Razionalità e irrazionalità

Da Adam Smith in poi, generazioni di economisti hanno stilato previsioni micro e macroeconomiche e si sono prodigati in creazioni di modelli immancabilmente rivelatisi inadeguati o errati, questo non per una loro incapacità personale ma per effetto dell’ipotesi di partenza: “Gli esseri umani sono esseri razionali”.

 

La volta scorsa ho preannunciato che in questa rubrica ci saremmo occupati di Formazione della Scelta cioè di quell’amplissimo campo di studi che riguarda i processi e le strategie mentali che gli esseri umani adottano per prendere decisioni, interpretare la realtà e assegnarvi valore e significato.

Bene, per affrontare in maniera corretta questo processo di scoperta non possiamo che cominciare con un primo obbligatorio passo (e per certi versi forse il più difficile da accettare, una sorta di boccone amaro), quello che sconfessa irrimediabilmente il razionalismo autoreferenziale che ci ha portati a credere fideisticamente nel potere infallibile della nostra ragione.
Questa premessa sarà il nostro comune terreno di partenza, il nostro viatico, e ci consegnerà il suo maggior valore ogni volta in cui il principio di razionalità, da sempre alla base dell’economia classica e della Teoria dei Giochi, si frapporrà fra noi e la ricerca di risposte davvero utili e aperte, consapevoli e non pregiudiziali.

Mi perdonerai se oggi non riuscirò a essere particolarmente breve ma è di fondamentale importanza che, prima di partire, ci mettiamo d’accordo su cosa portare con noi.

La storia che, in un breve sunto, voglio raccontarti inizia un giorno del 1982 quando un uomo entra nello studio del professor Antonio Damasio, neurologo portoghese nostro contemporaneo, oggi professore di Neuroscienze alla University of Southern California; egli racconterà poi questa vicenda riferendosi al suo paziente con il nome fittizio di Elliot.

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[Liberamente tratto dal libro: “Il Grande Spreco: progrediti ma non evoluti” di G. Merlino, 2014]
Alcuni mesi prima Elliot era stato sottoposto a un intervento chirurgico per l’asportazione di un piccolo tumore che si era sviluppato vicino al lobo frontale del cervello, nella corteccia. Elliot era da tutti considerato un uomo integerrimo oltre che un marito e padre modello, lavorava in uno studio legale ed era membro apprezzato della comunità parrocchiale.

Purtroppo l’intervento chirurgico a cui si era sottoposto (per altro perfettamente riuscito dal punto di vista tecnico) aveva lasciato uno strascico imprevisto e imprevedibile: Elliot aveva perso la capacità di decidere, di operare una qualsiasi scelta.

Forse non ci hai mai pensato, ma non riuscire a prendere una sola decisione per quanto semplice essa appaia è inabilitante, terribile, devastante, davvero spaventoso, surreale.

Elliot si soffermava a meditare senza sosta su dettagli minimi e irrilevanti: dove parcheggiare l’auto? E quale programma tv guardare? Indossare scarpe di quale colore? Quand’era ora di pranzo guidava per ore da un locale all’altro per studiarne l’illuminazione, la disposizione dei tavoli, il menu.

La cosa ulteriormente drammatica è che, per quanto si sforzasse, egli non riusciva mai a decidersi, era cioè patologicamente indeciso. Persino quando si trattava di accordarsi con il suo terapeuta sul giorno in cui fissare una nuova seduta l’impasse era totale.

La stranezza del quadro clinico era completata dal fatto che il suo Q.I. era rimasto praticamente identico.

Perché, dunque, Elliot divenne improvvisamente incapace di prendere una buona decisione? Cos’era successo al suo cervello?

Un primo spiraglio di luce, una prima intuizione, Damasio l’ebbe un giorno mentre, parlando con Elliot, lo stimolò a raccontare di come la sua esistenza fosse cambiata dopo la malattia.
Racconta Damasio:

Elliot riusciva a descrivere la tragedia della sua vita con un distacco che strideva rispetto alla portata degli eventi. Era sempre controllato, sempre capace di dettagliare vicende e circostanze con la freddezza dello spettatore non coinvolto; anche se era lui il protagonista, mai si aveva il senso della sua sofferenza.

Un simile lucido distacco stava diventando interessante: l’indecisione manifestata da Elliot di fronte alle alternative e la sua incapacità di decidere non sembravano avere una base ansiosa, emotiva, non in una persona come lui rivelatasi così fredda e impassibile; i due aspetti potevano quindi essere legati, facce di una stessa medaglia.

Sempre Damasio:

Quando interrogammo Elliot [con il dott.or Daniel Tranel dell’Università dello Iowa, n.d.a.] egli dichiarò apertamente che il suo modo di sentire era cambiato dopo il male: avvertiva come argomenti che prima avevano suscitato in lui una forte emozione ora non provocassero più alcuna reazione, né positiva né negativa. […]
Sapere ma non sentire: così potremmo riassumere l’infelice condizione di Elliot.

Deciso ad andare in fondo alla questione, Damasio cominciò a lavorare con pazienti colpiti da danni simili a quelli di Elliot finché un bel giorno la risposta fu chiara: ora è facile scriverne, ma individuare la soluzione non lo fu altrettanto.

Per la maggior parte del secolo XX l’idea dell’uomo come animale razionale sembrò confortata dall’architettura del nostro sistema nervoso centrale così come esso si presentava. Dal basso:
a) il tronco encefalico che sovrintende alle funzioni vitali primarie come battito cardiaco, temperatura corporea e respirazione;
b) più sopra il diencefalo, per la nutrizione e ciclo del sonno;
c) poi la regione limbica per le emozioni, istinti animali, violenza, comportamento impulsivo;
d) infine la corteccia frontale, meraviglia dell’evoluzione, sede della ragione, del senso morale, dell’intelligenza, della socialità.

Gli esseri umani condividono con tutti i mammiferi i primi tre strati distinguendosi da ogni altro essere vivente per la presenza del quarto, a lungo ritenuto capace di “scavalcare” i restanti più primitivi, di regolarli, di controllarli, al limite di ignorarli.

Ma questa teoria, formulata e sviluppata su base anatomica ed evoluzionistica, è falsa: lo sviluppo della corteccia frontale non ci ha trasformato in esseri razionali e non ci ha resi affatto capaci di ignorare i nostri impulsi.

Damasio scoprì che la malattia di Elliot aveva danneggiato una parte del cervello oggi nota come OFC, corteccia orbitofrontale, la cui responsabilità è quella di integrare le funzioni limbiche con i processi razionali: in altre parole mette in relazione, fa “dialogare”, impulsi ed emozioni con il flusso di pensiero cosciente. È una sezione cerebrale con un compito straordinariamente importante perché si concretizza nella mediazione pacificatrice tra due istanze per loro natura opposte: ragione ed emozione.

Nel caso di Elliot le aree a questo preposte erano intatte: ciò che la malattia aveva lesionato era la connessione fra le due, quella che le faceva lavorare insieme, che le faceva comunicare. Il nucleo portante della scoperta di Damasio risiede dunque nel fatto che quando dobbiamo prendere una qualunque decisione, il primo giudizio di fattibilità, il primo e vincolante “ok, procedi pure, vai al passo successivo…” è formulato dalla parte limbica, esattamente ciò che Elliot non poteva più fare a causa dell’interruzione dei collegamenti interni; in assenza di questa autorizzazione preventiva una qualunque decisione era impossibile e la parte razionale del cervello era destinata a rimanere instand-by, in eterna attesa. Ogni volta.
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Fa impressione, vero?
Quella raccontata qui è, naturalmente, solo una parte dell’intera storia ma credo che sia uno stralcio sufficiente a incuriosirti, a sospendere qualche giudizio o certezza di troppo, a spingerti a volerne sapere di più.

L’importante è che d’ora in poi teniamo sempre presente il seguente principio: non vi è possibilità alcuna, per un essere umano, di operare una qualsiasi scelta utilizzando esclusivamente la parte razionale del cervello. Per dirla in termini, se possibile, ancora più assoluti possiamo affermare senza tema di smentita che l’esclusione della parte limbico-emotiva da un qualunque processo decisionale, dal più semplice e superficiale al più complesso e profondo, è neurologicamente impossibile; prova dunque a immaginare cosa ciò comporti quando parliamo di comunicazione, informazione, persuasione, propaganda, politica, economia, formazione, istruzione e-chi-più-ne-ha più-ne-metta!

Questo è il punto di partenza, qualcosa che dobbiamo accettare, ci piaccia oppure no: dopodiché, lungo la strada, incontreremo strani meccanismi mentali, processi sorprendentemente irrazionali, azioni e reazioni del tutto… illogiche che rappresentano i punti deboli della nostra “struttura cognitiva”: a volte ci faranno sorridere, qualche volta ci faranno arrabbiare o ci deluderanno ma tutto ciò contribuirà solo a renderci più consapevoli, più attenti e meno sicuri di possedere sempre la verità e quindi, forse, a volerla cercare con maggior volontà.

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