Si ringrazia il gruppo referenti economici di Me-Mmt Italia

Quello che sta avvenendo in Russia, con il crollo del valore delle esportazioni di petrolio e gas a causa del crollo del prezzo del greggio e conseguente svalutazione del rublo, è molto interessante per capire in che modo sarebbe possibile intervenire per mitigare – fino ad annullare – gli effetti negativi di uno shock economico esterno non gestibile direttamente dalle autorità russe. Oltre al tema petrolifero, sono in atto delle sanzioni economiche nei confronti della Russia da parte di Usa e Ue con conseguente ritorsione della Russia verso i prodotti occidentali. Di fatto, un panorama tipico di un conflitto armato. I proiettili, però, si chiamano dollaro, euro, rublo.

Il prezzo del petrolio scende per decisione quasi uni-laterale dell’Arabia Saudita, maggior esportatore mondiale. Vediamo quindi cosa accade e quali sono gli scenari di intervento, precisamente intervendo secondo i postulati della MMT: piena occupazione, spesa pubblica e detassazione che non dipendono da prestiti o nuove tasse, fine di un’economia incentrata sull’export, rilancio economia nazionale.

LO STATO DI FATTO Le esportazioni russe sono in costante e forte aumento a partire dagli anni Duemila, ad esclusione del crollo durante la crisi finanziaria mondiale del 2008. La successiva ripresa ha posto il livello delle esportazioni (in dollari, il grafico seguente è in rubli) oscillante attorno ai massimi raggiunti nel 2007.Russia export import

Per capire bene come si dovrebbe muovere la Russia e come, invece, si sta comportando occorre tenere in mente alcuni concetti fondamentali della Mmt: le esportazioni sono un costo, le importazioni un beneficio. E uniamo questo ad un altro assunto di base: il surplus con il settore estero aumenta i risparmi del settore privato (famiglie e aziende russe); il surplus invece del settore pubblico è un deficit del settore privato.

Approfondiamo: le esportazioni russe sono quasi esclusivamente di materie prime. Nel 2012 l’ammontare delle esportazioni fu di 524 miliardi di dollari contro i 312 miliardi di dollari delle importazioni (fonte: Servizio Federale della Dogana russo). I tre quarti circa delle esportazioni è rappresentato da idrocarburi, un ulteriore 7% metalli e lavorati in metallo.

Grazie soprattutto alle esportazioni negli scorsi due decenni sono venuti alla ribalta i cosiddetti “oligarchi“, ovvero gli ultra ricchi che negli anni Novanta si sono impossessati del sistema estrattivo e industriale post-sovietico garantendo profitti da capogiro. Nonostante Putin ne abbia ridimensionato il potere (molte aziende sono ora pubbliche, come la nota Gasprom) le fortune accumulate sono state ingenti; secondo Forbes (2014) in Russia vi sarebbero 111 miliardari che detengono una ricchezza pari al 20% del Pil nazionale; in Cina il rapporto è del 3%, negli Stati Uniti il 14%.

Come spiega “Internazionale” (clicca qui) in un articolo del 2013, nonostante il ridimensionamento operato da Putin, “il problema è che gli oligarchi non vogliono occuparsi di attività che non siano l’estrazione e la lavorazione delle materie prime e non si preoccupano d’investire nel loro paese. Preferiscono liberarsi delle loro attività in Russia (anche perché molti di loro sono indebitati fino al collo) e trasferire i soldi ricavati all’estero“. I due principali paesi che hanno beneficiato di tali trasferimenti sono Cipro e le Isole Vergini Britanniche (qui vi sono depositi per circa 60 miliardi di dollari). Proprio in questi giorni, a seguito di un appello di Putin che ha promesso l’amnistia, l’oligarca Usmanov ha prelevato dai conti in Cipro 3 miliardi di dollari e li ha ricondotti a Mosca (come sappiamo dalla Mosler Economics l’unico effetto che hanno questi spostamenti è l’influenza sul cambio della valuta).

Nel corso del 2013  la bilancia commerciale ha avuto un surplus di esportazioni sulle importazioni per 181,9 miliardi di dollari; viceversa il saldo dei flussi di capitale è stato di 23,3 miliardi di dollari, verso l’estero. Nello stesso periodo gli investimenti esteri diretti hanno raggiunto una cifra record pari a 70,6 miliardi di dollari, di cui oltre 40 concentrati nel primo trimestre.

Complessivamente si è registrata in questi ultimi anni una richiesta di rubli che alimenta il mercato interno. Questo fenomeno, se da un lato origina una pressione per l’apprezzamento del rublo, è anche la causa dell’accumulo di riserve in valuta straniera nella banca centrale.

Riguardo le importazioni, per la metà si tratta di macchinari e automobili, il 16% è chimica, mentre una quota importante la mantengono il tessile e gli alimentari (quasi il 20%).


AUSTERITA’ ALLA RUSSA Il surplus di esportazioni garantisce relativamente la crescita russa, o comunque, meno di quanto potrebbe e dovrebbe. Anche se il Pil, dal 1998 in poi, è cresciuto a ritmi sostenuti e oltre il 5% annuo nei primi anni Duemila, dopo la crisi del 2008 non ha raggiunto i tassi di crescita precedenti e negli ultimi due anni è precipitato in una fase di stagnazione. Il Pil pro capite, dopo una crescita impetuosa (raddoppiato in 10 anni dopo la crisi del ’98), ha subito i contraccolpi della crisi e ancora oggi non è molto distante dai livelli del 2009. Le disparità di ricchezza in Russia non hanno pari rispetto agli altri paesi d’Europa (ad eccezione della Bulgaria…), infatti la Russia è al 91° posto della classifica mondiale (Italia 32°) per l’indice di Gini. La tassazione sulle persone fisiche è impostata con una aliquota unica al 13% (flat tax), dunque non progressiva al crescere del reddito. Favorisce smaccatamente i più ricchi, punisce i più poveri.

Ma ora vediamo anche i rapporti tra il settore privato (famiglie e imprese) e lo Stato, l’altro macro-settore economico. Tranne che per il biennio 2010-11, il Cremlino ha applicato costantemente dei surplus di bilancio, con sostanziale pareggio nell’ultimo triennio. Cosa vuol dire? Che mentre si accumula risparmio nel commercio con l’estero, il governo drena i risparmi privati di famiglie e aziende. Dal 1999 al 2009 il bilancio del governo è sempre stato in surplus, con un massimo del 9,9% di surplus nel 2003. Facile comprendere chi, con il sistema di tassazione menzionato, sia chiamato a garantire maggiormente questo surplus.

Tutto ciò ha provocato: a) una crescita di gran lunga inferiore alle effettive potenzialità; b) un tentativo di apprezzamento del rublo, perché la tassazione è troppo alta in relazione alla spesa. Tentativo comunque in parte vanificato dal fatto che i prestiti del sistema creditizio al settore privato sono sestuplicati in appena 8 anni, passando da 5 mila a 30 mila miliardi di rubli. L’indebitamento privato è ovviamente il prezzo da pagare a causa dei surplus governativi (tanto che questo fenomeno si è arrestato esattamente nel 2010, anno in cui il Cremlino ha realizzato deficit di bilancio). A fine 2013 l’indebitamento privato in valuta estera ha raggiunto la cifra record di 732 miliardi di dollari, valore poi sceso nel corso del 2014.

Il debito di famiglie e imprese consente di attutire (temporaneamente, o almeno fintanto l’economia è in fase espansiva e il credito pare meno rischioso, in Europa se ne sa qualcosa) gli effetti sulla disoccupazione, che come sappiamo dagli assunti base della MMT è sempre determinata da una tassazione eccessiva in rapporto alla spesa pubblica data (l’indebitamento privato può parzialmente mascherate, e temporaneamente, questo fenomeno). Infatti, pur se in valori inferiori rispetto a quelli attuali dell’Unione Europea, il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 5% solo per alcuni mesi del 2014 ed è sceso sotto il 6% solo dal 2012 (ora è al 5,2%).

GLI SHOCK Sono due gli eventi esterni del 2014, estranei dunque al controllo diretto del governo russo. Questo consente anche di capire in che modo una economia come quella russa potrebbe trovare uno sviluppo armonico e stabilizzato con i criteri della piena occupazione. Il primo shock è rappresentato dalle sanzioni dell’Occidente a seguito della crisi in Ucraina. Sanzioni che colpiscono le esportazioni russe e l’accesso al credito estero e al contempo sono state contrastate da ritorsioni sulle importazioni. Se a livello di bilancia commerciale le due azioni dovrebbero tendere ad una compensazione, è facile capire che l’incertezza politica e l’accerchiamento europeo abbiano provocato una ulteriore ricerca di valute straniere (dollaro su tutte ovviamente) soprattutto da parte delle classi più benestanti e dagli oligarchi. Il mercato dei capitali ha dunque avviato il primo indebolimento del rublo. Gli investimenti stranieri hanno subito una riduzione.

Il secondo shock è il crollo del prezzo del petrolio. Questo provoca una riduzione del valore delle esportazioni e un conseguente deprezzamento del rublo. Attenzione: mentre per le altre produzioni (meccanica, alimentari, ecc.) la riduzione del valore del rublo genera un aumento delle quantità esportate a causa di prezzi più bassi, per gli idrocarburi questo meccanismo non funziona, o almeno non è immediato. La quantità domandata dipende dalle richieste delle economie mondiali, e il prezzo influenza la richiesta soltanto in virtù della sua convenienza rispetto ad altre forme di energia (esempio, lo shale gas) o dell’andamento economico. In caso di recessione globale nessuno domanderà petrolio anche se il prezzo scende.

I due shock determinano, congiuntamente, l’attuale svalutazione del rublo (c’è da considerare anche l’azione della speculazione).

SINTESI

  • un eccesso di esportazioni rispetto alle importazioni (oltretutto concentrate in un solo settore non governabile internamente);

  • una politica di austerità governativa che impedisce il raggiungimento della piena occupazione e che drena i risparmi privati verso il settore pubblico;

  • un crescente indebitamento del settore privato.

 

COME REAGISCE LA RUSSIA? Le decisioni prese dal governo russo insieme alla sua Banca Centrale, almeno nell’immediato, scaricano sulle fasce sociali più deboli il costo dei due shock. Vediamoli:

  1. aumento tassi di sconto, portati in un solo giorno dal 10 al 17,5%. Come avviene in Europa, vi è la convinzione che questa misura possa ridurre l’accesso al credito e dunque limitare la circolazione di denaro. Rendere insomma il rublo più scarso e limitare il suo deprezzamento. L’unico effetto che ci si può aspettare è che l’aumento dei tassi di rendimento conseguente attiri l’afflusso di capitali esteri e aiuti l’apprezzamento del rublo. Per il resto, le banche prestano quando l’economia è in salute, anche se i tassi di interesse sono alti, mentre non concedono crediti quando l’economia è in recessione e i richiedenti già fortemente indebitati. Come sta avvenendo in Ue (in condizioni opposte: si riducono i tassi convinti che ciò aumenterà l’inflazione, senza esito però), sappiamo che un aumento così drastico dei tassi si ripercuote principalmente sui rendimenti dei risparmi, quindi in un incremento dei redditi da risparmio con conseguente rischio opposto, ovvero inflattivo. “La spesa maggiore del governo per gli interessi conduce ad una maggiore domanda da parte delle persone che guadagnano da quell’interesse, quindi ad un fenomeno che potrebbe essere inflattivo e non deflattivo. Al contrario, chi ha debiti in dollari e redditi in rubli ne viene danneggiato” spiega Warren Mosler.

  2. taglio spesa pubblica del 10%. Naturalmente ciò non toccherà il tenore di vita degli ultra ricchi ma si ripercuoterà fortemente sulle fasce sociali più deboli, ampliando ulteriormente il divario già accennato. La riduzione della spesa pubblica va nella stessa direzione del punto a): si cerca di immettere meno denaro in circolazione in modo da rendere il rublo più scarso e apprezzarlo. Questa è però una misura che si ripercuote nell’economia reale con due conseguenze: 1. ha un effetto negativo sul Pil e dunque sulle entrate pubbliche innescando una spirale di “deficit negativi” (infatti la BCR stima ora per il 2015 una recessione tra il 4 e 5% del Pil); 2. provocherà un aumento della disoccupazione; 3. renderà ancor più povera la porzione meno abbiente della popolazione.

  3. Vendita riserve in dollari della Banca Centrale R. Questa azione può avere effetti nel breve periodo contro particolari fiammate speculative. Nel lungo periodo tuttavia è l’economia reale quella che conta, anche perché le riserve di valuta estera non sono infinite (attualmente di 416 miliardi, erano 537 ad inizio 2013) e ingaggiare delle prove di forza rischia di essere controproducente in caso di sconfitta, con effetti di panico.

Le decisioni di Mosca sono le solite, adoperate in casi del genere: difesa del cambio, austerità. Tutto sbagliato.

COME INTERVENIRE CON LA MMT. Nella situazione russa, troppo specializzata nell’export di materie prime, la riduzione del loro valore e un attacco di tipo politico con le sanzioni – che determina speculazione e panico interno suffragato dai media – apre una serie di scenari di intervento.

Le azioni possono essere di brevissimo termine, a breve termine e a breve/lungo termine. Nel brevissimo termine, qualora vi siano picchi eccessivi da speculazione sul cambio, la principale arma da adoperare è la vendita di valuta estera da parte della Banca Centrale, in modo da attutire l’effetto psicologico irrazionale che abbiamo visto nei giorni scorsi.

Nel breve termine una Russia “Mmt” cercherebbe, come arma anti-inflattiva, l’aumento della produzione interna piuttosto che una rarefazione della valuta. Nonostante il surplus commerciale con l’estero, la debolezza del rublo aiuterà certamente le produzioni interne a discapito di quelle estere, ma, se lasciato esclusivamente alle forze del mercato, questo riequilibrio potrebbe avere tempi lunghi e non adatti al raggiungimento degli obiettivi della Mmt (piena occupazione, stabilizzazione economia). Serve un intervento fiscale: ogni stato di crisi e disoccupazione seguente a crisi finanziarie è rimediabile con una diminuzione della tassazione o un aumento degli investimenti pubblici.

Dato il livello della spesa pubblica (circa un terzo del Pil), l’azione immediata da intraprendere è una riduzione delle imposizioni fiscali su tutti i fattori produttivi, a partire dal lavoro (il tasso di previdenza sociale a carico delle imprese è del 30% del costo complessivo del lavoratore). Questo renderebbe le produzioni nazionali ancora più convenienti rispetto a quelle estere in tutti i settori concorrenziali, a causa di una riduzione del prezzo finale gravato da minore incidenza fiscale; inoltre, a parità di investimento, aumenterebbe la produzione grazie alla maggior manodopera utilizzata. L’aumento della produzione compenserebbe adeguatamente la maggiore quantità di moneta senza quindi effetti inflattivi e garantirebbe all’economia russa una maggiore diversificazione, e dunque una maggiore solidità rispetto allo stato attuale. Si riassorbirebbe gran parte dell’attuale disoccupazione e si fornirebbe dunque uno sbocco interno, con l’aumento della domanda interna, alle imprese nazionali impegnate non nell’export delle materie prime ma nella produzione e nel commercio dei beni e dei servizi utili alla popolazione.

Altra azione da intraprendere è l’aumento degli investimenti pubblici, in particolar modo su ricerca e sviluppo e nuove tecnologie, in modo da rafforzare il settore produttivo e renderlo capace di assorbire gli shock esterni. Tutto ciò non farà che aumentare il “patrimonio” economico, sociale, e culturale della Russia, anche se si tratta di una politica che dà i suoi frutti a partire dal medio periodo.

Altra azione da avviare per garantire la piena occupazione interna è quello dei Piani di Lavoro Garantito, da gestire sulla base delle esigenze e consuetudini interne, e da impiegare in settori non in concorrenza con le imprese private (ambiente, servizi sociali, cultura). Anche questa azione garantirà una stabilizzazione della domanda interna, a tutto vantaggio delle imprese nazionali che avranno un mercato più sicuro e stabile e meno soggetto agli shock esteri, oltre a contribuire all’aumento del “patrimonio” nazionale sia esso materiale che immateriale.

Tutto ciò può e deve avvenire senza affidare la gestione della moneta ai mercati privati, in quanto la Federazione Russa è la monopolista del rublo e non necessita di tassare o prendere a prestito per spendere. Quindi con un deficit pubblico che è solo fittizio, ovvero un numero in un computer, perché non deve essere ripagato a nessuno.

Ciò detto, poiché molti analisti hanno paventato il rischio di un default come nel 1998, oppure, nei casi migliori, hanno affermato che questo rischio non sussiste in quanto oggi il debito pubblico russo è molto basso (circa il 13% del Pil), ricordiamo che non esiste alcuna possibilità di un default con una moneta sovrana quale il rublo e che il fallimento del 1998 fu provocato dal debito denominato in valuta estera (dollari) su suggerimento del Fondo Monetario e sulla scia dell’esperienza argentina che aveva agganciato il peso al dollaro. Non potendo “stampare” dollari, fu impossibile ripagare i debiti e garantire la stabilità del cambio come insistentemente promesso.

Putin


CONCLUSIONE La Russia deve decidere se impostare la sua politica nella stabilizzazione del cambio, e quindi sacrificare a questo dogma (“numero magico”, come lo avrebbe definito Abba Lerner) la salute dell’economia e della società e la piena occupazione, oppure rafforzare l’economia interna e lasciare che, sulla base dei flussi di import-export e del mercato dei capitali, il cambio venga liberamente definito senza possibilità di intaccare la piena occupazione e piena produzione interna. Se perseguirà questa seconda linea, l’economia sarà rafforzata con conseguente rafforzamento anche del cambio.

 

FONTI

http://www.tradingeconomics.com/

http://research.stlouisfed.org/

https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2172rank.html

http://michael-hudson.com/2014/12/russian-pivot/

http://michael-hudson.com/2014/12/pipeline-politics/

http://vineyardsaker.blogspot.it/2014/12/ruble-exchange-rate-fluctuations-and.html?m=1

http://vineyardsaker.blogspot.it/2014/12/email-from-diogenes-with-some-quick.html?m=1

 

 

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