La crisi economica è finita ? Alcuni dati.

(di Marco Cavedon, postato il 14/11/2017).

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Sovente si sente affermare da parte del governo e dei media che la crisi è finita. Ma sarà vero ?

Possibile che nonostante le politiche di austerity imposteci dall’Europa e applicate diligentemente dalla classe politica dominate le cose effettivamente non vadano poi così male ?

Un’attenta analisi degli stessi dati del governo sembra smentire categoricamente questa ipotesi. Vediamoli insieme.

I seguenti grafici sono presi dal sito DIPE (cioè del Dipartimento per la Programmazione e il Coordinamento della Politica Economica) e dal sito di finanza Trading Economics, che raccoglie ed aggiorna costantemente i dati dei più importanti istituti di statistica di tutte le nazioni.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Italy Unemployed Persons

Il grafico di cui sopra rappresenta il numero totale di persone disoccupate. Come si vede l’andamento è tutt’altro che positivo e dal 2015 praticamente la disoccupazione non scende. Vediamo al contrario che il picco di disoccupazione si ebbe proprio col governo Renzi nel 2014.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Italy Long Term Unemployment Rate

Il grafico di cui sopra invece rappresenta la disoccupazione a lungo termine (persone senza lavoro da un anno o più, un dato pertanto ancora più drammatico rispetto il precedente, calcolato su base mensile). Anche qui notiamo che essa cala sensibilmente dopo il 2014, per poi però appiattirsi ad un valore pressoché costante.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Il livello del PIL italiano, misurato su base trimestrale, ha conosciuto una fase di crescita dal 2000 fino al primo trimestre del 2008, pur con una fase di ristagno dal secondo trimestre 2001 al secondo trimestre 2003. Dal secondo trimestre del 2008 al secondo trimestre del 2009 si è concretizzata la più intensa fase di crollo del PIL dal dopoguerra ad oggi, seguita da una ripresa dal terzo trimestre 2009 al secondo trimestre 2011. Dal terzo trimestre 2011, il PIL ha subito un ulteriore forte calo, e dal secondo trimestre 2013 si è stabilizzato e poi ha ricominciato a crescere nel 2015-2017.

Questo grafico e quelli a seguire sono presi invece dal sito del DIPE (dati aggiornati al 05 ottobre 2017). Il dato sopra riportato rappresenta il PIL (il reddito interno) su base trimestrale. Come si vede, siamo ancora ben lontani dai livelli pre-crisi, quado il PIL trimestrale era maggiore di 25 miliardi rispetto ora. Come mai tuttavia questa lieve ripresina dopo il 2014 ? E’ veramente sintomo di creazione di maggiore benessere per la popolazione ? Tenete bene a mente il dato precedente della disoccupazione per capire come a maggiore PIL non corrisponda affatto necessariamente più lavoro e ricchezza per i residenti. In seguito vedremo un’altra cosa molto interessante.

Ma veniamo ora al dato della produzione industriale, che dovrebbe stare particolarmente a cuore agli imprenditori.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: La produzione industriale italiana aveva mostrato una tendenza a un moderato calo nel 2000-2005, seguito da una fase di crescita nel 2005-2008, con trend di crescita più limitato rispetto alla media della zona euro. Dalla metà del 2008 fino ad aprile 2009 la produzione industriale è crollata da un massimo di 106 ad un minimo di 78, analogamente a quanto accaduto in tutto il mondo con la crisi finanziaria internazionale. Dalla seconda metà del 2009 alla metà del 2011 la produzione industriale ha recuperato circa il 40% di quanto aveva perso, tornando successivamente a calare. Dal 2014 è ricominciata una fase di lenta crescita della produzione industriale.

Anche qui l’andamento è alquanto deludente; dopo il 2015 si assiste ad una insignificante ripresa, che non è sufficiente per parlare di andamento positivo dato il tonfo realizzato a seguito della crisi economica del 2008 e dopo le misure lacrime e sangue del “salvatore” Mario Monti.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: La stima ISTAT mostra un lento aumento dell’incidenza della povertà assoluta in Italia nel 2007-2010 (dal 3,5% al 4%) e un’accelerazione nel 2011-13, con un picco del 6,3% delle famiglie italiane in povertà assoluta. Nel 2014 si manifesta un primo ridimensionamento dell’incidenza della povertà assoluta che scende al 5,7%. Il centro e il nord sono caratterizzati da un andamento analogo al dato nazionale, ma con livelli di povertà assoluta inferiori rispetto alla media nazionale di 1-2 punti percentuali, toccando nel 2014 il 4,2% di famiglie in povertà assoluta nel nord e il 4,8% nel centro. Il Mezzogiorno invece ha un livello maggiore di povertà assoluta, il quale cresce più che proporzionalmente rispetto al resto d’Italia dal 5,1% del 2010 al 10,1% del 2013, ma che nel 2014 beneficia di una riduzione più forte, scendendo all’8,6% di incidenza della povertà assoluta, pur rimanendo circa il doppio rispetto al centro-nord. Nel 2015-2016 la povertà assoluta aumenta al nord e al centro, calando moderatamente al sud.

Ora iniziamo ad andare oltre i dati che i media quotidianamente ci presentano per farci credere che tutto vada bene. Un PIL che aumenta non significa che la maggior parte della popolazione sia diventata più benestante, così come una maggiore occupazione non significa che siamo tutti più ricchi perché questo dato non considera i lavori precari, di poche ore e mal retribuiti.

Vediamo infatti nel grafico sopra che la percentuale delle famiglie povere presenta un andamento nettamente ascendente e ciò vale addirittura per il “ricco” nord Italia.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: La stima ISTAT dell’incidenza della povertà relativa mostra limitate oscillazioni a livello nazionale con un aumento dall’11,2% nel 2011 al 12,8% nel 2012. Tale aumento è più sensibile ed è continuato più a lungo nel Mezzogiorno, dove l’incidenza della povertà relativa à passata dal 19,1% nel 2009 al 23,6% nel 2014.

Il grafico di cui sopra invece rappresenta l’andamento della cosiddetta povertà relativa, che si differenzia dalla povertà assoluta in quanto si basa su una soglia di valore di spesa per consumi che varia solo in base al numero dei componenti di un nucleo famigliare e non è differenziata per regione geografica, dimensione del comune di residenza o età dei componenti del nucleo. Anche in questo caso nel tempo si verifica un sostanziale aumento della povertà.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: La stima ISTAT registra dal 2005 ad oggi un aumento dell’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con figli minori, particolarmente accentuata per le famiglie con 3 e più figli e un calo dell’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie con un anziano e un modesto aumento nelle famiglie con due o più anziani, che tuttavia è ora diventata la tipologia di famiglia a minor incidenza di povertà assoluta (3,5% rispetto al 26,8% delle famiglie con tre o più figli minori nel 2016).

Il grafico sopra invece ci dà il prospetto dell’aumento della povertà per le famiglie numerose (con tre e più figli minori). Della serie, ci viene detto di fare più figli ma non ci vengono date le risorse per farli crescere in condizioni dignitose.

Tirando le somme, da tutti i dati di cui sopra abbiamo visto che l’andamento dell’economia italiana è tutt’altro che roseo come ci viene dipinto. Ma da dove deriva allora la tanto sbandierata ripresa del PIL, che in verità si attesta su valori molto inferiori rispetto a quelli pre-crisi ?

Semplice, non certo dalla domanda interna (che in rapporto al PIL è in diminuzione, vedi qui), causa l’aumento della povertà e la diminuzione degli stipendi (a loro volta dovuti alle politiche di austerity imposteci dall’Europa), ma bensì dalla domanda estera.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Sia le esportazioni che le importazioni sono cresciute velocemente tra il 2003 ed il 2008 (quasi 50% in più cumulato in valore nominale). Con la prima recessione tra il 2008 e il 2009, sono entrambe temporaneamente crollate per la paralisi dei mercati internazionali, riprendendosi velocemente a partire dalla seconda metà del 2009, con una ripresa più forte per le importazioni. La seconda recessione dal 2011 è invece caratterizzata da una riduzione delle importazioni a causa della compressione dei consumi interni, mentre le esportazioni hanno continuato a crescere, anche se sempre più lentamente, generando un surplus della Bilancia commerciale per la prima volta dall’inizio degli anni duemila.

Tolta la linfa della domanda interna (causa la riduzione del deficit pubblico), l’unico modo per aumentare il reddito complessivo interno è quello di fare affidamento sulla domanda estera, cosa che l’Italia ha regolarmente fatto a partire dall’inizio degli anni 2010, con un contenimento delle importazioni a favore delle esportazioni, ossia della vendita a basso prezzo all’estero di beni reali dei quali la nostra popolazione non godrà.

Come è stato possibile diventare competitivi nei mercati esteri ?

Semplice; privati della possibilità di svalutare la moneta, ora possiamo solo fare affidamento sull’abbassamento dei salari, cosa che l’Italia ha regolarmente fatto a partire dalla crisi economica del 2008 (vedi sotto).

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Il reddito pro capite è cresciuto nell’Ue in Italia fino al 2007. Dopo tale data è cominciata una fase di crisi economica con una prima contrazione del reddito pro capite nel 2008-2009, seguita da una ripresa nel 2010-11 e da un nuovo calo del reddito pro capite in Italia e nella zona euro, mentre nell’UE nel suo insieme il redito pro capite è rimasto stazionario nel 2012-13, rimanendo comunque in media ad un livello più basso rispetto al 2007. Nell’insieme il reddito pro capite italiano è cresciuto meno della media UE e della zona euro nel periodo di crescita si è ridotto maggiormente nei periodi di recessione. Il reddito pro capite italiano era più alto della media UE nel 1995 e anche dei futuri paesi membri della zona euro, mentre nel 2013 era inferiore ad entrambe le zone.

E quali sono per le piccole e medie imprese italiane e per il nostro sistema bancario le conseguenze di continuare a voler permanere nell’eurozona ed applicare politiche di contenimento della spesa pubblica (che costituisce al centesimo il reddito privato) ?

Anche qui il risultato è palese. Le conseguenze sono state la progressiva diminuzione dei crediti al settore privato, accompagnata dall’aumento dei prestiti divenuti inesigibili (vedi sotto) che hanno causato la crisi del settore bancario di cui oggi sentiamo spesso parlare, non certo dovuta semplicemente a funzionari corrotti e profittatori (questi ahimè ci sono sempre stati), ma al “bel” sistema economico nel quale continuiamo nonostante tutto a voler permanere.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Italy Loans to Private Sector

Fonti:

http://www.programmazioneeconomica.gov.it/2017/10/05/andamenti-lungo-periodo-economia-italiana/

https://tradingeconomics.com/

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