Fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/indipendenza_veneto.html

Indipendenza Veneta ed ME-MMT.
Un’analisi delle posizioni dei movimenti per l’indipendenza del Veneto alla luce dei principi della Mosler Economics – Modern Money Theory.

Indipendentisti veneti

Nella mia regione esistono molti movimenti indipendentisti, il cui scopo è creare un Veneto come una nuova repubblica democratica, separata politicamente dal resto d’Italia e quindi a tutti gli effetti uno stato a sé stante.
Personalmente non ho nulla in contrario, considerata la storia secolare della Repubblica di Venezia a cui pose fine un atto di estrema violenza ed arroganza compiuto a suo tempo da Napoleone Bonaparte.

Ogni invasione e sottrazione di libertà di un popolo rappresenta sicuramente un atto riprovevole da condannare. Senz’altro ci sono delle nazioni più avanzate dal punto di vista dei diritti e dell’economia rispetto ad altre (come per l’appunto la Francia rivoluzionaria di Napoleone), ma ciascun popolo dovrebbe vivere secondo la sua cultura, le sue tradizioni e la sua identità e se deve evolversi verso un modello di progresso umano e sociale, questo deve avvenire tramite un processo interno, di presa di coscienza da parte della maggior parte della popolazione di questi nuovi valori. Abbiamo oggi riprova di ciò con le cosiddette “guerre di esportazione della democrazia” nel Medioriente, che però spesso non hanno fatto altro che creare una situazione peggiore della precedente, con regimi sanguinari deposti per poi però ritornare ad una situazione a volte ancora peggiore della precedente.

Preciso e poi continuo, il mio non è affatto antioccidentalismo e antiamericanismo facile, in quanto credo nei valori dell’occidente dovuti al contributo del pensiero cristiano positivo e dell’illuminismo (cose che in altre parti del mondo non sono avvenute), ma questi valori non possono essere imposti, devono essere cercati e voluti veramente da parte delle popolazioni affinché possano essere anche applicati.

Un altro classico esempio di questa arroganza lo abbiamo oggi proprio nel caso della storia della costruzione dell’Unione Europea, che, nonostante le agiografie sui padri fondatori, rimane comunque un processo di sottrazione e distruzione dei diritti di popoli diversi ad autodeterminarsi, spesso condotto in maniera elitaria, con pieno disprezzo nei confronti della volontà popolare. Un’azione spesso condotta in maniera subdola e ingannevole, mediante la propaganda, il lavaggio del cervello operato quotidianamente dai media, che ci vogliono far credere che siamo degli esseri inferiori, incapaci di governarci, che necessariamente dobbiamo diventare un’unica e grande nazione per poter prosperare e che a tal fine bene è quindi cedere la sovranità ad una comunità composta anche da stati solitamente (e a torto) ritenuti migliori di noi.

Avremo senz’altro modo di tornare prossimamente sul reale pensiero di questi che bonariamente vengono definiti “padri fondatori”, tanto per sottolineare il carattere paternalistico tipico fin dall’origine del processo di creazione di questa Unione Europea che ha sempre disprezzato il coinvolgimento e la reale volontà popolare, un classico esempio di quella “monarchia assoluta illuminata” descritta da Voltaire.  Ma questa è un’altra storia.

L’errore che a mio modo di vedere compiono molti indipendentisti veneti è quello di fare una “lotta” solo contro l’Italia, ritenuta spesso a torto mangiona, sprecona, uno stato fallito. Il vero problema non è l’Italia e oggi come mai è fondamentale applicare il Programma ME-MMT per uscire dalla catastrofe dell’eurozona, mentre tutte le altre considerazioni devono venire dopo, una volta superata quella che adesso è la reale zavorra per tutti i popoli europei.

Lungi da me voler difendere le cose che certamente non funzionano in Italia e che hanno il loro peso, ma se manca la coscienza di qual è il vero problema oggi relativamente alla crisi economica, alla libertà e alla democrazia dei popoli, se non si comprende il funzionamento dei sistemi monetari, se nulla si conosce e anzi si criminalizzano concetti fondamentali in macroeconomia quali l’importanza della spesa a deficit e dei piani di lavoro garantito e magari si difende l’assurdità del meccanismo dell’euro (indissolubilmente legato alle politiche di austerity attuali), non ci potremo mai definire un popolo libero, dotato di tutti gli strumenti per garantire sempre e comunque il bene della cittadinanza.

Il panorama degli indipendentisti veneti è certamente molto variegato e qui faremo riferimento soprattutto  alle posizioni di “Plebiscito.eu”, un’iniziativa per indire un referendum sull’indipendenza del Veneto tenutosi nel 2014 e che non ha mancato di riscontrare peraltro una forte partecipazione.

Quattro le domande a cui i cittadini sono stati chiamati a rispondere nel corso di questa consultazione: una riguardante l’uscita del Veneto dallo stato italiano, la seconda relativa all’uscita dall’euro, la terza all’uscita dalla UE e la quarta all’uscita dalla NATO.

I cittadini a grande maggioranza hanno votato favorevolmente per l’uscita dall’Italia, mentre le opzioni uscita dall’euro e dall’UE sono state minoritarie (anche se di poco). Questo a testimoniare come in moltissime persone manchi completamente la coscienza di cosa attualmente attanaglia la nostra democrazia e la nostra economia, al di là dei facili slogan  quali “stato ladro magna magna”, “sud sprecone”, “Italia stato fallito”, ecc.

Vediamo un altro esempio alla riprova di ciò nella sezione FAQ del sito di un’altra organizzazione che ha lo scopo di ottenere l’indipendenza della nostra regione, ossia “Indipendenza Veneta”.
Riportiamo di seguito tre passi proprio relativi ai rapporti con l’Unione Europea:

“3.0 RAPPORTI CON L’EUROPA, L’ITALIA E LE REGIONI
3.1 Stiamo facendo l’Europa e voi volete dividere, ma siamo matti?
Noi vogliamo un Veneto indipendente in un’Europa senza confini. Liberi scambi e mobilità per tutti all’insegna delle legislazioni europee, che al momento l’Italia è la prima a violare.

3.2 Non ha senso costruire confini!
Noi non costruiamo confini, siamo in Europa e vogliamo essere cittadini europei e vogliamo amministrarci e decidere del nostro futuro senza mediatori a Roma. E’ assurdo chiedere all’Italia quando possiamo farlo da soli. Solo con l’indipendenza politica non dovremo più chiedere ed aspettare. L’Italia non ci serve, è inutile.

3.3 E come faremo senza l’Italia?
Mi preoccuperei piuttosto di chiedere: “Come farà l’Italia senza il Veneto?”

Come si vede, da queste posizioni non emerge tanto la volontà di un Veneto indipendente ed autonomo. La libertà viene unicamente invocata nei confronti di Roma, mentre per quanto riguarda l’Unione Europea al contrario si richiede la piena adesione alle regole sovranazionali che sono incompatibili con la libertà di un popolo, quali il liberismo di mercato e l’eliminazione di ogni confine, che necessariamente porta alla rinuncia di ogni sovranità territoriale, in quanto come possiamo veramente definirci padroni di una nostra realtà se nella dimora in cui abitiamo non possiamo dire una parola circa il movimento di persone e cose dentro e fuori dalla porta ? Queste a mio modo di vedere sono le drammatiche contraddizioni che contraddistinguono questi movimenti e se non si  vorrà risolverle, ritengo che questa battaglia sia persa già dall’inizio, anzi, sia proprio priva di quel senso che nelle supposte intenzioni le si voleva dare.

Ma veniamo ora ad alcune affermazioni largamente condivise dall’universo dell’indipendentismo veneto circa le soluzioni proposte una volta che saremo risusciti ad “ottenere la libertà” come popolo.
Partiamo dal fondatore di “Indipendenza Veneta” Alessio Morosin, il quale afferma che il primo vantaggio di un’uscita del Veneto dall’unità col resto della penisola consisterà in un surplus di 20 miliardi di euro circa derivanti dall’attuale residuo fiscale che la nostra regione ha nei confronti del governo centrale italiano, tutte risorse in più che sarà possibile spendere sul territorio a favore del nostro sistema produttivo, risorse che attualmente sono conferite allo stato italiano e sprecate in spese inutili.

Per residuo fiscale di una regione si intende la differenza tra le entrate realizzate dallo stato centrale nei suoi confronti meno tutta la spesa pubblica ricevuta, ad esempio sotto forma di trasferimenti o servizi.

Il dato è senz’altro coerente con quello emerso da fonti accreditate, quali l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre che elaborando dati presi da Unioncamere e dai Conti Pubblici Territoriali arriva a risultati di poco inferiori (dati aggiornati al 2012).

Senza nulla togliere al sud Italia, è senz’altro vero che esiste nel nostro paese un fortissimo squilibrio tra le risorse conferite ogni anno allo stato centrale dalle regioni del nord rispetto al contributo delle regioni del sud, senza peraltro che questo si tramuti in una perequazione del reddito e dell’occupazione tra le varie realtà che costituiscono la nostra penisola (per via del fatto che basta fare gli “Stati Uniti d’Europa” e magicamente tutti i problemi si risolveranno).

In questo interessante articolo riportato dal quotidiano on-line “linkiesta”, che fa anch’esso riferimento a dati elaborati da Unioncamere, si riporta il residuo fiscale delle regioni del nord Italia raffrontato con altre ricche regioni di altri paesi europei:

Tabella 10. Residuo fiscale in alcune regioni europee in percentuale sul rispettivo PIL regionale

 

Regione

 

% sul Pil

Lombardia (IT) 11,5
Veneto (IT) 10,3
Emilia Romagna (IT) 10,1
Catalogna (ES) 8,1
Stockholm (SE) 7,6
South East (UK)

Baden-Würtemberg (DE)

Ile-de-France (FR)

Bayern (DE)

6,7

4,4

4,4

3,5

Come riporta correttamente la testata giornalistica, “ i differenziali sono impressionanti. La distanza tra Baviera e Lombardia è di 8 punti percentuali di PIL locale, quella tra Emilia Romagna e Baden-Würtemberg è di 5,7. In nessun Paese membro dell’Unione tre soli territori devono, in completa solitudine, versare oltre il 10% ciascuno del proprio PIL per mantenere l’unità della nazione cui appartengono.”

Lungi dal sottoscritto voler mancare di rispetto al Sud Italia e stante il fatto che la solidarietà tra popoli e nazioni è comunque importante e da perseguire, ma c’è comunque da affermare come uno stato a moneta sovrana (e l’Italia purtroppo oggi non lo è più) non abbia affatto bisogno di tassare “a morte” una determinata realtà per aiutarne un’altra, in quanto le entrate fiscali come fonti di spesa pubblica rappresentano in verità un falso mito; lo stato a moneta sovrana prima spende e poi raccoglie il denaro con la tassazione, strumento che di fatto obbliga i cittadini ad utilizzare quella valuta. Ecco allora che in effetti un’Italia nuovamente sovrana avrebbe la possibilità di tarare la sua spesa a deficit in modo da ottenere la piena occupazione sia al nord che al sud, senza danneggiare nessuno e se non lo fa, ciò avviene meramente per motivazioni politiche, non operative.

Nell’esempio di cui sopra solo la Catalogna si avvicina in termini di residuo fiscale rapportato al PIL ai valori delle più ricche regioni italiane, eppure avrebbe bisogno anche questa zona di una spesa pubblica molto maggiore dell’attuale, considerando che la sua disoccupazione è solo di poco inferiore alla media spagnola.

Tuttavia esiste un errore di fondo nel ragionamento di Morosin, che di seguito andremo ad analizzare. Lui infatti in un primo momento afferma che “Il Veneto non produce debito, bensì avanza dei soldi ogni anno”, poi afferma che “E’ arrivato il momento di riappropriarci delle nostre risorse per dare ai Veneti ciò che è dei Veneti”.

Dal punto di vista della spesa pubblica, per far sì che il settore non governativo di cittadini ed aziende goda al netto di un nuovo attivo pari a 20 miliardi ogni anno (cifra pari all’incirca al 14% del PIL della nostra regione), l’amministrazione centrale dell’ipotetico Veneto sovrano necessariamente dovrà realizzare un bilancio in disavanzo.

Ma questo non può avvenire finché permane la logica della necessità di incassare, di azzerare il cosiddetto debito pubblico o addirittura di realizzare degli avanzi. Prima era lo stato italiano a spendere per il Veneto circa 50 miliardi di euro e a sottrarne 70 ogni anno, ora il Veneto, per poter spendere ancora quei 50 miliardi e lasciarne però altri 20 di attivo di cui potrà godere il suo settore privato (o per meglio dire non governativo), dovrà necessariamente applicare una tassazione minore della spesa, ossia, spendere 50 e tassare 30. Se la nuova amministrazione centrale veneta parimenti decidesse di spendere 50 miliardi e tassare sempre di 70, nonostante quelle risorse poi non dovranno più essere conferite allo stato italiano, comunque il settore privato del Veneto andrà in rosso di 20 miliardi e a godere del surplus sarà solo il conto corrente del Ministero del Tesoro presso la Banca Centrale Veneta.

Non si può infatti parlare di “non fare debito pubblico” e nello steso tempo pretendere di distribuire risorse finanziarie al proprio sistema economico.

Se l’amministrazione pubblica del nuovo Veneto sovrano decidesse di spendere per la sua popolazione tanto quanto incassa (o addirittura di spendere di meno rispetto alla tassazione), necessariamente il settore non governativo per godere di un attivo annuale pari a 20 miliardi quelle risorse dovrà acquisirle tramite un bilancio in surplus col settore estero e non è affatto detto che questa operazione possa andare sempre a buon fine. L’Italia infatti, avendo aderito a dei trattati sovranazionali che impongono l’abbattimento del debito pubblico mediante surplus di bilancio annuali, necessariamente dovrà trovare quei soldi che prima drenava al netto dal Veneto (o addirittura di più) tassando altre realtà quali ad esempio la Lombardia (la prima regione italiana in termini di PIL) e questo può far sì che quegli ipotetici 20 miliardi di surplus per il settore privato veneto diventino molti di meno nel tempo, in quanto se non derivano dalla spesa pubblica di un Veneto monetariamente sovrano (o da tagli delle tasse), necessariamente dovranno venire da un saldo delle interazioni con l’estero in positivo e ciò sarà sempre più difficile da realizzare con l’impoverimento delle realtà economiche a noi più vicine, causato dalle politiche di austerity che anche l’Italia come tutti gli altri paesi dell’eurozona sta applicando. Tutto ciò porterà inevitabilmente ad una diminuzione della domanda estera di beni e servizi.

Lo stesso trend lo osserviamo in altri paesi europei che come il Veneto hanno una piccola popolazione, come la Svezia e la Finlandia, che nel corso degli ultimi anni, nonostante la crisi economica (e la conseguente necessità di politiche anticicliche) hanno continuato ad applicare misure di contenimento dei deficit pubblici (rigorosamente sotto al 3% previsto dai parametri di Maastricht, se non addirittura tendenti a zero) cercando di mantenere un bilancio con l’estero in positivo o tendente al pareggio, senza che ciò abbia portato ad un miglioramento significativo del reddito interno e dell’occupazione, anzi.

Fig. 1: bilancio pubblico e saldo della partite correnti della Finlandia (% PIL)Diap1

Fig 2: andamento PIL (scala a sinistra) e tasso di disoccupazione (scala a destra) della Finlandia

Diap2

Fig.3: bilancio pubblico e saldo della partite correnti della Svezia (% PIL)

Diap3

Fig. 4: andamento PIL (scala a sinistra) e tasso di disoccupazione (scala a destra) della Svezia

Diap4

 

Uno stato veramente sovrano non ha alcuna necessità di perseguire logiche neomercantiliste per poter sopravvivere, anzi, per essere degno di tale nome non può far dipendere la sua economia dalla domanda estera, che a sua volta dipende da scelte economiche e politiche di altri paesi. Uno stato veramente libero deve sempre possedere una moneta sovrana che esso possa emettere spendendola a deficit, cioè arricchendo il settore di cittadini ed aziende con una spesa maggiore della tassazione, al fine di poter attuare in totale autonomia delle politiche anticicliche per favorire la ripresa economica, con creazione di nuovi redditi e posti di lavoro. Questa è una cosa fondamentale che purtroppo pochissimi aderenti ai movimenti indipendentisti veneti comprendono.

Una seconda soluzione proposta da “Pebiscito.eu” e descritta in questi due articoli del venetista Gianluca Busato consisterebbe nell’emissione dei nuovi bond della neonata Repubblica Veneta, che garantirebbero agli investitori un guadagno fino a 1000 volte il valore investito, grazie al surplus di 20 miliardi annui che il Veneto godrebbe a seguito dell’uscita dall’Italia:

http://www.plebiscito.eu/news/bond-veneti-ripetizioni-di-matematica-e-non-solo-per-i-cosiddetti-esperti-italiani/

http://www.plebiscito.eu/news/la-repubblica-veneta-emette-i-primi-titoli-di-stato/

Con tutto il rispetto, ma anche in questo caso si denota una totale ignoranza per quanto riguarda il funzionamento della macroeconomia e dei meccanismi monetari. Con questo sistema si genererebbero infatti profitti che finirebbero nelle mani unicamente del settore finanziario privato, non dell’economia reale. Inoltre, maggiore sarà il rendimento dei titoli di stato, maggiore sarà la spesa che il neonato stato veneto sarà costretto a sostenere, tutte risorse che lo stesso sarà costretto a drenare dall’economia reale dei redditi e dei profitti aziendali al fine di conferirli ai mercati dei capitali e, nel caso gli investitori siano esteri, queste saranno tutte risorse che usciranno definitivamente dal circuito economico del Veneto.

La soluzione vera anche qui è un’altra, perché uno stato sovrano per finanziare la sua spesa non ha affatto bisogno di raccogliere i soldi con la tassazione e con la vendita di titoli, bensì, al contrario, esso prima spende generando redditi e profitti e solo dopo può riscattare il denaro, in quanto una nazione a moneta sovrana è la sola entità in grado di emettere il denaro e creare ricchezza finanziaria al netto all’atto della spesa pubblica in deficit e ciò è la base affinché si possa poi realizzare una buona economia privata, anche finanziaria. I mercati dei capitali privati infatti per investire necessitano di una situazione solida, cioè di uno stato che tramite la sua spesa a deficit dia ossigeno all’economia privata che solo così potrà generare beni, servizi, occupazione, redditi e profitti, che sono la base per poi poter ripagare gli investimenti. Anche qui è pertanto necessario rovesciare completamente il paradigma, in quanto è la spesa a deficit dello stato che poi genera gli investimenti nell’economia reale, mai il contrario.

Altre soluzioni proposte sono di natura più “esotica”, in quanto alcuni venetisti propongono l’utilizzo delle cosiddette “valute virtuali”, quali valute locali elettroniche o addirittura la nuova rete di pagamenti digitali attraverso le “bitcoin”.

Anche qui siamo in presenza di una palese non conoscenza delle caratteristiche che deve avere una valuta sovrana, al fine di avere corso legale e poter essere utilizzata efficacemente all’interno di un dato sistema.

Le valute locali infatti non sono riconosciute dallo stato come mezzi validi al fine di adempiere al pagamento delle imposte e questo inevitabilmente ne decreta la loro inutilità. Basti considerare che con le regole attuali vigenti nell’eurozona lo stato italiano drena dalle nostre tasche nell’arco di un anno rispetto quanto spende (cioè rispetto quanto conferisce al settore non governativo) circa il 94%, mentre quando le cose “andavano bene”, ossia, lo stato operava forti spese a deficit, le entrare rappresentavano comunque ancora una fetta considerevole rispetto alla spesa, pari circa al 76% (fig. 5). Dal momento in cui uno stato infatti spende e tassa in una determinata valuta, tutti gli attori economici dovranno procurarsi quella valuta e non altre al fine in primis di poter pagare le tasse (senza la qual cosa non si hanno diritti all’interno di quel paese) e poi per poter effettuare tutte la altre transazioni, che hanno per oggetto altre persone che hanno sempre in primis la necessità di procurarsi il denaro con cui poter pagare le imposte.
Per fare un esempio, sulla vendita di beni e servizi grava comunque l’IVA e l’imprenditore non può fatturare completamente l’importo in moneta complementare, dal momento in cui deve guadagnare anche il denaro per pagare le imposte.

Fig. 5: spesa pubblica ed entrate dello stato italiano (miliardi di euro, scala a sinistra) e percentuale delle entrate sulla spesa (scala a destra).Diap5

Questo spiega l’ambito di utilizzo ristretto e locale a cui queste forme alternative di pagamento sono sempre state confinate, senza perlopiù mai risolvere i problemi di povertà e disoccupazione presenti nelle aree più disagiate.
In Italia attualmente esistono vari tipi di moneta locale, quali il Sicanex in Sicilia e il Sardex  in Sardegna (per citare probabilmente i due casi più famosi) e non sembra che l’utilizzo di questi sistemi abbia portato a risultati significativi, anzi.
L’alternativa sarebbe quella di lavorare il doppio, in quanto un lavoro dovrà essere dedicato all’approvvigionamento del denaro che verrà utilizzato per pagare le tasse, l’altro per guadagnare la valuta locale con la quale poter fare solo le transazioni (locali).
A questo link è disponibile un articolo che spiega in maniera semplice il funzionamento del sardex.
I posti di lavoro creati con questo sistema dal 2010 al 2014 in Sardegna sono stati solamente 40, di cui 20 a tempo indeterminato.

Bitcoin invece, “la cosiddetta criptovaluta”, è un sistema decentralizzato, non ha un’autorità centrale di controllo ed è vendibile sul mercato. Si tratta di una moneta elettronica creata nel 2009 da un anonimo conosciuto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto.

Riportiamo alcuni passi da wikipedia per cercare di far bene comprendere questo meccanismo, nella maniera più semplice e chiara possibile.

”Bitcoin non fa uso di un ente centrale: esso utilizza un database distribuito tra i nodi della rete che tengono traccia delle transazioni e sfrutta la crittografia per gestire gli aspetti funzionali come la generazione di nuova moneta e l’attribuzione di proprietà dei bitcoin.”

“La rete Bitcoin consente il possesso ed il trasferimento anonimo delle monete; i dati necessari ad utilizzare i propri bitcoin possono essere salvati su uno o più personal computer sotto forma di “portafoglio” digitale, o mantenuti presso terze parti che svolgono funzioni simili ad una banca. In ogni caso, i bitcoin possono essere trasferiti attraverso Internet verso chiunque disponga di un “indirizzo bitcoin”. La struttura peer-to-peer della rete Bitcoin e la mancanza di un ente centrale rende impossibile per qualunque autorità, governativa o meno, bloccare la rete, sequestrare bitcoin ai legittimi possessori o svalutarla creando nuova moneta.”

“La rete Bitcoin crea e distribuisce in maniera completamente casuale un certo ammontare di monete all’incirca sei volte l’ora ai client che prendono parte alla rete in modo attivo, ovvero che contribuiscono tramite la propria potenza di calcolo alla gestione e alla sicurezza della rete stessa. L’attività di generazione di bitcoin viene spesso definita come “mining”, un termine analogo al gold mining (estrazione di oro). “
“Al di là di questa attività, gli utenti possono ricevere bitcoin in cambio di altre valute, prodotti e servizi”.
“A causa della complessità di calcolo che si crea progressivamente per validare ogni transazione e dei limiti che la nostra tecnologia ci impone (o meglio la potenza di calcolo disponibile globalmente), il Bitcoin ha un limite massimo di unità emissibili che non potrà mai superare (a differenza delle valute tradizionali che possono essere stampate all’infinito); questo limite è 21 milioni di Bitcoin, raggiunti i quali non verranno più creati Bitcoin e quelli esistenti potranno essere scambiati ed usati, all’infinito.

Il meccanismo di generazione del Bitcoin (mining) è automatico e va di pari passo con l’uso che la rete globale ne fa: in modo estremamente semplificato, fintanto che vengono scambiati Bitcoin, se ne creeranno di nuovi (fino al limite menzionato).” (http://www.shambix.com/it/cosa-come-funziona-il-bitcoin/).

Anche in questo caso si tratta di una “valuta” che, anche se è scambiabile con altre, non ha corso legale e pertanto non può essere accettata per il pagamento delle imposte e inoltre, data la sua natura decentralizzata e il meccanismo con cui avvengono le transazioni, non garantisce alcuna sicurezza. Si possono quindi verificare anche delle transazioni fraudolente e la mancanza di un’autorità centrale con potere di controllo inevitabilmente fa sì che questo sia un meccanismo che alimenti il mercato nero, cioè l’acquisto di beni proibiti (armi, droga, materiale pedopornografico, ecc.).

La natura intrinseca di tale sistema, nonché i suoi limiti operativi dati dal fatto che l’emissione di bitcoin dipende dalla potenza computazionale delle attuali tecnologie, fa sì che l’economia basata su questa valuta virtuale sia pressoché insignificante a livello globale. A novembre 2013, nel momento della massima valutazione del bitcoin rispetto al dollaro, gli scambi totali hanno raggiunto un valore pari a circa 6 miliardi di dollari (pari a nemmeno il 4% del PIL del solo Veneto).

I movimenti politici per l’indipendenza del Veneto pertanto, al fine di lanciare un messaggio veramente autorevole e proporre delle soluzioni valide e concrete per un futuro Veneto indipendente, dovrebbero prendere coscienza del reale funzionamento dei sistemi monetari a valuta sovrana fiat e di come di fatto questo sia il migliore e il più efficiente sistema in grado in ogni momento di garantire il benessere economico e sociale di una popolazione, se utilizzato nella maniera corretta. Solo con una moneta sovrana infatti si può invertire un ciclo economico recessivo, che in primis dipenderà sempre da decisioni politiche (non da reali necessità economiche) che possono essere prese anche da realtà esterne alla nostra e che noi non abbiamo il potere di controllare. E se da ormai decenni ci si lamenta di “Roma ladrona e sprecona”, non vedo proprio come potremo sperare di far valere i nostri diritti in un ipotetico superstato europeo federale, che di fatto moltiplicherà questo problema per altre 28 volte, dal momento in cui anche tutte le attuali nazioni della UE diverranno degli enti locali.

Un particolare grazie al nostro attivista Andrea Davanzo, ex collaboratore di “Plebiscito.eu”, il quale ha fornito un fondamentale contributo al sottoscritto al fine di conoscere nel dettaglio le posizioni economiche del mondo dell’indipendentismo veneto.

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