Summit Rimini 2012 - Alain ParguezL’euro quindi non è una vera moneta
I principi sottostanti le economie di produzione monetarie moderne sono stati esplicitati dalla Teoria del Circuito Monetario, che è l’aspetto più avanzato della concezione della moneta post keynesiana (Graziani, 1996; Parguez, 1996; e 1997; Parguez, Seccarreccia and Vallageas, 1998). Tale concezione della moneta rifugge dalla fondamentale contraddizione della teoria neoclassica della moneta (il paradosso di Patinkin).
Il primo principio della Teoria della Moneta Moderna è che, in un’economia dinamica capitalistica, la moneta è la condizione esistenziale del processo di produzione sequenziale. Essa è regolata dal principio di flusso/reflusso che vincola tutti gli agenti produttivi, sia le imprese che lo Stato.
Nella prima fase del processo produttivo, le imprese e lo Stato, determinano il loro livello di spesa desiderato.
In una seconda fase devono ottenere credito da parte delle banche, delle banche commerciali, e anche della Banca Centrale in qualità di banca dello Stato.
In una terza fase possono spendere la somma di denaro che hanno ottenuto come contropartita del credito. Nel caso delle imprese, la moneta compare nella forma di conto di deposito presso le banche commerciali mentre, nel caso dello Stato, essa si presenta sotto forma di conto di deposito del Tesoro presso la Banca Centrale. Lo Stato deve quindi sempre avere un conto corrente presso la Banca Centrale. Le imprese non possono spendere gli incassi che non hanno ancora ricevuto, e lo Stato non può spendere le tasse che ancora non esistono. Sia gli incassi delle imprese che le tasse dello Stato sono parte di un riflusso generato dalle spese iniziali dell’impresa e dello Stato. Le imprese spendono la loro quantità disponibile di moneta per finanziare le esigenze del loro capitale circolante soprattutto nella forma di stipendi e salari. Lo Stato spende la quantità di moneta che riceve dalla sua stessa banca per pagare la quantità di lavoro necessaria per finanziare i cosiddetti trasferimenti (pensioni, ammortizzatori sociali, interessi sui titoli), i suoi investimenti in conto capitale e gli acquisti di beni.
Nella quarta fase, lo Stato può riscuotere le tasse (imposta sul reddito, imposta sulle vendite) mentre le imprese riscuotono gli incassi dalla vendita di merci e di titoli ai percettori di reddito.
Nella quinta fase, le imprese e lo Stato allo stesso modo utilizzano i loro incassi o le loro tasse per ripagare i crediti iniziali, il che comporta una equivalente distruzione di denaro.
Tale circuito monetario spiega perché la moneta moderna è interamente determinata dalle richieste della circolazione. Essa è perfettamente endogena perché l’ammontare di moneta creata ex novo è determinata dalla effettiva domanda di credito delle imprese e dello Stato. La domanda di moneta è di conseguenza l’ammontare di moneta che è necessaria per portare avanti i piani di produzione sia delle merci private che dei beni collettivi – nel caso dello Stato.
La moneta ha un valore estrinseco che deriva dalla sua circolazione. La moneta non è una merce e non può essere trattata come un tipo particolare di merce. E’ solamente un segno astratto dotato di un potere d’acquisto generale perché spendendolo si genera ricchezza reale. Questo segno astratto è dotato di valore perché accettarlo come reddito significa acquisire un diritto a una futura ricchezza reale, risultato della spesa delle imprese e dello Stato.
Avendo solo un valore estrinseco (Wray, 1999), la moneta non può essere una risorsa scarsa – una sorta di oro astratto. La teoria della scarsità è irrilevante in un’economia moderna guidata dal credito. La conseguenza logica del rigetto del principio di scarsità è che l’accumulazione di denaro non gioca assolutamente alcun ruolo nella determinazione del valore della moneta. O l’accumulazione non esiste, oppure emerge in modo puramente residuale nell’ultima fase del circuito monetario. Essa determina quella parte di risparmio aggregato che non è detenuto sotto forma di titoli. In tal modo essa riflette la quota della quantità iniziale di moneta che non è stata eliminata attraverso le tasse, l’acquisto di beni e l’acquisto di titoli.
La teoria dell’equilibrio monetario è perciò incoerente con le principali caratteristiche delle economie positive. Il livello dei tassi di interesse non può essere il risultato di un meccanismo di mercato dal momento che non esiste un mercato neoclassico della moneta. I tassi di interesse sono quindi esogeni, il che impedisce l’esistenza di un tasso di interesse naturale neowickselliano che assicuri la neutralità della moneta.
La Teoria della Moneta Moderna riconosce il ruolo cruciale dello Stato. Come è stato mostrato, lo Stato moderno, al contrario degli Stati nelle antiche economie agrarie e degli Stati responsabili di un’economia completamente controllata come l’ex Unione Sovietica (Wittfogel, 1959), è un produttore di beni di pubblica utilità, attraverso la monetizzazione e la spinta del credito. Lo Stato moderno non può mai finanziare la sua spesa voluta attraverso le tasse, perché le tasse sono il risultato finale della spesa aggregata iniziale per un dato tasso di risparmio desiderato (Parguez, 1997).
Lo Stato è quindi obbligato ad avere accesso al credito.
Tratto dal paper: The Expected Failure of the European Economic and Monetary Union: A False Money against the Real Economy
Traduzione a cura di Giovanna Pagani

-IL FALLIMENTO ATTESO DELL’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA EUROPEA: UNA FALSA MONETA CONTRO L’ECONOMIA REALE – Prima parte
IL FALLIMENTO ATTESO DELL’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA EUROPEA: UNA FALSA MONETA CONTRO L’ECONOMIA REALE – Seconda parte
-IL FALLIMENTO ATTESO DELL’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA EUROPEA: UNA FALSA MONETA CONTRO L’ECONOMIA REALE – Terza parte