizione del Paese a shock dei prezzi (aumenti) causati da eventi esterni che non può controllare. Infine, il nuovo governo sovrano italiano sarà consapevole che l’inflazione non è mai un valore assoluto in economia. L’Italia del 1980 (con moneta sovrana) era uno dei sette Paesi più ricchi del mondo, col più alto risparmio delle famiglie del pianeta (25%) nonostante un’inflazione molto alta (21,2%). Oggi nell’Eurozona l’Italia ha inflazioni virtuose ma è crollata nell’economia al livello dei PIIGS (i ‘maiali’) e ha i redditi fra i più bassi
dell’OCSE. Lo stesso vale per il Giappone, che ristagna da oltre 10 anni nonostante inflazioni vicine allo 0%.

Pubblicato la prima volta dalla Tavola Rotonda della New American Foundation: The challenge of Job Creation18 Ott 2009
Secondo un rapporto dell’ILO1 pubblicato prima dello scoppio della crisi economica globale, nonostante molte persone stessero lavorando come non mai, il numero dei disoccupati si attestava su una quota elevata, di quasi 200 milioni. Inoltre, “la forte crescita economica degli ultimi cinque anni aveva avuto solo un leggero impatto sulla riduzione del numero dei lavoratori che vivevano con le loro famiglie in condizioni di povertà …”, in parte perché la crescita era alimentata dall’incremento della produttività (in crescita del 26% nella scorsa decade), ma non stava creando nuovi posti di lavoro (solo il 16,6%). Il rapporto concludeva: “ogni regione deve  affrontare le grandi sfide del mercato del lavoro” e “i giovani hanno maggiori difficoltà nel mercato del lavoro rispetto agli adulti, le donne non hanno le stesse opportunità degli uomini, la mancanza di un lavoro dignitoso è ancora significativa, e il potenziale che una popolazione ha da offrire non è sempre utilizzato a causa del mancato sviluppo del capitale umano o dello squilibrio tra l’offerta e la domanda nel mercato del lavoro”. Tutte queste affermazioni rispecchiano bene la situazione degli Stati Uniti, nonostante nel 2008 ci trovassimo all’apice del ciclo economico.
Adesso ovviamente il nostro mercato del lavoro è in profonda crisi avendo perso più di sei milioni di posti, con la disoccupazione effettiva quasi al 10%, e con milioni di lavoratori costretti alla riduzione degli orari di lavoro e persino alla riduzione della paga oraria. Secondo una relazione della New America Foundation2  ubblicata nella primavera scorsa, se aggiungiamo quei lavoratori “marginalmente collegati”, cioè quelli costretti a lavorare part-time, e coloro che vorrebbero lavorare, ma hanno rinunciato a cercare lavoro, il totale della disoccupazione effettiva è di oltre 30 milioni . A questo si aggiungano altri 2 milioni di individui carcerati – molti dei quali avrebbe potuto evitare di commettere un crimine se avessero goduto di migliori opportunità economiche, ed è probabile che una misura più accurata del tasso di disoccupazione sarebbe di circa il 20%. Questi numeri sono simili a quelli che ho ottenuto durante il periodo del boom di Clinton quando ho fatto una stima del numero di potenziali lavoratori rimasti senza lavoro anche quando l’economia era presumibilmente prossima alla piena occupazione.3
Il tasso di partecipazione della forza lavoro, cioè la percentuale di popolazione in età lavorativa che è impiegata o disoccupata, varia notevolmente per livello di istruzione; chi abbandona quella secondaria ha tassi di partecipazione molto bassi, a cui corrispondono tassi di incarcerazione elevati. Ho calcolato che ben 26 milioni di persone avrebbero potuto lavorare se avessero portato i tassi di partecipazione della forza lavoro di tutti gli adulti ai livelli di cui godono i laureati. Questo numero sarebbe maggiore al giorno d’oggi, a causa della scarsa creazione di posti di lavoro negli anni di Bush ed a causa della crisi economica. Quindi, possiamo tranquillamente concludere che a prescindere dal fatto che l’economia degli Stati Uniti sia in piena espansione o in recessione , il Paese registrerebbe una cronica mancanza di posti di lavoro. Confrontando questi numeri con la promessa del presidente Obama, quindi con il fatto che le sue scelte avrebbero creato, o almeno preservato, tre o quattro milioni di posti di lavoro, è chiaro che la politica attuale non è in grado di affrontare i problemi del mercato del lavoro. A dire il vero, non esiste una scelta politica unica in grado di fronteggiare i problemi che affliggono il mercato del lavoro. Abbiamo certamente bisogno di risolvere la crisi finanziaria e di rilanciare la crescita economica, ma come l’esperienza dimostra, anche una robusta crescita non crea automaticamente posti di lavoro. Inoltre, abbiamo gravi problemi strutturali: alcuni settori, come l’industria manifatturiera, creano pochi osti di lavoro rispetto al numero di soggetti che hanno competenze adeguate, mentre altri, come il settore FIRE – finanza e assicurazioni – probabilmente dovrebbero essere ridimensionati, e, altri ancora,  come la cura e l’assistenza all’infanzia, andrebbero incrementati, a fronte di una carenza cronica di personale. Infine, si potrebbe sostenere che ci troviamo ad affrontare un altro tipo di problema strutturale individuato mezzo secolo fa da John Kenneth Galbraith: quello di un settore pubblico relativamente impoverito e di un settore profit gonfiato. Pertanto, pur riconoscendo la natura multiforme del nostro problema, credo che la creazione diretta di posti di lavoro da parte del governo sarebbe soltanto l’inizio del cammino verso la risoluzione di quello che è probabilmente il nostro peggior problema, cioè la disoccupazione, anche se si fosse in grado di impiegare la gente a lavorare per fornire i servizi pubblici necessari. Programmi per la creazione diretta di posti di lavoro sono stati molteplici negli Stati Uniti e in tutto il
mondo. Gli americani immediatamente penseranno ai vari programmi del New Deal, come la Works Progress Administration (che impiegò circa 8 milioni di lavoratori), il Civilian Conservation Corps (2,75 milioni di occupati), e l’Amministrazione nazionale della gioventù (oltre 2 milioni di posti di lavoro a tempo parziale per gli studenti). In effetti, ci sono state richieste per il rilancio dei programmi di lavoro, come VISTA e CETA, per assicurare l’occupazione di giovani diplomati e laureati che ora a causa della crisi rischiano di restare disoccupati.4


Ma quello che io sostengo è un piano più ampio e duraturo: un programma universale di creazione di posti di lavoro che prescinda dai capricci del ciclo economico. Il governo federale dovrebbe garantire un’offerta di lavoro a chiunque sia pronto e disposto a lavorare, con un livello retributivo stabilito dal programma che comprenda i salari ed i diritti dei lavoratori. Per rendere le cose semplici, i salari potrebbero essere fissati pari all’attuale salario minimo garantito, e poi adattati periodicamente al variare dello stesso. Gli attuali diritti dei lavoratori, comprese ferie, malattie e contributi previdenziali, resterebbero garantiti.
Si noti che il pacchetto del programma di compensazione stabilirebbe lo standard salariale minimo che altri datori di lavoro (privati e pubblici) dovranno rispettare. In questo modo, la politica potrebbe effettivamente stabilire il salario di base ed i diritti lavorativi a livello nazionale – con prestazioni migliorate, quali la possibilità di fornire aumenti. Non credo che sarà facile determinare il livello di retribuzione; comunque, un dibattito pubblico che metta in discussione le questioni relative allo standard di vita minimo nella nostra nazione sarebbe a tal proposito non solo giusto ma salutare.
Il governo federale non dovrebbe gestire questo programma. Dovrebbe soltanto fornire i fondi per la creazione di posti di lavoro diretti, mentre la maggior parte di essi potrebbero essere creati dalle amministrazioni locali e da organizzazioni senza scopo di lucro. Ci sono diverse ragioni per questo, ma la più importante è che le comunità locali hanno una migliore comprensione delle esigenze. Il New Deal è stato un progetto piuttosto centralizzato, ma molti di quelli portati a termine furono concepiti per creare sviluppo per l’America rurale: elettrificazione, irrigazione, e grandi progetti di costruzione. A dire il vero, abbiamo bisogno di investimenti in infrastrutture oggi, ma gran parte di questo può essere svolto dalle amministrazioni locali. Questo programma dovrebbe fornire almeno una parte della forza lavoro per questi progetti, con i salari e alcuni costi delle materie prime pagati dal governo federale. Ancora più importante, oggi ci troviamo ad affrontare una grave carenza di servizi pubblici che potrebbe essere sostanzialmente risolta attraverso l’occupazione a tutti i livelli di personale statale, più i fornitori no-profit di servizi sociali. Gli esempi includono l’assistenza agli anziani e ai bambini, parchi giochi, vigilanza, bonifiche ambientali, cura per lo spazio pubblico, e miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni per i cittadini a basso reddito. Il decentramento promuove progetti mirati a soddisfare le esigenze della comunità – sia in termini di tipologie di programmi creati, ma anche in termini di nuovi posti di lavoro corrispondenti alle competenze dei disoccupati in quelle comunità. Si noti inoltre che con la creazione di milioni di posti di lavoro decentrati di servizio pubblico, eviteremmo una delle critiche principali che si fanno al pacchetto di stimolo: poiché non ci sono abbastanza progetti infrastrutturali in cantiere, ci vorrà molto tempo per creare posti di lavoro. Invece, dovremmo consentire a ogni organizzazione al servizio della comunità di creare posti di lavoro pagati in modo che essi possano, a loro volta, rapidamente espandere le operazioni in corso. Mentre l’economia comincia a recuperare, il settore privato (così come per il settore pubblico) inizierà ad assumere di nuovo reclutando lavoratori fuori del programma. Questa è una cosa positiva, anzi, uno degli scopi principali di questo programma è quello di creare sacche di lavoratori pronti ad essere occupati una volta che il programma fosse terminato. Inoltre, il programma dovrebbe fare tutto il possibile per migliorare le competenze e la formazione dei partecipanti, fornendo un curriculum per ognuno di essi da utilizzare per ottenere un lavoro migliore e con una retribuzione maggiore. L’esperienza e la formazione on-the-job sono particolarmente importanti per coloro che tendono a rimanere indietro anche nei periodi migliori. Il programma può fornire un percorso alternativo di occupazione per coloro che non proseguono l’istruzione secondaria e che non possono entrare in programmi di apprendistato del settore privato. Ci sono alcuni esempi recenti, nel mondo reale, di programmi che sono simili a quello che stoproponendo. Quando l’Argentina degli ultimi anni si è trovata a fronteggiare una grave crisi finanziaria, economica, e sociale, ha creato il programma “Jefes“, in cui il governo federale ha creato fondi per finanziare il lavoro e una quota dei costi dei materiali, e la maggior parte dei lavori consistevano in servizi per la comunità.5
Il programma è stato destinato alle famiglie povere con bambini, permettendo a ciascuno di scegliere un “capofamiglia” che partecipasse al piano. Il programma è stato messo in piedi nel giro di quattro mesi, la creazione di posti di lavoro che ne è scaturita è stata pari al 14% della forza lavoro – un risultato notevole. Recentemente, l’India ha adottato la National Rural Employment Guarantee, che assicura 100 giorni di lavoro retribuito agli adulti che vivono nelle campagne. Nonostante il programma sia limitato, risulta essere un passo avanti rispetto al programma “Jefes”: l’accesso a un posto di lavoro diventa un diritto umano riconosciuto, ed il governo è responsabile di garantirlo. Infatti, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo include il diritto al lavoro, non solo perché è importante di per sé, ma anche perché molti dei diritti economici e sociali riconosciuti come diritti umani non possono essere assicurati senza il lavoro retribuito. E sia la storia che la teoria indicano fortemente che l’unico modo per garantire un diritto al lavoro è attraverso la creazione di posti di lavoro diretti da parte del governo. Questo non è, e non dovrebbe essere, una responsabilità del settore privato, che impiega i lavoratori solo in previsione di una vendita e di un relativo profitto. Anche se potessimo in qualche modo gestire la politica economica per produrre uno stato permanente di crescita, sappiamo che si lascerebbero comunque decine di milioni di potenziali lavoratori disoccupati o part-time sfruttati dal lavoro sottopagato. Quindi, la creazione diretta di posti di lavoro da parte del governo è un elemento essenziale per qualsiasi strategia che voglia assicurare il conseguimento di molti dei diritti umani internazionalmente riconosciuti.
1  Global Employment Trends Brief 2007, International Labour Office; risultati riassunti in “Global Unemployment Remains at Historic High Despite Strong Economic Growth”, ILO 25 genaio 2007, Ginevra. Guarda anche The Employer of Last Resort Programme: Could it work for developing countries?, L. Randall Wray, Economic and Labour Market Papers, International Labour Office, Ginevra, agosto 2007, No. 2007/5.
2 Not Out of the Woods: A Report on the Jobless Recovery Underway, New American Contract, New America Foundation, 2009, www.newamericancontract.net.
3 Can a Rising Tide Raise All Boats? Evidence from the Kennedy-Johnson and Clinton-era expansions, L. Randall Wray, in Jonathan M. Harris and Neva R. Goodwin (editors), New Thinking in Macroeconomics: Social, Institutional and Environmental Perspectives, Northampton, Mass: Edward Elgar, pp. 150-181.
4 Guarda Not Out of the Woods, sopra.
5  Guarda “Gender and the job guarantee: The impact of Argentina’s Jefes program on female heads of households”, Pavlina Tcherneva and L. Randall Wray, CFEPS Working Paper No. 50, 2005.
Originale qui.
Traduzione a cura di Marco Pizzolla
 
 
 
 

Non esistono evidenze per cui Paesi come gli USA fronteggino punti di non ritorno sul debito
Avete letto i quotidiani negli ultimi 3 anni? Si? Allora, non esiste chance migliore che voi non siate capitati in qualche analisi che prevedeva per gli USA la fine della Grecia.
Forse perché è da un po’ di tempo che… ricapitoliamo. La versione breve della storia prevede che finiamo in bancarotta. La versione lunga dice che troppo debito pubblico rende i mercati nervosi. Mercati nervosi richiedono maggiori tassi di interesse. Interessi più alti e crescita più debole, entrambi i quali si traducono in un debito più pesante. Il debito più pesante rende i mercati ancora più nervosi. E cosi ci avvolgiamo all’interno di un ciclo che ci conduce al fallimento.
Da quando esistono racconti spaventosi, questo è una di quelli dannatamente spaventosi. Ma è solo una favola. I tassi di interesse non sono saliti e lo stesso vale per il debito; sono caduti a livelli mai cosi bassi nella storia. Certamente, non hanno fermato i cori greci che predicevano come la nostra economia stesse andando verso Hades. Ma quando? Quando il debito raggiunge il 100% del PIL? O il 90%, come Carmen Reinhart and Kenneth Rogoff hanno affermato?
O l’80%?
Questa era la linea bianca disegnata su un recente paper da David Greenlaw, James Hamilton, Peter Hooper e Frederic Mishkin. Greenlaw & Co. Riguardava una regressione su 20 economie avanzate dal 2000 al 2011 per capire se ci fosse una relazione tra i costi per prendere in prestito e il  debito pubblico di un determinato Paese, quello netto e le partite correnti medie a 5 anni comparate con le precedenti. (Glossario: debito lordo, si riferisce all’ammontare totale di debito, inclusi i debiti che il governo deve a se stesso. Il debito netto è l’ammontare tenuto dal pubblico, meno gli asset del governo. Le partite correnti rappresentano il saldo commerciale, che include  le esportazioni nette, le importazioni nette e gli investimenti esteri).
Essi hanno trovato un collegamento. Secondo i loro calcoli, il coefficiente per il debito lordo e netto  “era altamente significativo per entrambi”, e aumenti per entrambi i debiti dell’1% sul PIL avrebbero incrementato i costi relativi al prestito del 4.5%. Il coefficiente per le partite correnti era anche esso altamente significativo, e una diminuzione dell’1% delle partite correnti rispetto al PIL avrebbero fatto crescere i costi per l’indebitamento del 18%.
Questo è un grosso problema. Non che questa equazione regressiva abbia chi sa quale potere predittivo (gli autori ammettono che non lo ha) o che sopra il 4.5% tutti sono preoccupati; è la dichiarazione stessa secondo cui vale una relazione statistica significativa tra debito e tassi [ad avere una certa influenza, ndt]. Dopo tutto, se Greenlaw & Co. avessero ragione sul fatto che esiste un punto di non ritorno per il debito, allora noi siamo, tecnicamente parlando, fottuti. Il nostro debito/PIL è già al 102% [il riferimento è agli USA, ndt] – abbastanza per rendere i nostri costi per l’indebitamento crescenti, come loro hanno predetto sotto.
Se loro hanno ragione.
Loro non ce l’hanno.

PERCHÉ SIAMO SPECIALI.
[le cose stanno per diventare abbastanza complicate, cosi l’editore mi ha costretto a riassumere qualcosa qui.  Le 2 conclusioni più importanti:  (1) Per i Paesi che possono prestare nella loro valuta, come gli USA, un maggiore debito chiaramente non conduce verso più alti costi causa interessi. (2) Per Paesi che non controllano la loro valuta, come la Grecia, che prende troppo in prestito da stranieri (NON che prende troppo in prestito in generale) questo chiaramente conduce a più alti costi per prendere in prestito. OK, andiamo verso le cose complicate…]
Non tutto il debito creato è uguale. Paesi che prendono in prestito nella valuta che controllano agiscono sotto un differente set di regole. Essi non possono mai finire i soldi per pagare i debiti, poiché possono sempre stamparne quanta necessitano in ultima istanza.  Questo non è come dire che realmente lo fanno o che dovrebbero rivolgersi alla stampante  per finanziare loro stessi. Però l’opzione di dichiarare di poterlo fare calma i mercati. Dopo tutto, l’inflazione è una perdita molto  minore rispetto al default per i creditori. Questo è il motivo per cui è tutto complicato per le nazioni che non prendono in prestito nella valuta che emettono. Loro possono fare default. E questo è uno di quei casi dove le cose che si pensano possono accadere. Invece, come Paul De Grauwe ha sottolineato, Paesi che non hanno la loro propria Banca Centrale, come i membri dell’area euro, possono cadere vittime di crisi di panico auto-realizzate che li spingono in bancarotta. In altre parole, le forze di mercato spingono i tassi di interesse perché temono il default – che allora spinge loro realmente al default. Come se tutti andassero a ritirare i soldi in banca, ma la banca qui è uno Stato.
Rispondiamo a una questione importante. Quanto dei risultati di Greenlaw & Co. sono influenzati dai Paesi dell’area euro che hanno completamente dinamiche del debito differenti rispetto agli Stati non-euro?
Bene, come Paul Krugman  ha sottolineato, 12  dei 20 Paesi osservati fanno parte dell’euro, o, come il caso della Danimarca, hanno agganciato la loro valuta all’euro. I rimanenti mostrano dinamiche diverse in merito al discorso del punto di non ritorno sul debito. Spesso dinamiche opposte. Questo è abbastanza semplice  per permetterci di non rispettare il loro modello. Il grafico sotto mostra i livelli pre crisi dal loro campione, e mostra gli Stati non-euro in rosso, i Paesi dell’area-euro in verde, e i PIIGS in blue. Prima, almeno, non c’erano differenze tra loro, tranne per il Giappone, che aveva sia molto più debito sia costi per l’indebitamento minori. Né erano notabili relazioni significative debito-tassi di interesse.


Ma quando Lehman fallì,  il mondo cambiò. I debiti aumentarono e i costi per l’indebitamento diminuirono, tranne per i PIIGS.
Decisi di tornare indietro e vedere che tipo di risultati avrei ottenuto osservando i Paesi non-euro e i PIIGS separatamente. Iniziai tentando di ricreare i risultati di Greenlaw & Co. Per tutto il campione dei 20 Paesi nell’arco dei 12 anni considerati – che io ero in grado di elaborare, con qualche minima incongruenza dovuta all’utilizzo di diverse fonti (Non ho trovato i dati IMF sui tassi di interesse per ogni Paese di lungo termine, cosi ho usato quelli OECD per colmare i vuoti). Poi, ho costruito una regressione con gli effetti sui Paesi non-euro considerando una tabella temporale fissa — Australia, Canada, Giappone, Norvegia, Svezia, Svizzera, U.K., e U.S. — dal 2000 al 2011. Ho ottenuto i coefficienti di .00743, .00575, e -0.0695 per il debito lordo, debito netto e le partite correnti, rispettivamente. Nessuno di loro ha mostrato risultati rilevanti, cioè prossime al livello di 95%. (I valori P>t erano 0.13, 0.18, e 0.087).

In parole povere: la nostra equazione per i Paesi non-euro  ci dice che un aumento del debito dell’1% sul PIL aumenta il costo dell’indebitamento solo dell’1.3%. E questo risultato, in realtà, non è statisticamente rilevante. In altre parole, non esiste evidenza di un punto di rottura sul debito per gli Stati che prendono in prestito la moneta che emettono.
Per quanto riguarda i problemi economici dell’Europa? I risultati Greenlaw & Co. Dovrebbero condurci li, e dove se no?  Bene, in un certo senso. Ho costruito una regressione a intervalli temporali fissi per i PIIGS — Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, e Spagna — dal 2000 al 2011, e ho ottenuto i coefficienti di 0.0605, 0.0209, e -.8952 per il debito lordo, il debito netto e le partite correnti. Il coefficiente per il debito pubblico e le partite correnti era statisticamente significativo (l’ultimo soprattutto), ma questo non vale per il debito netto dal momento in cui i PIIGS hanno più o meno lo stesso ammontare di debito netto e lordo. (I valori P>t erano 0.046, 0.342, e 0). Sono tornato indietro per creare un’altra regressione, questa volta senza considerare il debito netto e ho ottenuto i coefficienti 0.0843 e -0.9157 per il debito pubblico e le partite correnti. Entrambi i dati sono significativi. (I valori P>t erano 0 per entrambi).
Traduzione: la nostra equazione per i PIIGS ci dice che un aumento del debito dell’1% sul PIL aumenta i costi per l’indebitamento dell’8.4% — ma un incremento del deficit delle partite correnti dell’1% induce un aumento dei costi per l’indebitamento del 91%! I PIIGS hanno un serio problema, il problema è quello di prendere troppo in prestito dagli stranieri e non dal fatto che un governo si indebiti troppo in generale. Certamente, queste non sono novità Paul Krugman, tra gli altri, ha mostrato per anni come la crisi dell’euro sia in realtà una crisi della bilancia dei pagamenti che però sembra una crisi del debito a causa della moneta unica.
***
Attenzione economisti che non sopportate le regressioni – stesso discorso per i giornalisti.
La dimensione del mio campione era talmente piccola che i risultati sono a malapena presentabili. Cosi non poni l’attenzione all’evidenza.  Concentrati sulla mancanza di evidenze.
Non esiste evidenza alcuna che gli U.S., o qualsiasi altro Paese che prende in prestito nella stessa valuta che controlla, possano fronteggiare problemi di non ritorno del debito nel momento in cui i costi per l’indebitamento andassero fuori controllo. Allo stesso modo non ci sono evidenze che questo sia vero per le traballanti economie europee. I costi per l’indebitamento sono diminuiti per i PIIGS nel 2012 (un anno dopo la conclusione dello studio di Greenlaw & Co.), non perché queste nazioni avessero ridotto il debito, ma perché la Banca Centrale Europea promise di fare “whatever it takes” [qualsiasi cosa, ndt] per salvare l’euro. Uno scudo monetario è più importante di qualsiasi ammontare del debito. La riduzione del debito non è empiricamente  urgente come vogliono farci credere.
I cori greci assomigliano più a piccoli pulcini piuttosto che a Cassandra.
Originale qui

(seconda e ultima parte)

La regolamentazione della Troika
Il Two-pack è il primo importante passo che la Commissione descrive del suo progetto. La prima regolamentazione è un consolidamento dell’approccio Troika verso i Paesi che sono stati costretti a contrarre i prestiti. Tale metodo trasferisce tremendi poteri alla Commissione – molto spesso a spese del Consiglio – e dà sostanzialmente alla stessa il potere di forzare le riforme in tali Paesi. Grazie a queste regole, gli Stati membri che contraggono grandi prestiti sono obbligati ad implementare un  programma di aggiustamento stabilito con la Commissione, la Banca Centrale Europea e, se rilevante, il Fondo Monetario Internazionale. Mentre questa normativa legalizza e consolida quel che è già stato fatto in Grecia ed in altre nazioni sotto i diktat della Troika, due punti sono davvero significativi.
Primo, le regolamentazioni in questo progetto non prevengono chiaramente interferenze della Commissione nelle leggi del lavoro e le procedure di determinazione dei salari. Tali interferenze, che sono la normalità negli attuali programmi di aggiustamento della Troika, sono degne di nota e potrebbero rappresentare una violazione dei Trattati europei. Secondo, nello stesso articolo, sotto il punto 6, la normativa chiede agli Stati membri soggetti a questi programmi di ricercare “assistenza tecnica da parte della Commissione” nel caso di “insufficiente capacità amministrativa”. Questo non è del tutto una novità della task force in Grecia, ma sottolinea l’ambizione della Commissione di espandere il suo potere direttamente all’interno degli Stati membri. Oltretutto, ciò permette alla Commissione di porre il Paese in “sorveglianza potenziata”, anche se non in violazione della soglia chiave del 3% di deficit.
Un’altra normativa sul bilancio
La seconda regolamentazione contenuta nel Two-pack, principalmente sui bilanci, è anch’essa rivoluzionaria. Indebolirà la possibilità dei parlamentari di decidere sulle loro politiche fiscali e cambierà le procedure con cui il bilancio è stabilito. Apporta sopratutto elementi concernenti Stati membri sotto “procedura di deficit eccessivo” – le nazioni in violazione delle regole sul deficit – al momento il totale di questi Paesi è di 19 Stati, di cui 11 sono membri dell’eurozona. In altre parole, essere sotto tale procedura è l’ordine del giorno per la maggioranza dei Paesi, non una circostanza eccezionale.Le norme sul bilancio danno alla Commissione europea ampi poteri per determinare i requisiti degli stessi. La Commissione ha avviato una campagna affinché possa modificare la procedura con la quale vengono decisi i bilanci e le politiche economiche. In precedenza, la Commissione poteva solo emanare delle raccomandazioni a riguardo, per esempio le legislazioni sul lavoro e il bilancio, farlo con grande entusiasmo e col sostegno del Consiglio nella maggior parte dei casi. Nel corso del dibattito sul rafforzamento dell’unione economica e monetaria nel 2012, sia la Commissione che il presidente del Consiglio Europeo, la Banca Centrale Europea e l’Eurogruppo, hanno proposto raccomandazioni obbligatorie, che rappresentano un grande passo verso una politica di bilancio, fiscale ed economica unificata.
In effetti, ci si muove verso un sistema di pre-approvazione del budget da parte della Commissione e del Consiglio, in modo da obbligare gli Stati membri a presentare una bozza del piano di bilancio ad ottobre “che deve essere coerente con le raccomandazioni emesse” durante il Semestre Europeo. Fino ad ora, gli Stati membri avrebbero ricevuto queste raccomandazioni in risposta a progetti di bilancio presentati nel mese di aprile. Adesso, ci sarà una seconda fase per spingere gli Stati membri a seguire le raccomandazioni. Ciò può ulteriormente modificare il metodo con cui un bilancio è concordato, invece di una decisione democratica da parte di un parlamento eletto che decide le scelte della nazione, i governi e la relativa burocrazia dovranno porgere particolare attenzione alle richieste disposte dalla Commissione e dal Consiglio.
Poteri importanti
In primis, il Two-pack rende la Commissione in grado di subentrare e controllare le bozze di bilancio degli Stati membri nella loro fase finale, poco prima di divenire in forza. A questo punto, la Commissione è in grado di lamentarsi se non scorge impegno nelle riforme prescelte. Se il governo in questione non segue le raccomandazioni, vi sono due conseguenze:

  • un fallimento nel perseguire le raccomandazioni verterà nella decisione della Commissione e del Consiglio di sottoporre la nazione alla “procedura di deficit eccessivo”, un recente ed allarmante strumento per disciplinare gli Stati attraverso rapide e complete misure di austerità e “riforme strutturali”. Allarmanti poiché la procedura è stata accelerata, resa semi-automatica e porta a maggiori sanzioni rispetto a prima;
  • dunque, l’incapacità può influenzare la decisione della Commissione di imporre sanzioni se il Paese è in violazione dell’obbligo di mantenere il deficit al di sotto del 3% del PIL.

Le regolamentazioni sul bilancio rafforzano la “procedura di deficit eccessivo” in un altro modo che è altrettanto importante, se non di più. È l’introduzione dei “programmi di collaborazione economica”, abbozzati dagli Stati membri una volta stabilito che esiste un “deficit eccessivo”. Vi potrete chiedere perché ciò è necessario, in quanto esistono già regole che obbligano gli Stati membri a presentare un piano su come vorranno portare ordine ai loro conti e che danno alla Commissione e al Consiglio il potere di spulciarlo. La differenza sembra essere che i programmi di collaborazione sottolineano ancor più marcatamente che la strada della salvezza passa attraverso le “riforme strutturali” neoliberiste e misure concernenti “debolezze strutturali”.
Verso regole sempre più burocratiche
In breve, il Two-pack è uno strumento che consente alla Commissione di sorvegliare ed esercitare maggiore influenza sulle politiche economiche degli Stati membri, consentendo alla Commissione di impostare l’agenda per un particolare corso di riforme, e per il Consiglio significa maggiore influenza in materie in cui le istituzioni UE hanno trovato più difficoltà di intromissione. Per loro, un certo numero di “riforme strutturali” devono essere implementate il prima possibile, e le istituzioni UE devono usare tutti i poteri disponibili al fine di spinger egli Stati membri ad adottarle. Inclusi indebolimenti delle leggi di protezione sul lavoro e spese sociali di ogni sorta.
Originale qui: http://corporateeurope.org/news/double-jeopardy
Traduzione a cura di Alessio Tartari
Qui la prima parte de Le minacce del two-pack

TRATTO DAL PROGRAMMA ME-MMT DI SALVEZZA ECONOMICA PER L’ITALIA
A. Come spende uno Stato. Il governo di uno Stato con moneta sovrana (che è non convertibile in oro o in altre valute a un tasso fisso, ed è scambiata a tasso variabile) prima spende la propria moneta e solo dopo la ritira tassando o prendendola in prestito. Impossibile che siano le tasse o i prestiti dei privati a finanziare lo Stato, perché lo Stato ha l’esclusiva nell’emissione di moneta, ne ha il monopolio. Si pensi ad esempio: chi emette in esclusiva i biglietti per uno spettacolo, deve prima distribuirli e solo poi li può ritirare. Impossibile il contrario. Ne consegue che lo Stato sovrano non necessita affatto di tasse e prestiti al fine di spendere per la Funzione Pubblica. Colui che ha il monopolio nell’emissione di qualcosa, non deve prenderla in prestito da altri.
Non si deve infatti confondere la condizione dello Stato che emette la propria moneta sovrana con quella dello Stato che usa una moneta altrui, come è oggi l’Italia nell’Eurozona.
È solo nel secondo caso che lo Stato è costretto a spendere tassando prima i cittadini o facendosi prestare i
fondi. Lo Stato a moneta sovrana ha come unici limiti di spesa l’ideologia economica vigente, non fattori obiettivi. Infatti è corretto dire che, poiché questo tipo di Stato ha l’esclusiva nell’emissione di moneta dal nulla, per esso la spesa e gli introiti sono solamente abitudini contabili, non ricchezza vera che entra o esce. Quindi preoccuparsi del fatto che lo Stato a moneta sovrana possa esaurirla, cioè fallire, è come pensare che un professore di matematica possa esaurire i numeri. Ne consegue infine che questo Stato non avrà mai problemi di solvibilità del proprio debito, sia che esso appartenga a creditori italiani che esteri.
B. La Piena Occupazione di Stato non costa troppo. Il governo di uno Stato con moneta sovrana può e deve finanziare senza limiti la Piena Occupazione, poiché essa rappresenta la ricchezza indistruttibile dell’economia nazionale. Non è mai vero che questa spesa pubblica penalizzi i conti dello Stato, né che crei inflazione. Al contrario, essa invariabilmente li migliora e li risana in termini di ricchezza reale creata per il Paese, poiché la Piena Occupazione è il massimo motore economico esistente.
C. Il default. È impossibile che uno Stato con moneta sovrana possa essere costretto al default. Questo perché essendo egli il detentore della propria moneta, ha capacità illimitata di onorare il suo debito puntuale e sempre. I mercati non possono mai in questo caso aggredire l’economia dello Stato.
D. Il debito ‘pubblico’ non è il debito dei cittadini. Lo Stato non è una famiglia. Il governo di uno Stato con moneta sovrana spende accreditando conti correnti, o emettendo titoli che costituiscono, fra le altre funzioni, il risparmio degli acquirenti. Quindi, non dovendo lo Stato prendere in prestito dai privati prima di spendere, è chiaro che il debito (la spesa) dello Stato con moneta sovrana è precisamente l’attivo dei cittadini (settore non-governativo).
Non è mai il debito di cittadini, delle aziende o dei nostri figli/nipoti. La regola secondo cui un buono Stato deve spendere come una brava famiglia è falsa e dannosa. Questo Stato si indebita solo con se stesso, il suo debito è solo una figura contabile denominata nel denaro che esso crea dal nulla. La famiglia, al contrario, non può inventare il suo denaro, e ha ben altri limiti di spesa.
E. La spesa a deficit dello Stato è il nostro risparmio. Ne risulta che se lo Stato spende per noi più di quanto ci tassa (deficit), esso ci lascia beni finanziari che sono esattamente il nostro attivo e il nostro risparmio al netto. Se lo Stato spende per noi tanto quanto ci tassa (pareggio di bilancio), esso ci lascerà nulla, e questo ci impoverisce impedendoci proprio il risparmio. Non si dimentichi che nessuno nel settore non-governativo di cittadini e aziende può creare il denaro dello Stato e con esso arricchirci al netto (le banche creano prestiti ma anche debiti). Se lo Stato poi spende per noi meno di quanto ci tassi (surplus di bilancio) il nostro impoverimento sarà ancora più estremo.
F. Le tasse. Contrariamente a quando si crede, uno Stato con moneta sovrana non usa le tasse per finanziarsi (punto A.). Le tasse servono in primo luogo per imporre al settore non-governativo la valuta dello Stato, che altrimenti sarebbe senza valore. Se infatti il settore non-governativo non fosse costretto a pagare le tasse in quella moneta, esso potrebbe rifiutarla o non accettarla in pagamento per i beni e i servizi che vende allo Stato. In secondo luogo le tasse servono allo Stato come regolatrici dell’economia. Si alzano per calmare un’economia che corre troppo, si abbassano per dare alimento a un’economia stagnante. Soprattutto, esse devono essere sempre a un livello che garantisca la Piena Occupazione.
G. Il Deficit Positivo è un dovere dello Stato. Poiché lo Stato con moneta sovrana ha il potere di imporci di lavorare per guadagnare la sua moneta al fine di pagare le sue tasse, ne consegue che è dovere imprescindibile di questo Stato far sì che vi sia lavoro sufficiente affinché tutti i cittadini possano pagare le loro tasse, vivere dignitosamente, e anche risparmiare. Ergo: la spesa dello Stato deve essere sufficientemente a deficit per garantirci quanto sopra (Deficit Positivo). Lo Stato che, al contrario, ci impone di lavorare per pagargli le tasse nella sua moneta ma non ce ne fornisce a sufficienza per appunto pagare le tasse e per vivere decorosamente, è tiranno, poiché ci costringe a lavorare interamente per lui senza altra possibilità di crescita.
H. Le esportazioni sono un costo, le importazioni sono vera ricchezza per il Paese. Il principio fondante di un’economia funzionale al bene del 99% dei cittadini è il seguente: la vera ricchezza sono i beni e i servizi prodotti internamente, più quelli che il resto del mondo ci invia. Questo principio è supportato non solo dall’evidenza logica, ma anche dall’analisi veritiera delle economie dei Paesi che si sono gettati sull’export, in primo luogo Cina, Giappone e Germania. Contrariamente a quanto di solito detto dai media genericisti, questi Paesi soffrono disfunzioni interne gravi, come il crollo dei consumi, cali significativi dei redditi reali, aumenti esasperanti dei ritmi lavorativi. Gli Stati Uniti, al contrario, sono e rimangono la prima potenza economica del mondo, e non per nulla dedicano alle esportazioni una quota minore dell’economia, che è all’89% domestica e basata sulle importazioni. Si deve comprendere che la corsa all’export implica la dedizione al lavoro di masse di lavoratori e di mezzi per produrre beni e servizi che saranno goduti da altri fuori dall’Italia, e non da noi. In cambio ne riceviamo beni finanziari, che non solo sono assai precari, ma che finiscono sempre nel basket dei profitti delle corporation e sono solo in minima parte re-distribuiti ai cittadini. Inoltre, la corsa all’export nell’economia globalizzata impone tagli al costo del lavoro sempre più esasperati, con conseguente calo dello standard di vita dei lavoratori italiani.
Non solo: la corsa all’export impone al governo di scoraggiare i consumi domestici il più possibile, per favorire l’esportazione dei beni prodotti dai lavoratori di casa. Anche questo danneggia l’economia.
Il principio fondante di cui sopra si può formulare anche nel seguente modo: un governo sovrano che mantenga sempre le Piena Occupazione interna deve permettere solo le esportazioni necessarie ad acquisire importazioni. La Piena Occupazione garantisce sempre un’economia domestica stabile, e le importazioni aggiungono ricchezza reale (real terms of trade). Le esportazioni sottraggono economia reale.
I. Il settore bancario e finanziario. Uno Stato pienamente sovrano deve regolamentare il settore bancario nell’ esclusivo Interesse Pubblico. Primo: eliminare interamente il settore finanziario che è parassita. Secondo: si eliminino tutte le funzioni bancarie che esulano dal pubblico interesse. Terzo: si elimini l’emissione di titoli del Tesoro, che con i moderni sistemi monetari sovrani sono del tutto anacronistici e che costano allo Stato cifre immense in interessi e parcelle di intermediari finanziari.
J. Uscire dall’Eurozona non basta. Ma si badi bene: se, come ci auguriamo, l’Italia tornerà alla sua sovranità monetaria abbandonando l’Eurozona, ma poi non applicherà il principio della Spesa a Deficit Positivo per la Piena Occupazione e per il rilancio di tutto il settore di cittadini e aziende, poco o nulla migliorerà, come infatti accade a Stati come gli USA o la GB che pur avendo sovranità monetaria non applicano la Spesa a Deficit Positivo.

Sabato 20 aprile a Civitanova Marche verranno illustrate le proposte di salvezza economiche ME-MMT e le cause alla base della crisi: l’euro, le austerità, la sottrazione dell’ordine democratico

Coloro che criticano le politiche modello Thatcher devono ancora proporre una qualche forma di proposta organica sensata. Concordano sul fatto che abbiamo un problema di deficit di lungo periodo, e così come propongono soluzioni in linea con questo convincimento, al tempo stesso stanno distruggendo la nostra civiltà con la loro abietta ignoranza del funzionamento del sistema monetario