Come da me ribadito in molte occasioni, tanto da meritarmi il titolo di un bizzarro primato — la soluzione alla disoccupazione di massa è molto semplice — creare abbastanza posti di lavoro da soddisfare le preferenze di lavoro per quelli che non ne hanno uno. Assisto a molti meeting — un po’ qua e un po’ là — e odo ufficiali di governo e di agenzie multilaterali ripetere la stessa cosa — “la disoccupazione è un problema complesso, dalle mille sfaccettature”. La mia replica è sempre la medesima. No, non è così. Tale tipo di linguaggio — falso — è soltanto una scusa per dire che creare i posti di lavoro necessari non si addice all’ideologia dominante. Un altro fatto semplice è che se il settore privato non è in grado di creare i posti di lavoro necessari — beh, signore e signori — vi è solamente un unico altro settore. Fatevene una ragione. In questo blog recensiremo l’ultima pubblicazione del US Bureau of Labor Statistics del suo US JOLTS database di dicembre 2012. Questo insieme di dati invia messaggi chiari e molto semplici sulle cause della disoccupazione di massa — e tutte esse coinvolgono il lato della domanda.

L’altra narrativa che viene rifilata in tali conferenze è che “la disoccupazione è un problema, profondamente radicato, riguardante il lato dell’offerta”. La mia risposta è sempre la stessa. No, non lo è. Tale risposta non significa che io ignori o escluda questioni riguardanti il lato dell’offerta come facenti parte della soluzione. Ma che tutte le politiche supply-side funzionanti — lo sono quando esse vengono applicate nel contesto del lavoro subordinato. Il mainstream invoca continuamente nell’immaginario che la domanda e l’offerta di lavoro siano indipendenti l’una dall’altra. Ciò consente loro di definire armoniose soluzioni d’equilibrio che li porta a riferire agli studenti di economia che tagli salariali e infausti rimedi di welfare del lavoro siano indispensabili per curare la disoccupazione di massa.
Mi sono ricordato di tale genere di conferenze quando sono apparse talune pubblicazioni di dati. Ieri (12 febbraio 2013), il US Bureau of Labor Statistics ha rilasciato gli ultimi dati dal suo US JOLTS database, l’ultima edizione copre il periodo di dicembre 2012.
Amo tale database perché esso fornisce in modo semplice le evidenze incontrovertibili di quanto la concezione supply-side della disoccupazione di massa sia sbagliata — e tutto in poche serie storiche.

Nella nuova relazione d’accompagnamento al rilascio dei dati, il BLS nota che:
“Nell’ultimo giorno commerciale di dicembre vi sono state 3.6 milioni di opportunità di lavoro, di poco variate rispetto a novembre… il tasso di ottenimento di occupazione (3.1%) e il tasso di separazione dal lavoro (3.0%) sono pure variati di poco in dicembre.”

Leggi: statici.

La spiegazione dell’economia lato-offerta propagandata dai conservatori, che utilizzeranno ogni pretesto per discutere qualsiasi appello all’intervento del governo, s’incentra sull’asserzione che la disoccupazione persistente sia un problema strutturale.
Un ulteriore passo in avanti del tipico conservatore, o neoliberista, è di nuovo a Shangri La!1  — per cui, essi ci dicono che v’è bisogno di imporre l’austerità fiscale (eccetto il considerare i tagli ad ogni sorta di spesa pubblica che gli pari il deretano).
Nell’ambito di tale narrativa essi spendono ore nel convincerci che il sostegno federale al reddito per i disoccupati annienterebbe le iniziative, già languide, dei relativi destinatari, e andrebbero tagliate (o abbandonate del tutto).
Essi promuovono politiche sociopatiche, che minano alla fattibilità per i disoccupati di vivere persino la più modesta vita materiale, e mascherano queste indecenze come strategie per incentivare i senza-lavoro a fare di più per cercarne uno.
La narrativa dell’economia supply-sider comincia con il modello di mercato del lavoro che si trova nei libri di testo, che asserisce che la disoccupazione e il salario reale sono determinati nel mercato del lavoro all’intersezione tra le funzioni di domanda di lavoro e di offerta di lavoro.
Il livello di occupazione d’equilibrio viene formulato come di piena-occupazione poiché esso indica che ogni impresa che desideri impiegare a tale salario reale può trovare lavoratori che desiderano lavorare e che ogni lavoratore che desideri lavorare a tale salario reale può trovare un datore di lavoro che desideri impiegarlo. La disoccupazione frizionale viene facilmente ricavata da questa rappresentazione Classica del mercato del lavoro, in quanto disoccupazione volontaria. Supposto costante il progresso tecnico, tutte le variazioni nell’occupazione (e dunque nella disoccupazione) sono causate da trasposizioni della curva di offerta di lavoro. Vi sono stati molti articoli, scritti da economisti mainstream chiave (come Milton Friedman), che argomentano che i cicli economici sono condotti da trasposizioni nella curva di offerta di lavoro. L’essenza di tutte queste storie sulle trasposizioni della curva di offerta è che l’uscita dei lavoratori dal mercato viene formulata come contro-ciclica — ossia, le uscite incrementano quando l’economia è in declino e viceversa — nonostante vi siano tutte le evidenze dell’esatto contrario. Una storia simile, che viene ancora raccontata, è che le oscillazioni dei cicli economici sono caratterizzate da oscillazioni nella disoccupazione volontaria. Così una contrazione dell’occupazione (e una crescita della disoccupazione) emerge — presumibilmente — poiché i lavoratori sviluppano una rinnovata preferenza per l’ozio e per lavorare meno e l’offerta di lavoro per ogni livello di salario reale si sposta dunque verso l’interno (ossia, i lavoratori adesso sono meno propensi ad offrire le stesse ore di lavoro di prima al salario reale attuale).
Così essi lasciano il loro lavoro per andare in spiaggia e brindare con lo champagne.
La diffusione dei benefici della disoccupazione — così la storia prosegue — aumenta l’attrattività dell’ozio. Il motivo è che essi si stendono in spiaggia, sorseggiano il loro champagne e vengono pure pagati per ciò (cortesia del sostegno al reddito).
Chi non opterebbe per tale soluzione?
Ebbene, in maggioranza quasi nessuno farebbe ciò, ma è una verità scomoda. Persino l’aspetto sociologico di tutto ciò è sbagliato — data la dimostrazione di innumerevoli studi che ci rivelano come i disoccupati debbano patire alienazione, diminuzione nelle relazioni sociali e crollo dell’autostima. La ripresa dell’attività economica — così prosegue ancora la storia — è caratterizzata dai lavoratori che hanno sviluppato una rinnovata sete di lavorare e così la curva di offerta si sposta nuovamente verso l’esterno — ovvero, essi hanno voglia di offrire più ore di lavoro di prima agli stessi livelli di salario reale. Evidentemente, essi si nuocciono dall’ozio e ritrovano l’appetito per nuove BMW, orologi di lusso, e vacanze sulla neve a sciare, con tutte le attività e gli svaghi secondari che le accompagnano.
E, ad un livello empirico, tale teoria presagisce che gli abbandoni [del lavoro; NdT] crollino come l’occupazione.
Tutto si ridurrebbe dunque, per sostenere gli spostamenti dal lato dell’offerta, alla questione in base alla quale il tasso di abbandoni sia o meno, contro-ciclico — come la teoria presagisce.
Lester Thurow, nel suo meraviglioso libro del 1983 — Dangerous Currents [“Correnti di pensiero dannose”; NdT] — era in disaccordo e sfidò la visione mainstream chiedendosi:

“… Come mai gli abbandoni aumentano durante i periodi di boom e crollano durante le recessioni? Se le recessioni fossero dovute ad imperfezioni informative, gli abbandoni dovrebbero incrementare durante le recessioni e crollare in periodi di boom, proprio il contrario di quanto avviene nel mondo reale.”

Il riferimento alle “imperfezioni informative” è un’altra versione della storia mainstream lato-offerta. La narrativa prosegue con la Banca Centrale/Tesoro i quali possono comprare una riduzione della disoccupazione (al di sotto del livello che i neoliberisti considerano come tasso naturale — un altro mito) — inflazionando l’economia con la spesa pubblica.
Così l’economia ottiene un aumento dei salari monetari e dei prezzi (la tipica storia di troppi soldi in giro a fronte di troppi pochi beni). L’inganno è che essi asseriscono che il tasso di incremento dei salari monetari è minore dell’aumento dei prezzi e quindi il salario reale crolla. Le imprese reagiscono al declino del salario reale offendo più occupazione — poiché esse sanno che la produttività marginale del lavoro è più bassa (un altro mito). Ma perché i lavoratori accettano di offrire più lavoro quando il salario reale crolla? Dopotutto i modelli di mercato del lavoro dei libri di testo ci dicono che la curva di offerta del lavoro è inclinata verso l’alto in termini di salario reale, poiché i lavoratori offriranno più lavoro solamente se il prezzo relativo del tempo libero (che è il salario reale) sale.
Un altro espediente di questa storia poi è che l’intera offerta di lavoro trasli perché i lavoratori credono

che il salario reale sia aumentato — essi sono tratti in inganno dalla crescita dei salari monetari nel formare la loro convinzione che essi siano più ricchi rispetto a prima ogni ora che passa, così il tasso di abbandoni crolla e l’occupazione aumenta.

Pertanto, per un periodo (breve), l’economia è in grado di operare ad un livello di disoccupazione inferiore al suo tasso naturale. Per quanto tempo può durare ciò? Quanto ci vuole prima che i lavoratori si rechino nei negozi e si accorgano che ora tutto è più caro e che, in effetti, essi sono meno ricchi di prima (perché il salario reale è crollato)? Di conseguenza, una volta appresa la verità, la curva di offerta di lavoro trasla verso la posizione precedente e i lavoratori ritirano la loro forza-lavoro en masse (il tasso di abbandoni sale nuovamente) e l’occupazione e l’attività economica scivolano nuovamente verso il loro livello “naturale”. La lezione che viene conficcata nella mente degli studenti è che tutto ciò dimostra quanto siano futili gli interventi politici che mirino a diminuire il tasso di disoccupazione. L’unico modo in cui il tasso “naturale” possa essere diminuito (se non del tutto) è quello di designare politiche che riducano gli impedimenti strutturali nel mercato del lavoro. Quali sono? Per esempio tagliare i sussidi all’ozio (i benefici della disoccupazione), ecc.

Originale disponibile qui.
Traduzione a cura di Marco Sciortino

 

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