Inflazione e deflazioneLe 7 Frodi Capitali dell’Economia Neoliberista (parte 3 di 7)

L’inflazione.

Fonte: Me-mmt Veneto.

Qui prima parte: il debito

Qui seconda parte: le tasse.

Esamineremo in questo capitolo uno dei più perniciosi falsi miti che l’ideologia neoclassica oggi imperante utilizza per spaventare gli sprovveduti e giustificare cessioni di sovranità e di diritti dei popoli al fine di adottare politiche volte esclusivamente al rispetto incondizionato dei dogmi del libero mercato e della globalizzazione. Oggi parleremo dell’inflazione.

L’inflazione altro non è che una misura di aumento della media dei prezzi ponderati per mezzo di uno specifico paniere di beni e servizi (circa 1.000), espressa in percentuale e viene costantemente monitorata dai più importanti istituti di statistica sia nazionali che internazionali (ISTAT, Eurostat, ecc.).

Da notare l’utilizzo improprio di tale termine, che in latino sta a significare aumento della moneta e non dei prezzi in sé (da inflatio = aumento, onis = denaro).

Vedremo oggi il perché un aumento della ricchezza finanziaria sotto forma di potere di acquisto della popolazione non necessariamente corrisponda ad un pari aumento dei prezzi e come nella stragrande maggioranza dei casi comunque ciò non rappresenti affatto un problema, ma sia bensì il sintomo di un’economia in crescita.

Va fatta innanzitutto una distinzione fondamentale tra inflazione intesa come aumento dei prezzi annuale, che è un fenomeno naturale per qualsiasi economia monetaria moderna e iperinflazione, intesa come un aumento fuori misura dei prezzi legato ad eventi particolari e imprevisti sui quali il governo fatica ad intervenire (guerre, devastazione del contesto produttivo, difficoltà politiche ad applicare una tassazione efficiente, forte indebitamento in valuta estera o in metalli preziosi, ecc.).

Per iperinflazione si intende un aumento della media dei prezzi superiore al 50% su base mensile (storicamente verificatisi in condizioni molto particolari, come accadde con la Repubblica di Weimar negli anni’ 20 e con lo Zimbabwe nel 2008), nulla a che vedere quindi con periodi storici come quelli che hanno coinvolto l’Italia e il mondo intero nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, in cui si sono avute inflazioni annuali che al massimo hanno toccato picchi di poco superiori al 20%.

I terroristi dell’euro e della globalizzazione tendono a rappresentare anche questi eventi come casistica di iperinflazione e quindi motivo di disgrazia economica e distruzione del potere di acquisto delle popolazioni. Vedremo in seguito come tali affermazioni siano del tutto prive di fondamento, avulse dalla realtà empirica dei fatti.

La formula che regola l’inflazione prende il nome di “equazione di Fisher” ed è di seguito esposta:

M x V = P x Y

M: rappresenta l’offerta di denaro disponibile in un determinato periodo temporale, che, come abbiamo precedentemente analizzato, dipende in prima istanza dall’offerta dell’azione coordinata tra Ministero del Tesoro e Banca Centrale (su questa offerta faranno poi leva i crediti del settore bancario, che comunque non rappresentano ricchezza finanziaria al netto in quanto all’espansione del credito si verifica anche un’espansione del debito che dovrà essere pagato con reali risorse finanziarie sottratte dall’economia reale).

V: rappresenta la velocità di circolazione del denaro nello stesso periodo temporale preso come riferimento, in pratica rappresenta quante volte il denaro passa di mano in mano in quel periodo.

P: rappresenta il prezzo medio dei beni e dei servizi prodotti in quel determinato periodo (ricordiamo che per il calcolo dell’inflazione solitamente si utilizza la base annuale).

Y: rappresenta la quantità di beni e servizi prodotti da un determinato paese nel medesimo periodo temporale.

L’economia neoclassica tende a considerate V e Y costanti (pertanto ad un aumento dell’offerta di moneta necessariamente segue un pari aumento dei prezzi di beni e servizi), mentre l’economia eterodossa considerano il fatto che la velocità di circolazione del denaro non può mai essere costante in quanto strettamente correlata all’offerta di moneta; una minore ricchezza finanziaria farà sì che la popolazione in generale aumenti la sua propensione al risparmio e quindi diminuisca la domanda aggregata (potere di spesa), il che necessariamente determina un calo anche di Y.

Al contrario, Y dipende esattamente come V da M e, pertanto, una maggiore ricchezza finanziaria nelle mani della popolazione può determinare un aumento della domanda aggregata, che causerà sia un aumento di V che di Y, in quanto gli ordinativi aumentano. Il reale limite di Y è dato dalla disponibilità di forza lavoro disposta ad operare per aumentare l’offerta a fronte di un incremento della domanda. In tali condizioni ci sono pertanto tutti i presupposti per cui ad un aumento di M possa benissimo verificarsi un aumento sia di V che di Y, lasciando il fattore P immutato o comunque determinandone  un incremento non direttamente proporzionale ad M e non necessariamente problematico per quanto concerne l’impatto sulla domanda aggregata; se stipendi e salari aumentano ad un tasso superiore a quello dei prezzi, il reale potere di acquisto non ne risente.

Vediamo ora qualche caso concreto. Consideriamo la situazione dell’Italia dopo il Divorzio (scellerato) tra Banca Italia e Ministero del Tesoro, avvenuto nel 1981 per opera dell’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il suo sodale direttore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Le motivazioni ufficiali con cui tale accordo fu siglato avevano a che fare con il controllo dell’inflazione da realizzarsi mediante una spesa pubblica più contenuta e responsabile, che avrebbe necessariamente portato ad un miglioramento dell’economia e ad una maggiore occupazione.

Dati macroeconomici Italia.
Macro1

Come si evince dai dati di cui sopra, la precondizione ipotizzata non si realizzò affatto: l’inflazione infatti calò nonostante un aumento consistente della spesa in deficit da parte del governo dovuto al pagamento di interessi esorbitanti sui titoli di stato, causa il fatto che il nostro governo perse il controllo sul tasso di interesse del suo “debito” dopo l’ingresso nel Sistema Monetario Europeo (1979). Ciò di fatto causò un forte aumento del debito pubblico in rapporto al PIL che nel giro di poco più di 10 anni raddoppiò (e abbiamo già visto negli articoli precedenti come il debito pubblico rappresenti la ricchezza al netto del settore non governativo in uno stato a moneta sovrana).

Nonostante questa forte immissione di liquidità l’inflazione continuò a calare. E non si parla solo di spesa a deficit dello stato per arricchire il settore finanziario, ma anche per l’arricchimento dell’economia reale (spesa primaria al netto della tassazione, vedere grafico sotto).

Spesa

Ma al di là del fatto che, come sopra testimoniato, l’inflazione non aumenta affatto con l’aumento della ricchezza finanziaria dovuta alla spesa in deficit del governo, osserviamo un altro fatto (vedere grafico sotto):

OCSE1

Questo grafico, tratto dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), mostra come nell’anno 1980, nonostante l’alta inflazione che in quel periodo interessava il nostro paese (21,8%, vedere grafico precedente), il risparmio netto medio delle famiglie (rapporto percentuale tra risparmio e entrate disponibili nell’arco di un anno) era al 25%. Di fatto le famiglie italiane avevano il più alto potere di acquisto tra tutti i paesi sviluppati, nonostante un’inflazione importante. Questo era dovuto al fatto che a quei tempi era in vigore un meccanismo di tutela dei salari (la cosiddetta scala mobile), che di fatto faceva sì che il tasso di aumento degli stessi fosse sempre superiore al tasso di aumento dei prezzi di beni e servizi. Tale meccanismo, descritto come causa primaria di inflazione, di fatto comunque manteneva elevata la ricchezza netta degli italiani e va notato anche come l’inflazione continuò a calare durante praticamente tutti gli anni ’80, quando il meccanismo era ancora in vigore e fu definitivamente abolito solo nel 1992.

E’ interessante notare anche come il calo di inflazione, nonostante sia dipinta dalla teoria neoclassica come il maggiore male da combattere, non portò affatto ad un miglioramento delle condizioni economiche del nostro paese, in quanto nei primi anni ’80 l’aumento percentuale di PIL subì una brusca frenata e la disoccupazione crebbe di anno in anno su base costante quasi per un intero decennio, contrariamente alle (false) speranze di Andreatta e Ciampi.

Altri dati importanti e molto ben dettagliati sono forniti da Daniele della Bona nel seguente articolo:
http://mmtitalia.info/i-salari-reali-italiani-e-la-piu-iniqua-delle-imposte-linflazione-parte-2/

Un altro esempio lo possiamo vedere nel caso del Giappone, che con un debito pubblico altissimo pari al 244% del PIL (ricordiamo che il Giappone è uno stato a moneta sovrana) ha un’inflazione pari a zero (dati aggiornati 2013).

 

Esaminiamo ora un caso di bassa inflazione:
Macro2

 

L’Italia (ahimé non più sovrana) del 2009 ha di fatto avuto la più bassa inflazione della storia repubblicana (0,76%), a fronte però di un drastico calo annuale del PIL (-5,05%) dovuto alla forte recessione iniziata con la crisi finanziaria del 2007.

E si esamini anche il seguente dato, ancora più interessante:

OCSE2

Gli stessi dati dell’OCSE ci confermano come nel 2009, con un’inflazione risibile, il risparmio netto delle famiglie italiane si sia ridotto di ben 4 volte, passando dal 25% del 1980 al 6,5% del 2009. Di nuovo, la relazione assoluta tra inflazione e perdita del potere di acquisto è smentita dai dati empirici direttamente osservabili nel mondo reale, un contesto assai diverso da quello degli astrusi modelli teorici dell’economia ortodossa.
Da considerate che nel 2009 non esisteva (come oggi) alcun meccanismo automatico per indicizzare i salari all’inflazione e non a caso dopo il 1992 (anno dell’abrogazione della scala mobile) i salari reali (al netto dell’inflazione) sono sempre stati o stagnanti o in leggero calo (vedere grafico sotto):

Salari

Di nuovo si ha la conferma come non sia l’inflazione in sé ad abbattere il potere di acquisto, ma le scelte di politica economica da parte del governo.

Alla luce di quanto sopra esposto si può quindi concludere che non esiste alcuna evidenza scientifica a sostegno dell’affermazione che necessariamente l’inflazione abbatta il potere di acquisto e peggiori l’andamento economico di una nazione, così come il fatto che l’aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi non è direttamente collegato all’incremento della ricchezza finanziaria da parte del settore non governativo (cittadini, aziende e banche).

Cliccare qui per scaricare il documento in “pdf”.

Comments

  1. l’analisi è interessante, ma per renderla più robusta dovreste utilizzare altri indicatori del risparmio che siano basati su un concetto diverso di “disposable income” (sapete cos’è e come si calcola? Può essere affetto da politiche redistributive del tutto “incorrelate” all’inflazione, oppure In cosa differisce dal Market Income…). Per essere più accurati bisognerebbe vedere quali sono stati gli andamenti e le determinanti del disposable income tra i vari paesi e se c’è stato un trend comune e per quale motivo. Insomma bisognerebbe fare un’analisi panel che potrebbe (o no, non lo so perché non l’h mai fatta) fornire i risultati di cui parlate. Certo che arguire ciò in base ad una tabella è piuttosto pretenzioso (oltre che privo della benché minima significatività statistica), semmai può essere il punto di partenza per una ricerca ulteriore. Infine mi sembra folle l’idea per cui dei modelli di ciclo (gli astrusi modelli ortodossi) debbano fittare a fatti di “trend”, altrimenti non si sarebbero potuti chiamare di “ciclo”, questo mi pare ovvio. Inoltre il fatto che “V” sia costante nella teoria Ortodossa è vero in parte, o meglio è una “semplificazione” di breve termine, in quanto sono modelli di ciclo (questa è per lo meno la spiegazione che mi do io, o meglio ciò che ho imparato studiandoli). Comunque, sempre a mio avviso, a fare analisi del genere nell’area Euro non ci si prende mai, i dati sono sempre stravolti da folli politiche di integrazione monetaria (e non politica), un unicum nel mondo che tra l’altro non consente a nessuno di avere un benchmark con il quale confrontarsi. Già il fatto di avere una politica monetaria comune e una fiscale no (o per lo meno per buona parte del tempo è stato così) distorce sia i risultati delle politiche fiscali (folli), che quelli delle politiche monetarie (folli), quindi fare valutazioni in questo senso è molto molto difficile. Visto che avete tutti i dati, perché non fate una bella analisi panel? sarebbe molto più utile, indicativa e “valevole” dal punto di vista scientifico di un articolo che semmai potrebbe essere l’introduzione di un paper piuttosto che il paper stesso. Questa per lo meno è la mia opinione

    1. Il nostro metodo, come già ti ho detto in altre occasioni (spero si sia capito ormai) è quello di basarci sui fatti empirici direttamente osservabili, mentre confermo che la pratica di affidarsi ad astrusi modelli teoretici non ci appartiene. A noi interessa la realtà, non la teoria. Il disposable income, come ho precisato nell’articolo è dato dal rapporto percentuale tra reddito disponibile e risparmio annuale delle famiglie, basta leggere anche la didascalia sotto riportata. I dati sono dell’OCSE, quindi sono significativi in quanto queste tabelle sono pubblicate periodicamente proprio da un’organizzazione che come dice il suo nome si occupa della cooperazione e dello sviluppo economico delle nazioni (dovrebbe occuparsi). Il dato sul risparmio di cui sopra è direttamente confrontabile sia in termini spaziali che temporali con quello delle altre maggiori economie (nella tabella ci sono già tutti i dati). Per quanto riguarda l’euro e l’Europa, le politiche fiscali dei vari paesi sono de facto già coordinate in quanto legate al rispetto dei limiti di deficit dei trattati e questo non sembra aver portato ad alcun risultato positivo, mentre le politiche di austerity sono imposte per l’esclusivo interesse dei mercati finanziari e delle grandi lobbies neomercantili europee, che mirano a creare disoccupazione soprattutto nel sud europa al fine di poter sfruttare a bassi prezzi la manodopera, ma questa è un’altra storia e non è questa la sede per svilupparla.

    2. Precisazione su una frase che ho scritto in maniera sbagliata nel mio commento precedente, in quanto sono andato di fretta. Riporto la versione corretta: “il tasso di risparmio medio delle famiglie (household net saving rate) è dato dal rapporto percentuale tra il risparmio e le entrate disponibili annuali (disposable income).

      1. Mi dispiace ma hai torto, non puoi confrontare i tassi di risparmio in paesi diversi. O meglio non è un confronto indicativo come vorresti far intendere tu. Ad esempio in Danimarca hanno un tasso di risparmio negativo (caratteristica tipica dei paesi Scandinavi), perché? Differenze nel sistema di Welfare!! Non tutti risparmiano per far fronte agli stessi bisogni, perché in alcuni stati alcuni servizi li offre lo stato (le economie scandinave ne sono l’esempio lampante), in altri no! (ti assicuro che le differenze, ad esempio, tra Welfare “Crucco” e Welfare del sud Europa erano ben marcate già negli anni 80′). Ne consegue che il risparmio è affetto da incentivi e disincentivi diversi da paese a paese (ti assicuro che non mi sto inventando nulla!). Infatti per questo uno potrebbe guardare all’evoluzione del Market income e dell’equivalent Income, così si può capire meglio “perché” la dinamica del risparmio si è evoluta in un certo modo piuttosto che in un altro. Detto ciò, solo guardando ad una tabella non puoi dimostrare un bel niente, ne tanto meno sdoganare le ipotesi di nessuno. La statistica non è teoria e, seppur con tutti i suoi limiti, è una tecnica scientifica per cercare di “dipingere la realtà” nella maniera più oggettiva possibile, si usa in tutti i campi, se ti rifiuti di usarla, allora non puoi pretendere di dimostrare nulla a nessuno (il che non implica che uno non debba sostenere le proprie idee, sia chiaro). Terzo “As the old saying goes: all models are false, but some are useful”, chi studia modelli di ciclo sa bene quali limiti hanno, sa bene quali sono le implicazioni di breve periodo, e soprattutto sa che il mondo non funziona come dice il modello. Cerca semmai di renderli migliori, che comunque non è una passeggiata. Detto ciò ti ricordo che è vero che esiste un “bilancio Europeo”, ma è circa l’1% del PIL della zona Euro, ti pare un’integrazione delle politiche fiscali? Per integrazione intendo un bilancio unico, una sorta di stato federale insomma, non certo le ridicole porcate a cui assistiamo ormai da 30 anni a questa parte (pareggio di bilancio e Austerity compresa). Sia chiaro, io pagherei di tasca mia per avere un’inflazione media di almeno l’8% in Europa, piuttosto che una deflazione interna, non sono un inflazionista isterico.

        1. Ma perchè continui a fare tutta questa confusione ? Il fatto che alcuni paesi applichino tassazioni diverse da altri è chiaro che influisce sul risparmio netto delle famiglie, nessun paese è uguale ad una altro e comunque l’Italia ha una un numero di dipendenti pubblici in linea con la media europea e in quel grafico non ci sono solo paesi del nord Europa. L’articolo non vuole dimostrare la differenza tra le diverse politiche di welfare tra i vari paesi, ma vuole fornire la descrizione di come un’alta inflazione non necessariamente corrisponda ad un abbattimento del potere di acquisto della popolazione, quindi se vuoi criticare questo articolo cerca almeno di rimanere sul tema. Per quanto riguarda la validità dei modelli dell’economia neoclassica, come esempi posso riportare quello della curva di Phillips che prende in considerazione una correlazione di un solo decennio negli USA e lo assume a regola generale e anche lo stesso che tu hai citato nei tuoi precedenti post sulla concausa politiche restritive alla Volcker e abbassamento dell’inflazione, smentito anche questo in una moltitudine di altri casi come ho già argomentato. Lo scopo di questo articolo è smontare la validità assoluta del teorema neoclassico che vuole l’inflazione come il peggiore dei mali, mentre qui con dati alla mano dimostriamo in più casi come ciò non corrisponda affatto necessariamente alla realtà. Per quanto riguarda la UE, nulla cambierebbe anche se ci fosse il superstato centralista giacobino che tu auspichi. Con infatti un limite alla spesa a deficit del 3% e con l’adozione di un’unica moneta forte per economie diverse continueremo a essere in deflazione e ad avere tutti quegli squilibri impossibili da sanare in una situazione politico-economica come quella in essere.

          1. Si certo, bisognerebbe alzare i deficit, anche perchè se la BC alzasse il target inflazionistico dovrebbe fare in modo che il commitment sia credibile e che quindi vengano alzati i deficit, questo è ovvio (il 3% non ha alcun senso, in recessione meno che mai). Riguardo la curva di Phillips voi criticate spesso il modello base, cioè il toy-model, le estensioni sono ben diverse (la PC ad esempio potrebbe non essere più verticale nel LR…), ma vabbè è un altro discorso. Comunque ti reitero il concetto per cui il potere d’acquisto non è perso per colpa della bassa inflazione, ma per via di politiche economiche che miravano proprio a quello, con l’inflazione non c’entra nulla. Tu non puoi dire “l’inflazione non è un male perché con la bassa inflazione i lavoratori perdono potere d’acquisto”, perché i lavoratori perdono potere d’acquisto per altri motivi :non sta scritto che da nessuna parte che l’inflazione si tiene sotto controllo massacrando i salari. Che poi lo abbiano fatto è un altro discorso, ma non è una conseguenza della bassa inflazione, è la conseguenza di politiche economiche criminali, non so se mi spiego

          2. Poi se vogliamo dire che ci si è concentrati troppo sull’inflazione credendo che una volta stabilizzata quella tutti i problemi del mondo fossero risolti ok, condivido anche io. Che ci siano molte altre fonti di variabilità del ciclo è impossibile negarlo e che l’inflazione ora non sia un problema di cui preoccuparsi è ovvio. Ma da qui a dire che è stata la bassa inflazione la causa della perdita del potere d’acquisto, credimi, è tutto da dimostrare, e in ogni caso non si dimostra con una tabella

          3. “Che poi lo abbiano fatto è un altro discorso, ma non è una conseguenza della bassa inflazione, è la conseguenza di politiche economiche criminali”: sì infatti è chiaro, appunto si sta dicendo che oggi con inflazione bassissima c’è molta disperazione, mentre nel 1980 con alta inflazione il potere d’acquisto era intatto. La vignetta allegata all’articolo è eloquente. Grazie comunque per i suoi interventi.

  2. “Può essere affetto da politiche redistributive del tutto “incorrelate” all’inflazione, oppure In cosa differisce dal Market Income…). Per essere più accurati bisognerebbe vedere quali sono stati gli andamenti e le determinanti del disposable income tra i vari paesi e se c’è stato un trend comune e per quale motivo.”

    Non è affatto una questione rilevante ai fini di ciò che si vuole dimostrare in questo articolo. In Italia negli anni 80 era in vigore la scala mobile e ciò verosimilmente non è detto accadesse in tutti gli altri paesi (così come è vero che gli altri paesi non vennero colpiti dall’inflazione in uguale misura rispetto l’Italia). Ad ogni modo, lo scopo dell’articolo è quello di dimostrare come un’alta inflazione non necessariamente costituisca un problema per il potere di acquisto delle famiglie e in tale ambito rientra a pieno titolo anche una politica governativa di tutela dei redditi, che è anch’essa un fattore determinante. Come mostrano i dati riportati infatti, anche con inflazione bassa ma in assenza di politiche che adeguino i salari reali al tassi di inflazione, il potere di acquisto reale cala ed è proprio anche la conclusione del mio articolo: “Di nuovo si ha la conferma come non sia l’inflazione in sé ad abbattere il potere di acquisto, ma le scelte di politica economica da parte del governo.” Così come l’economia classica tende a mettere in relazione (a torto) l’inflazione con le scelte politiche legate alla spesa pubblica, non vedo come in altre occasioni che non fanno comodo le scelte di politica economica invece non devano essere considerate. Ciò è impossibile, tutti i parametri economici dipendono da scelte di natura di politica economica. L’economia non è una scienza esatta che si basa su fenomeni naturali direttamente osservabili, ma dipende sempre dal fattore umano.

    1. Mi pare ovvio che se uno non permette che i salari reali crescano, in qualsiasi modo (e qui la porcata vera la fece Amato, a Tarantelli lo fecero fuori, lui sta ancora là (Mr Incarico), e questo la dice molto lunga, sia sui veri mandanti che sui veri motivi, ma vabbè…), la classe lavoratrice perde potere d’acquisto. Mi pare ovvio che questo non è un problema d’inflazione, ma di policy. Il che non vuol dire che bassa inflazione= meno potere d’acquisto per i lavoratori. Vuol dire: politiche mirate alla riduzione della quota salari= perdita del potere d’acquisto dei lavoratori, che di per se non dipende dall’inflazione (quella era solo una scusa, un modo per prendere 2 piccioni con una fava). Il che comunque non giustifica un’inflazione costantemente al 20%, ma potrebbe significare tranquillamente un’inflazione al 8, 10% quando serve, è evidente che il mandato di una BC che miri ad un’inflazione al 2% urbi et orbi non ha il minimo senso, non so se mi sono spiegato

      1. Infatti. L’inflazione al 20% si verificò solo in corrispondenza dei picchi del costo del greggio a metà e fine anni 70 e subito dopo in tutte e due le occasioni cominciò già a calare, nonostante scala mobile e alta spesa a deficit da parte dello stato. Un’inflazione moderata può benissimo essere indice di un’economia che cresce, mentre un’inflazione troppo bassa è indice di deflazione.

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