Fonte: http://neweconomicperspectives.org/2012/02/response-to-comments-on-blog-35.html

Traduzione: Domenico Rondoni. Grassetti e sottolineature sono nostre.

Risposta ai Commenti sul BLog#35: Legge di Thirwall
12 Febbraio 2012
Di Randall Wray

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Scusate per il ritardo. Sono rimaste in realtà solamente due questioni sollevate (ignorando il commento su MMR vs MMT che non tratterò qui).

La prima verte sulla credenza ortodossa che il commercio dipenda dal vantaggio comparativo: l’Italia si specializza in vino grazie al suo clima e alla sua terra.
Per quanto riguarda l’agricoltura nei tempi passati, non c’è molto dubbio a riguardo – risultava difficile coltivare l’uva al Polo Nord, e perciò Santa Claus scambiava servizi di consegna con i prodotti fatti nei climi meridionali.
Ma quando ci muoviamo al di fuori dell’agricoltura, e dopo che abbiamo inventato le serre e cose simili, non c’è più molta verità in ciò.
Nel settore manifatturiero, un’industria può essere allestita dovunque nel mondo, spesso in poche settimane, e in un paio di settimane ulteriori si formano gli operai.
E fuori nel mondo reale ciò che noi vediamo è che gran parte del commercio di prodotti finiti avviene tra “eguali”: l’Italia invia le Fiat in Germania e la Germania invia le Volkswagen in Italia. Gusti o preferenze, stili, desiderio di distinguersi, diritto di marca, e cose simili, contano molto di più.

La seconda questione è più importante e verte sulla credenza che la crescita economica sia vincolata alla bilancia dei pagamenti, come descritto dalla Legge di Tony Thirwall.
Come argomentato da Neil “Ramanan” Wilson: “Ci sono state alcune conclusioni secondo le quali la legge di Thirwall bloccherebbe la politica espansiva statale perché essa porterebbe al problema dei cosidetti “deficit gemelli” (aumento dei deficit pubblici ed esteri).

Ma perché questo dovrebbe valere per l’espansione pubblica e non per l’espansione privata?

Le Legge di Thirwall sembra avere alle spalle una ragionevole quantità da dati empirici, ma tale andamento è corretto?

In altre parole, potrebbe la Legge apparire corretta (solamente) perché nessuno osa intraprendere una espansione interna nel modo corretto indispensabile per testare le assunzioni sulle quali essa è basata?”

Per semplificare e riassumere: un paese come il nostro, gli USA, che ha un’alta propensione ad importare, tenderà a contrarre deficit commerciali se noi cresciamo di più dei nostri vicini che hanno bassa propensione ad importare.

Noi finiremo per terminare le riserve estere velocemente e saremo vincolati fino al punto che i nostri vicini non accetteranno più la nostra valuta.
Perciò, la nostra crescita sarà limitata – perché avrebbe bisogno di essere più lenta di quella dei nostri vicini.

Per affermare ciò, persino Thirlwall stesso aggiungerebbe molte precisazioni che sono abitualmente ignorate da chi parla della sua Legge.

Non tutta la crescita ha lo stesso effetto sulla bilancia commerciale.

La distribuzione del reddito influenza l’import – pertanto bisogna vedere chi beneficia della crescita.

Potremmo mirare la nostra crescita verso settori che ci rendono internazionalmente più competitivi – incrementando le esportazioni.

Se noi cresciamo di più dei nostri vicini, la loro richiesta della nostra valuta (ad esempio per investire negli USA ed essere partecipe della profittevole crescita) potrebbe crescere alla stessa velocità del nostro surplus (deficit? n.d.t.) delle partite correnti.

Se lasciamo la valuta fluttuare, il vincolo è ammorbidito dato che un deficit commerciale potrebbe provocare la caduta del cambio e di nuovo favorire le esportazioni e ridurre le importazioni. E noi possiamo sempre cambiare policy per incoraggiare le esportazioni e ridurre le importazioni, o per incoraggiare afflusso di “capitali” (richiesta della nostra valuta per comprare asset).

Per tutte queste ragioni, non esiste semplicisticamente una “Legge”.

Persino Neil solleva un punto importante solitamente sorvolato da chi tira in ballo la “Legge”: la prova in favore di un vincolo probabilmente ha più a che fare con una reazione eccessiva della policy piuttosto che con qualche vincolo reale.

I governi reagiscono ad un deficit di partite correnti tirando le leve della politica fiscale e monetaria, cercando di incrementare la disoccupazione e di rallentare la crescita. Questa è una scelta politica. Tranne che per le nazioni che scelgono di agganciare la loro valuta (o di adottare una valuta straniera – come ha fatto la Grecia), questa si rivelerà quasi sempre una cattiva scelta politica.

Infatti, agganciare il cambio è una cattiva policy perché solitamente costringe il governo ad abbandonare spazi di manovra.

La disoccupazione è il prezzo normale da pagare per l’aggancio – ed è proprio l’aggancio e la reazione ad un deficit delle partite correnti che fa in modo che la Legge di Thirwall cominci a “mordere”.

Supponiamo che un paese non imponga la “Legge” autonomamente, rifiutandosi di implementare austerità quando si presenta un deficit commerciale.

E cosa succede? Ad un tasso di cambio costante (ma non fissato – facciamo un piccolo esperimento mentale), affinché il suo conto delle partite correnti cresca, ci dovrà essere una domanda della sua valuta in modo che il surplus del conto capitale cresca dello stesso ammontare.
In altri termini, sono due lati della stessa moneta, se i non residenti domandano la valuta si genera un surplus di conto capitale, se i residenti domandano importazioni si genera un deficit di partite correnti. Non possiamo dividere la moneta a metà per scaricare la responsabilità (esclusivamente) su l’uno o l’altro lato.

Supponiamo ora che il Resto Del Mondo (RDM) non permetterà che ciò accada – (e cioè che) il RDM accetterà la valuta solamente se si deprezza.
OK, allora la valuta diminuisce di valore per trovare dententori di valuta a quel dato deficit di partite correnti.

E se la valuta scende, le esportazioni potrebbero salire un pò e le importazioni scendere un pò. Ma supponiamo che questo non ripristini un “bilanciamento” commerciale (ricordo comunque che nei miei precedenti blog ho spiegato come “bilanciamento” è una parola ingannevole – infatti i bilanciamenti si bilanciano sempre!).

Mano a mano che la valuta si deprezza, i termini dello scambio si ribaltano contro il paese.

In pratica, il paese deve dare via più valuta per avere lo stesso paniere di importazioni.

(Tuttavia in termini REALI di scambio quando si presenta un deficit delle partite correnti, il paese cede meno esportazioni per ottenere le importazioni!
Che ironia: i termini reali dello scambio pendono in favore di un paese che ha deficit commerciali. Le esportazioni sono il costo, le importazioni il beneficio.)

Supponiamo ora di essere l’Australia, che importa petrolio e prodotti finiti.

Un deprezzamento del dollaro Australiano alza il costo del dollaro australiano dell’ammontare di ciò che compri. E come asserisce Bill Mitchell, le oscillazioni del dollaro australiano sono storicamente considerevoli ed effettivamente portano a fluttuazioni della capacità di acquisto molto consistenti. Ma finchè l’Australia mantiene il suo impegno a perseguire il pieno impiego, essa tollera queste oscillazioni senza imporre alcuna austerità.

I politici hanno preferito usare il loro spazio di politica interna per mantenere la crescita con (quasi) piena occupazione.

In questo modo i consumatori australiani resteranno occupati e sostituiranno le costose importazioni meglio che possono. E probabilmente dovranno ridurre il loro consumo complessivo quando il dollaro Australiano scende. Coloro che seguono la MMT e la Finanza Funzionale credono che questa è la policy migliore.

L’Australia dovrebbe adottare una politica diversa in risposta ai deficit commerciali? Bill spesso usa l’esempio dell’industria automobilistica.
L’Australia potrebbe, ad esempio, tentare di tenere fuori le auto giapponesi al fine di favorire la produzione automobilistica australiana. Bill ha sostenuto che questo non ha molto senso, e che costerebbe caro ai consumatori australiani – sia in termini di perdita di scelta che in termini di destinare risorse reali alla produzione di auto ad una scala che potrebbe essere troppo piccola per raggiungere un livello soddisfacente di economia di scala.

Io “non ho sciolto il cane in questa battuta di caccia”, e non ho una opinione specifica per quanto riguarda la produzione di auto australiana.
Ma l’argomentazione di Bill per me ha senso come principio generale. Essa è anche legata al discorso del vantaggio comparativo menzionato brevemente sopra. Se si possono importare prodotti di alta qualità e basso costo dall’estero, potrebbe non avere senso usare la politica interna per bloccare le importazioni e spingere la produzione interna.
Ricordate: in termini reali le importazioni sono un beneficio, le esportazioni un costo.
Certo, questo è vero solamente se persegui la piena occupazione. Quindi se si perdono lavori legati all’auto, il governo deve assicurare lavori alternativi.

La risposta immediata è sempre: “Ma i lavori legati al settore dell’industria sono buoni, i lavori non manufatturieri sono cattivi.”

Solamente chi non ha lavorato mai in una industria può realmente credere questo. (Digressione: io lavorai in una industria che faceva zuppe, e nonostante apprezzavo la paga, odiavo il lavoro in sé).

Comunque ciò che molti vogliono dire è che gli impieghi nell’industria pagano bene, mentre parecchi impieghi nel settore dei servizi no.
La soluzione – ovviamente!! – è di fare in modo che il settore dei servizi paghi di più.

Sono sempre esterrefatto dalle evoluzioni che alcune persone fanno per fornire soluzioni “follemente improbabili” (per citare Keynes) piuttosto che vedere la soluzione più ovvia.

Per essere chiari, non ho nessuna remora ad usare la politica economica interna in maniera strategica – verso alcune aree di espansione.
Tutte le aree economiche hanno sempre fatto pianificazione. La questione è capire da chi e per chi.
Ma rispondere ad un deficit commerciale imponendo l’austerità impone un vincolo “di Thirlwall” alla crescita che in realtà non è necessario.

Ci sono molti altri argomenti legati alle importazioni, e ai tassi di cambio – torneremo su alcuni di essi nei promemoria del Primer.

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