Questo secondo articolo, incentrato sullo stesso ramo di studi e di ricerche dell’articolo precedente, (per chi si è perso la prima puntata può leggerla a questo link) è anch’esso frutto della traduzione del paper Framing Modern Money Theory di Bill Mitchell.

Camicia di forza

Interessante ed allarmante allo stesso tempo vedere come ci sia un’incapacità da parte dell’ala progressista di controbilanciare la visione economica imperante e di come anche gli stessi economisti e commentatori progressisti siano intrappolati in un frame ideologico che è una vera e propria camicia di forza per tutte le nuove idee economiche alternative.

La visione mainstream è supportata da tutta una serie di ricerche e report politici che settano i confini argomentativi, a loro volta composti da concetti e dogmi ortodossi, ed al di là del fatto che tali concetti sono totalmente errati da un punto di vista logico-empirico il problema è che molte volte queste idee veicolate tramite i report si legano alle scelte politiche minando la prosperità e sovvertendo l’interesse pubblico.

La volontà di tollerare la disoccupazione di massa, l’aumento della disuguaglianze e più in generale l’aumento della povertà è l’evidenza di quanto il frame ideologico sia un dato di fatto incontrovertibile.

Per porre le basi di un vero è proprio dibattito è necessario andare al cuore del problema e dell’ideologia mainstream. Per fare ciò Bill Mitchell ci sottopone gli studi di un’illustre esperta di comunicazione: Anat Shenkar-Osorio. Nella figura seguente Anat descrive il modello “conservativo” che può essere riassunto come segue: “Gli individui e la natura esistono principalmente per servire l’economia” (Shenker-Orosio,2012:Location 439), questa visione è collegata ad un assunto che permea la nostra percezione economica, ossia: “Un’economia competitiva che si autoregola da sola è la migliore condizione per aumentare il benessere e i redditi, ciò sarà possibile se consentiremo al mercato di operare con il minimo intervento da parte delle istituzioni governative”.

L’economia secondo questo modello è considerata alla stregua di una divinità che riconoscendo il nostro impegno nel diminuire le nostre interferenze verso il suo operato ci ricompenserà donandoci pace e prosperità. Noi esseri umani dobbiamo avere “fede” perché il “Dio” economico tutto vede se lavoriamo duramente e facciamo i giusti sacrifici lui sarà con noi caritatevole. Mentre la società occidentale cerca di dimostrare la sua laicità condannando gli estremismi dei fedeli le think tank e i media ci vendono una nuova fede universale “il dio economico”, bella storia.

L’economia è allo stesso tempo rappresentata come un’entità vivente. Se le istituzioni intervengono fornendo supporto ai soggetti immeritevoli, agli “sfaticati”, ai “reietti” essa agisce contro la sua stessa natura, va contro il processo di naturale competizione creando una sua degenerazione. In ultima analisi, operando in questo modo i politici “ammalano” il sistema. Ci rendiamo conto dell’assurdità di ciò? Secondo questi esperti se lo Stato cura gli ammalati del sistema economico, ovvero tutti i bisognosi, tutti i disoccupati, tutti quelli che sono ai margini della società quello che succede è che ammaliamo il sistema economico.

La soluzione a tutto ciò è ristabilire un processo naturale “l’antidoto, la medicina, il farmaco”, che necessita dell’eliminazione dell’intervento del governo in tutti quegli ambiti di tutela sociale come: salari minimi, protezione del lavoro, e supporto ai redditi. Il messaggio chiave racchiuso in questa analisi è che “l’autoregolamentazione è qualcosa di naturale”, che l’intento del governo di salvaguardare livelli dignitosi per suoi cittadini porta più mali che benefici e a noi non resta che accettare questa dura legge (Shenker-Osorio, 2012: Location 386). Chiaramente gli estensori di questa visione ci vorrebbero far credere che questo modello di mondo sia totalmente razionale, ma da ciò che abbiamo potuto vedere e da ciò che vedremo nei prossimi articoli, quanto sopra, rappresenta a tutti gli effetti una sorta di “mondo magico”, molto vicino alla visione medievale delle relazioni fra l’individuo e il mondo.

Questo concetto di restaurazione di rapporti sociali “neofeudali” è spesso argomentato da un altro illustre economista francese: Alain Parguez. La visione ortodossa ci sottopone un paradigma nel quale un’economia di successo si valuta dalla sua crescita del Pil a prescindere “dalla qualità dell’aria, dal tempo che le persone possono dedicare ai propri affetti, alla aspettativa di vita, dalla nostra felicità, tutto questo per loro è secondario” (Shenker-Osorio, 2012: Location 439). Questa narrativa ci insegna che i nostri successi sono collegati al successo del sistema stesso e che questo successo o il suo fallimento è determinato dalla nostra capacità di essere disposti al sacrificio della “durezza del vivere” come disse Padoa Schioppa.

Sempre secondo questa logica, la disoccupazione è responsabilità del disoccupato stesso, quando in realtà spesso la disoccupazione è correlata ad una mancanza sistemica di posti di lavoro. Questa narrativa è così potente che anche i politici e commentatori progressisti ne sono stati sedotti offrendo come soluzione, al massimo, una serie di misure più eque che comunque non escono dal solco dell’economia eterodossa e del pensiero conservatore.

Un esempio lo ritroviamo nella critica alle restrizioni fiscali: loro suggeriscono timidamente misure di austerità più graduali, ma in realtà i progressisti dovrebbero rifiutare categoricamente qualsiasi misura di austerità sulla base del fallimento conclamato di queste scelte politiche, spingendo energicamente a favore di politiche di ampi deficit fiscali fondamentali per risollevare il tasso di capacità produttiva inutilizzata che è uno dei problemi principali in quasi tutte le economie.

I progressisti come i conservatori sono ostaggio delle stesse infondate credenze riguardanti il funzionamento dell’economia, nel frattempo la società si ritrova sottomessa al dato di fatto imperante ovvero “non ci sono alternative” (TINA there is no alternative), al non c’è nulla da fare, le uniche politiche economiche possibili sono quelle dannose oramai introdotte da tempo dai vari governi che si sono succeduti.

Chiaramente non c’è nulla di più falso. Che tu sia credente o ateo sappi che a prescindere da ciò i media e le think tank stanno quotidianamente forzandoti ad accettare questa visione religiosa dell’economia. Nella seconda parte della trattazione vedremo che un’alternativa c’è e vedremo anche che i limiti economici che loro vogliono farci accettare possono in realtà essere facilmente superati.

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