Stiamo in questi giorni assistendo ad una delle tante pietose e raccapriccianti manifestazioni di cosa significa essere governati da una politica sciocca e serva, che ha accettato e continua a sottoscrivere e ad applicare dei trattati internazionali che, oltre a distruggere di fatto la libertà del popolo italiano, la qual cosa per il sottoscritto rappresenta già di per se stessa un crimine contro l’umanità, comportano delle regole macroeconomiche che impediscono il funzionamento di una buona economia per la tutela del benessere della maggior parte della popolazione, a favore di quell’1% composto dai grandi istituti finanziari che  oggi governano questo sistema.

In quest’ambito si inserisce anche il suicidio (in verità omicidio di stato, anzi, di continente) di Luigino d’Angelo, il pensionato di Civitavecchia che aveva investito i risparmi di una vita in obbligazioni subordinate (cioè con priorità di rimborso da parte del debitore secondaria rispetto le obbligazioni non subordinate altrimenti dette “senior”)  presso Banca Etruria, un istituto di credito popolare il cui vicepresidente è stato fino al commissariamento Pierluigi Boschi, il padre del ministro del governo Renzi Maria Elena Boschi, assunto a tale ruolo guarda caso non appena la signora in questione è salita di grado (fonte “Il Fatto Quotidiano”).

Al di là di tutti gli intrallazzi tra la politica, direttori di banche che hanno gettato sul lastrico i risparmiatori e cooperative rosse (per approfondire vedere gli articoli linkati), tutti vergognosi episodi sui quali i nostri governanti con aria di sufficienza e di sprezzo preferiscono soprassedere, salvo poi demonizzare il governo Berlusconi per molto meno, in un momento in cui la disoccupazione era di 4 punti inferiori ad ora e il PIL cresceva, è interessante comunque fare un breve riassunto delle ultime vicende avvenute per quanto riguarda le famose quattro banche popolari di cui oggi tanto si parla.

Riprendendo l’articolo di cui sopra del “Fatto Quotidiano” (giornale che certamente non lesina critiche all’opposizione del presente governo) “la Banca Etruria viene commissariata a febbraio 2015, per un buco di 3 miliardi, sei volte il suo patrimonio netto, ma le obbligazioni subordinate vengono ancora sbolognate agli ignari e incolpevoli risparmiatori (che il governo Renzi vuole far passare per “speculatori”)”. “La banca è in crisi, ma molti di colpo si mettono a comprare azioni convinti che da marzo quelle azioni varranno molto di più. Perché? Non è dato sapere, ma è forse dato supporre. Nel pomeriggio del 20 gennaio 2015, in neanche due ore, il governo Renzi – tramite decreto – trasforma le banche popolari con almeno 8 miliardi di attivo in Spa. Chi ci guadagna di più? Guarda un po’: Banca Etruria, che registra in borsa la migliore performance dell’anno (+62.5%).

Questo provvedimento richiamato dal giornalista Andrea Scanzi, come affermato dal ministro Pier Carlo Padoan, aveva lo scopo di far sì che anche le banche popolari, fortemente legate alle realtà economiche locali e al fenomeno del “microcredito”, fondamentale per la sopravvivenza delle piccole e medio-imprese, diventassero delle società quotate in borsa nel nome sempre di una maggiore concorrenza ed integrazione a livello europeo, cosa che si traduce nell’arbitrio dei mercati dei capitali internazionali che possono da un giorno all’altro fare anche precipitare il valore di azioni e obbligazioni determinando la morte dei piccoli risparmiatori.

E veniamo così ai giorni nostri e ai casi delle quattro banche popolari di recente finite sotto inchiesta, ossia, Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara, CariChieti. Cos’è successo in definitiva a seguito del decreto Renzi del 20 gennaio 2015 che inizialmente fece impennare il valore delle azioni di Banca Etruria?

E’ successo proprio l’opposto di ciò che il governo si auspicava, ossia, il valore delle azioni e dei bond subordinati si è di fatto azzerato e gli investitori (non solo i grandi capitalisti) hanno perso tutto (fonte “Linkieta”).

E solo per citare gli azionisti, si parla di un totale di quasi 140 mila persone, mentre le perdite totali per gli investitori ammontano a 3 miliardi di euro.

Ecco che a questo punto interviene la propaganda del governo che afferma di aver risolto la situazione salvando quelle banche quando in verità, come ben spiegato dall’articolo del giornale on-line “Linkiesta”, lo stato non tirerà fuori nemmeno uno spicciolo per porre argine alla situazione in quanto gli aiuti di stato sono di fatto vietati dalle norme dell’Unione Europea che pongono come sommo valore la libera concorrenza.

“Come ha ricordato Banca d’Italia, l’intero onere del salvataggio è in ultima analisi prevalentemente a carico del complesso del sistema bancario italiano, che alimenta con i suoi contributi, ordinari e straordinari, il Fondo di Risoluzione. In tutto il conto è di 3,8 miliardi di euro.
Non saranno utilizzati i soldi del Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi (che era invece intervenuto nel salvataggio della banca Tercas di Teramo). L’Unione Europea ha bocciato l’intervento come aiuto di stato. Così come ha bocciato l’idea che la faccenda si potesse risolvere con un semplice aumento di capitale delle banche.
Per ora hanno anticipato i soldi tre grandi banche (Intesa, Unicredit, Ubi Banca), con un prestito ponte, fino alla fine dell’anno”.

Entro il 31 dicembre tutte le piccole banche dovranno mettere mano al portafogli per alimentare il nuovo fondo, che a differenza del fondo interbancario, è volontario (cosa che potrebbe avere delle conseguenze sugli sconti fiscali). E che lo facciano senza intoppi è tutto da vedere. Le banche hanno comunque nella stragrande maggioranza appoggiato il pagamento, perché evita l’effetto domino e permette di dire che nessuna banca italiana è stata sottoposta al nuovo sistema del bail-in. Il sistema vuole mostrarsi sano”.

E nemmeno il rimborso di coloro che hanno perso tutto da parte dello stato sarà accettato dall’Unione Europea, in quanto pare che la distruzione dei risparmi di una vita di centinaia di migliaia di persone “non costituirebbe una crisi umanitaria”, mentre in altri casi gli aiuti di stato per salvare le banche vengono accettati senza problemi e per somme di molto superiori e se qualcuno infatti ha ancora dei dubbi sul fatto che un’unione politica con chi ci ha sempre trattato come delle pezze da piedi sia impossibile e nemmeno auspicabile, si legga il nostro articolo relativo alla decisione della Commissione UE di non sanzionare la Germania per gli aiuti pubblici concessi alla banca regionale HSH NordBank.

Prima di arrivare al cuore di questa discussione, facciamo un’ultima piccola digressione per spiegare in cosa consiste il “bail-in” sopra menzionato. Il 15 aprile 2014 infatti il Parlamento Europeo ha approvato un pacchetto di norme per il completamento dell’Unione Bancaria, che prevede che in caso di fallimento di una banca l’onere dell’intervento per il risanamento sia spostato dal settore pubblico (finanziamento da parte dello stato o “bail-out”) al settore privato, che dovrà pertanto intervenire con suoi fondi propri per assorbire le perdite sia che si tratti di azionisti, obbligazionisti e anche correntisti sopra i 100 mila euro (bail-in). Questa regola entrerà in vigore a partire da gennaio 2016 e dal quel momento, di fatto l’Unione Europea avrà in mano uno strumento in più col quale sanzionare quegli stati che, dotati ancora di un minimo di atteggiamento sociale, decidessero di intervenire con la spesa pubblica per mutualizzare le perdite e non gettare sul lastrico decine di migliaia di risparmiatori.

Ma al di là di tutto questo andiamo ora ad analizzare qual è il reale problema, cioè vediamo in definitiva cosa spinge i risparmiatori ad indebitarsi sempre di più col settore finanziario privato e le banche ad arrivare addirittura ad obbligare il loro personale a vendere obbligazioni rischiose mentendo ai loro clienti, come purtroppo realizzato con il sig. Luigino d’Angelo da parte di Banca Etruria.

La risposta anche in questo caso va ricercata nel funzionamento del sistema eurozona, che di fatto impone agli stati ex sovrani di restituire ogni centesimo che elemosinano dai mercati finanziari globali agli stessi maggiorato di interessi, meccanismo che impedisce ai governi di spendere a deficit per dare ossigeno all’economia reale del settore privato. Come più volte ormai abbiamo spiegato, il debito pubblico in uno stato a moneta sovrana infatti rappresenta l’attivo del settore privato, cioè rappresenta redditi e risparmi, che quindi possono essere spesi e investiti per aumentare la produzione di beni e servizi e quindi il lavoro e l’occupazione, mentre, al contrario, quando lo stato è costretto a realizzare annualmente avanzi primari, cioè, a drenare dall’economia reale con la tassazione più risorse di quante ne aggiunga con la spesa pubblica, ecco che viene a mancare la condizione essenziale di cui sopra. In questa situazione per aumentare la spesa o mantenerla nel tempo, il settore privato dovrà attingere ai suoi risparmi fino ad arrivare ad indebitarsi sempre di più col settore finanziario, cosa che renderà i crediti sempre più marci, inesigibili.

Il settore finanziario ha infatti interesse ad investire solo in una situazione in cui ci sia una popolazione ben stipendiata e attiva, che è la condizione essenziale per permettere dei ritorni sicuri. Al contrario, con uno stato che tenta di realizzare il pareggio e anzi il surplus di bilancio, la popolazione si vedrà decurtati sempre di più i suoi risparmi e ciò spingerà anche il settore finanziario privato a cercare fonti di guadagno più “esotiche “ e meno sicure, cioè a lanciarsi nel “casinò” delle scommesse sui titoli derivati e anche sulla vendita fraudolenta ai clienti di obbligazioni rischiose, come purtroppo avvenuto nel caso di Banca Etruria e di Luigino d’Angelo.

A riprova di ciò vediamo cosa dicono le stesse fonti governative:

DEF_2015

Le due tavole di cui sopra sono estratte dal “Documento Economia e Finanza” del governo Renzi aggiornato il 18 settembre 2015. Ho evidenziato le parti relative all’indebitamento netto e alla spesa primaria, per far vedere come questo governo si ponga in perfetta linea di continuità con i precedenti a partire dall’inizio degli anni ’90 del secolo scorso in poi, periodo in cui il nostro paese sottoscrisse prima il Trattato di Maastricht e di recente anche il Trattato Fiscal Compact, regole sovranazionali che, oltre ad imporci l’utilizzo di una moneta straniera con tutti i problemi conseguenti che sopra ho menzionato, obbligano il settore governativo del nostro paese a comprimere sempre di più la spesa pubblica e ad alzare le tasse per arrivare prima al pareggio e poi al surplus di bilancio (a partire dal 2018) al fine di ridurre il debito pubblico fino ad una percentuale pari al 60% del Pil, cosa che si tradurrà per le leggi della macroeconomia in una pari distruzione dell’attivo del settore privato, in quanto quando un attore o un settore economico spende di meno di quello che incassa (cioè è in surplus) necessariamente  l’altro settore (in questo caso quello privato di famiglie e aziende) sarà sempre più in rosso.

Ciò lo obbligherà a cercare le risorse finanziarie o applicando le logiche del super export basate sulla deflazione salariale di cui abbiamo più volte parlato, oppure ad indebitarsi sempre di più col settore finanziario privato come appunto sta avvenendo. Il problema però è dovuto al fatto che il settore finanziario privato non può “inventarsi i soldi” come invece può fare un governo sovrano della sua moneta e, giocoforza, necessariamente prima o poi i crediti diverranno inesigibili e le banche saranno costrette per guadagnare a fare ricorso a strumenti finanziari speculativi o rischiosi quali appunto le obbligazioni subordinate, mentendo ai loro clienti, nel mentre che il credito sano (cioè quello rivolto all’economia reale della produzione di beni e servizi) calerà sempre di più di pari passo con la crisi dei risparmi e della domanda aggregata.

Riportiamo sotto l’andamento dei prestiti da parte delle istituzioni finanziarie alle famiglie e alle aziende italiane, dato che è sempre tratto dal DEF 2015 del governo Renzi, questa volta nella sua prima edizione del 10 aprile 2015:

 Prestiti

Caro Luigino. La tua morte non è dovuta al caso o al destino di un momento particolare della nostra storia sfortunato in quanto legato ad una fase di congiuntura economica.

La tua morte ha dei responsabili ben precisi e, nella fattispecie, tutti i rappresentanti delle istituzione europee che continuano a difendere l’assurdità di un meccanismo come quello che sopra abbiamo descritto, che fa l’interesse dell’1% della popolazione a scapito del restante 99%, ma ancor di più, tutti coloro che si ostinano a rimanere all’interno di questa cornice e si rifiutano di guardare in faccia la realtà per mero prestigio politico personale, nonostante ormai da anni noi diffondiamo queste verità.

Dovresti sapere come il tuo estremo gesto sarebbe stato evitabilissimo e risolvibile nel giro di pochi secondi da parte di un governo veramente degno di questo nome. Un’Italia sovrana infatti non avrebbe avuto alcuna difficoltà nel garantire una dignitosa esistenza anche alle persone che come te sono state sfruttate e derubate in questo modo. Sarebbe bastato pigiare alcuni tasti sul computer della Banca d’Italia per tutelare i tuoi risparmi accumulati dopo una vita di dure fatiche al servizio di uno stato che ti ha tradito ed ha violato la tua dignità di cittadino, così come fa quotidianamente nei confronti di un intero popolo ormai senza terra e senza diritti.

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