Questo Mercoledì la Corte Costituzionale tedesca ha dato il via libera alla ratifica del nuovo fondo salva Stati e ha riacceso le speranze affinché gli Stati aderenti alla moneta unica stiano finalmente dotandosi di uno strumento per risolvere la crisi triennale  del debito.

Una sentenza attesissima che ha tenuto gli investitori sulle spine per mesi, quella della Corte della cittadina di Karlsruhe che ha rinnovato al Parlamento tedesco il diritto di veto su qualsiasi aumento del contributo di Berlino ai € 700.000.000.000 del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). C’erano vincoli legati all’approvazione del Meccanismo Europeo di Stabilità e ad un accordo europeo sulle norme di bilancio; un sospiro di sollievo si è sollevato in quanto un altro apparente ostacolo all’euro sembra esser stato eliminato.
Detto questo, nel respingere diverse ingiunzioni per bloccare il MES e parallelamente il “Fiscal Compact”, la Corte Costituzionale ha avvertito che emetterà una sentenza definitiva solo in seguito. I funzionari hanno accennato che potrebbe essere prima della fine dell’anno o nei primi mesi del 2013, nonostante sia improbabile che il giudizio finale differisca nella sostanza dalla sentenza di Mercoledì.
I giudici hanno poi ravvisato la possibilità di eventuali accertamenti legali sulla mossa della Banca Centrale Europea [avvenuta, ndt] la scorsa settima, che acquisterà i titoli di Stato dei governi periferici, riducendo quindi l’eccessivo costo relativo all’indebitamento degli stessi.

Ora è tutto sistemato nell’Eurozona? Certamente il coinvolgimento della BCE in modo “illimitato” (per usare le stesse parole del Sig. Draghi) sembra assicurare che il grosso del rischio “vaporizzazione” per l’ euro si sia ridotto, ma a quale costo?
Ambrose Evans-Pritchard sul Daily Telegraph sembra dare la visione più chiara e diretta…
sarà la democrazia a parare o rompere il di dietro dell’Unione Monetaria europea”.

Solo se la popolazione continuerà a voler restare nell’euro e ad accollarsi tutte le sofferenze implicite [contenute, ndt] nell’equivalente moderno di una Prigione Vittoriana del debito, allora il rischio di implosione svanirà.
A questo punto potresti dire: ma questa non è esattamente la Grecia? E in ogni caso: i mercati non hanno già pronta una “Grexit”? È difficile per i mercati poter prevedere un evento che non ha precedenti storici. Nessuna nazione ha mai lasciato o è stata cacciata finora dall’Eurozona; inoltre non sono chiare le ragioni per cui un abbandono della Grecia non possa far altro che scatenare una dinamica speculativa, dove gli operatori finanziari cercano di far fuori il paese più prossimo al baratro. Tutto ciò potrebbe rivelarsi altamente destabilizzante.

E cosa accadrà quando la Spagna, capitolando, sottoscriverà un altro enorme piano di austerità? Quanto è lontano ancora il sopracitato scenario greco? E la Spagna non è un granello insignificante: rappresenta la 4° economia dell’Eurozona. Una per una, le regioni spagnole stanno supplicando il salvataggio al governo centrale. E non si tratta di cifre insignificanti, ma bensì di multipli di miliardi. Inoltre i presidenti di queste realtà regionali pretendono gli aiuti senza accettare nessuna condizione per quelli che riceveranno. Allo stesso tempo cresce giorno dopo giorno l’insostenibilità del sistema bancario spagnolo. A luglio, i prestiti lordi della BCE alle banche spagnole hanno raggiunto la cifra record di 402 miliardi di euro, dai 365 di giugno. Questa cifra rappresenta un 33% pieno dei prestiti della BCE  all’Eurozona, e dimostra ampiamente come il sistema bancario spagnolo non abbia nessun altra maniera per recuperare i fondi necessari.
Quest’ultimo punto è stato confermato dagli ultimi dati sui deflussi di capitale dalle banche. I depositi privati sono scesi di altri 8 miliardi di euro a luglio, e sono calati di 158 miliardi quest’anno raggiungendo la cifra di 1,58 trilioni, cioè il livello più basso da giugno 2008. Perché i capitali non dovrebbero rimanere nelle banche spagnole se una ristrutturazione è imminente? Per la stessa ragione che avevano le banche greche prima del finto recupero del proprio paese: non c’è nessuna buona ragione per una persona sana di mente, che sia un normale cittadino o un business-man, nel tenere i propri soldi all’interno di una nazione insolvente.
Sono d’accordo che l’Italia sia in una situazione migliore rispetto al resto dei PIIGS e il piano di Draghi ammortizza di molto il rischio contagio che arriva dalla Spagna, dalla Grecia o dal Portogallo. Ma la sofferenza degli spagnoli può solo che peggiorare con una fuga di capitali da un paese che resta inesorabilmente sovra indebitato. E, prima che ce ne dimenticassimo, rimane pur sempre una giovane democrazia.

Per cui: Sì, l’ Eurozona potrebbe andare avanti ancora per un bel po’ in una sorta di “equilibrio di sottoccupazione”, fino a che la BCE continuerà ad acquistare i titoli di Stato dei governi nazionali. Ma il problema è che, nonostante sia possibile, in un ottica prettamente politica non si andrà avanti così per molto, con la BCE che soffia sulle fiamme, in qualsiasi posto ci sia un crescente bisogno di liquidità, almeno finché le bilance dei pagamenti non si rovescino di segno. I Paesi in crisi potrebbero farlo con una sufficiente deflazione, ma durerebbe così tanto da rendere probabile un ritorno dei “Colonnelli” in Grecia, dei Mussolini in Italia e dei Franco in Spagna.

Il più grande test per l’Euro deve ancora arrivare.

 

 

Traduzione a cura di Alessio Tartari.
Articolo originale scritto da Marshall Auerback pubblicato da New Economic Perspective il 13 settembre 2012

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