Se è vero che Goldman Sachs “sta facendo il lavoro di Dio”, Warren Mosler, (vent’anni trascorsi tra Goldman Sachs, JPMorgan, Credit Suisse, Morgan Stanley) è un “arcivescovo” della religione del “Dio dei mercati”. Ma non solo: è anche uno dei pionieri della MMT. Nei tre giorni trascorsi tra Rimini (ITF Forum) e Venezia (con Paolo Barnard e DemocraziaMMT) Mosler ha spiegato che il “Dio dei mercati” in realtà non esiste: è inventato dalle persone, e può essere usato per opprimere altre persone, o per farle vivere meglio.

Qui la presentazione di Warren Mosler (IT FORUM)-  Italia: ieri ed oggi

La moneta è una costruzione umana

Per iniziare, a Rimini Mosler crea la moneta dal nulla. Offre ai presenti in sala dei biglietti da visita senza valore in cambio di un’ora di lavoro. Nessuno accetta, e a quel punto lui spiega come l’unica uscita della sala sia presidiata da un esattore delle tasse armato, che lavora per lui, e che permetterà l’uscita solo a chi verserà come tassa di uscita uno di quei biglietti. In quel momento quei biglietti diventano moneta, e alcune persone per poter pagare la tassa di uscita si dicono disponibili a lavorare per chi la emette. Perché possano essere pagate le tasse, è necessario che l’emittente spenda per primo. Mosler paga un biglietto in cambio di un’ora di lavoro. Un biglietto emesso, una tassa pagata. 100 ore di lavoro disponibili, 100 biglietti emessi e pagati, 100 tasse riscosse. Poi qualcuno decide di voler lavorare un po’ di più, e risparmiare così un biglietto per il futuro. Mosler, l’emittente, “spende” 101 biglietti. 100 lavoratori, 101 biglietti emessi  erogati in pagamento, 100 tasse riscosse, 1 biglietto risparmiato da uno dei lavoratori. L’emittente incassa dalla riscossione tasse un biglietto in meno di quelli che aveva emesso, cioè ha un deficit di 1 biglietto. Quel biglietto è il “risparmio” che resta in tasca a un lavoratore. Ecco perché il deficit pubblico è uguale al risparmio privato, come spiegato da Mosler senza disegnare un solo grafico.


L’Italia negli anni ’90, l’Italia oggi

Nel 1992 l’Italia ha un debito pubblico pari al 130% del PIL, ed emette titoli di stato con un rendimento di circa 14%. Un rapporto stilato dal MIT,  considera probabile un default sul debito emesso, ma per uno Stato a moneta sovrana la paura del default è un fantasma immaginario. Mosler comprende che lo Stato che emette la propria moneta è “sempre solvibile”, e impiegando fondi presi a prestito a un tasso del 12%, acquista i btp Italiani, ottenendo un “pasto gratis” del 2% annuo. A seguito di un confronto MMT con Mosler, il ministro Spaventa conferma che l’Italia emette buoni non per finanziare la spesa, ma come strumento di gestione dei tassi di interesse. Il “probabile default” è solo un fantasma, Spaventa interpreta correttamente il funzionamento del sistema monetario ed annuncia che l’Italia è pronta a onorare i BTP in scadenza, senza alcuna misura di “austerity” .

Anche oggi l’Italia, come allora, ha un debito pubblico/PIL pari a circa il 130%, insostenibile per un paese che non emette la propria valuta. L’Italia emette titoli di stato con rendimenti di circa il 5-6%, tasso sensibilmente più basso di quello del ‘92, ma la possibilità di default stavolta è reale perché l’Italia utilizza ma non emette l’euro, e potrebbe “finire i soldi”. L’Italia (come gli altri paesi europei) è entrata nella zona euro con un rapporto debito/PIL insostenibile per un paese utilizzatore di valuta (per essere sostenibile dovrebbe situarsi non oltre il 30%), ed è costretta dai mercati a finanziarsi emettendo buoni del tesoro a tassi tali da innescare una spirale deflazionistica e futuri problemi di solvibilità.

Lo stato dell’economia reale si caratterizza per una propensione al risparmio che causa carenze di domanda aggregata. Da queste carenze di domanda non compensate da spesa a deficit deriva la disoccupazione, che è l’altra faccia del risparmio. Il problema dell’euro è l’euro stesso, ma la cittadinanza non lo percepisce e non esiste un sostegno politico maggioritario per l’opzione “abbandono dell’euro”. Questa impasse si  potrebbe comunque risolvere rapidamente in due modi:

La BCE, che emette l’euro, potrebbe creare una quantità di liquidità pro-capite per ogni Stato, garantendo quindi la solvibilità degli stati-membro rispetto ai mercati finanziari. Contestualmente dovrebbe anche finanziare dei programmi di pieno impiego, andando così a compensare la “propensione al risparmio” del settore privato che causa la caduta di domanda aggregata alla base della disoccupazione. Tempo materiale necessario per la creazione di questa liquidità: venti minuti. La crisi del debito terminerebbe non appena la BCE decidesse di “staccare l’assegno” (o “premere i tasti”)

In alternativa i “Mosler Bonds”, emessi dallo Stato e utilizzabili per il pagamento delle tasse in caso di insolvenza dello Stato stesso al momento della scadenza. Conservando un valore utilizzabile per gli adempimenti fiscali sarebbero una strada elegante che permetterebbe allo Stato di recuperare la propria capacità di emettere moneta applicando il principio “taxes driven money”.

La creazione di liquidità ad opera del soggetto che emette la valuta risolve il vincolo di solvibilità finanziaria, ma perche ci siano degli effetti sull’economia reale dovrebbe essere accompagnata da un allentamento dei vincoli del Patto di Stabilità e Crescita, rendendo possibile una spesa a deficit per lo meno del 4%. Tutto questo non accadrà: i cittadini europei sono sotto l’attacco dei loro stessi governi, e da questi sono stati messi in condizioni impossibili da sostenere.

Due idee-salvataggio gratuite, “Perché è come vedere qualcuno che sta affogando: è normale cercare di aiutarlo, no?


Banchieri che non capiscono la moneta (e i tassi d’ interesse)

I governatori delle Banche centrali spesso fraintendono il reale funzionamento dei sistemi di moneta fiat, per cui è improbabile che queste idee siano mai messe in pratica. Accade anche negli USA: Ben Bernanke “è una brava persona”, ma nella gestione della crisi ha sbagliato molte scelte. Il nodo è la gestione dei tassi di interesse: in un paese con moneta sovrana il rendimento riconosciuto sui titoli di stato costituisce creazione al netto di ricchezza finanziaria, per cui emettere titoli con un basso tasso di interesse in ultima analisi significa rimuovere dall’economia parte del reddito da interesse (che è ricchezza finanziaria al netto)[1]. La politica dei bassi tassi di interesse in atto negli USA è quindi deflattiva, ed è in buona parte guidata dalla irrazionale paura che gli USA “finiscano i fondi”, evento impossibile per uno Stato “issuer” della propria moneta. In questo senso la storia della genesi dell’UE è chiarissima: l’adesione all’area euro vede per i paesi aderenti il calo dei tassi di interesse dal 12% al 3%, dinamica che imbriglia l’inflazione, ma parallelamente opera in senso deflattivo. Le politiche di “taglio” del tasso base di sconto da parte della Banca centrale non portano a un incremento della domanda aggregata[2], e in ultima analisi non hanno effetto sull’economia reale. Le politiche monetarie dissociate da interventi di spesa pubblica non hanno effetti sulla crescita dei livelli occupazionali, ma questo non è un problema per Wall Street, anzi: l’esercito di riserva dei disoccupati contribuisce a mantenere bassi i livelli delle retribuzioni dei dipendenti delle Società quotate in borsa.

Il corollario, palese nell’evidenza empirica, è che è impossibile creare inflazione con operazioni monetarie che non impattano sull’economia reale[3]. In queste condizioni di carente domanda aggregata e politiche errate di “bassi tassi” il sistema tende alla “giapponesizzazione”, la coesistenza di un’economia in indebolimento e di una valuta forte. È lo scenario possibile evoluzione futura dell’area Euro. Ma qual è il “reale valore” dell’Euro? Se gli Stati domattina cessassero di accettarlo in pagamento delle tasse, il suo valore andrebbe istantaneamente a zero.


Quanto vale l’oro?

Il trend del prezzo dell’oro è un altro segno della confusa interpretazione delle banche centrali relativamente ai meccanismi di funzionamento della moneta fiat. Il “vero”valore dell’oro non esiste. L’oro ha valore perché le Banche centrali di vari paesi lo acquistano. Dove “trovano i soldi” per comprarlo? Li creano con un accredito contabile per il venditore, acquistano l’oro e lo registrano come asset non contabilizzato come passivo. Circa il 35% dell’oro esistente è immagazzinato in varie banche centrali che “temono per la propria valuta” senza alcun motivo, visto che nessuna Banca centrale può “finire i soldi”. Questo significa che in situazioni di panico la pressione sui prezzi dell’oro potrebbe crescere teoricamente senza limiti, arrivando anche a quotazioni di 5000 $/Oz (oggi si aggira intorno ai 1560). D’altra parte se le banche centrali non comprassero più oro, il valore di mercato dell’oro potrebbe anche andare al di sotto del suo costo di estrazione. La quotazione non è “il vero valore”, è solo un numero su un terminale, esattamente come lo è “la moneta”.

Il senso di tre giorni di conferenze e dibattiti tenuti da Warren Mosler, il senso della MMT, è tutto qui: l’austerity, il denaro, non sono leggi divine ma creazioni umane. Anche se cercano di fare di tutto per farvi credere il contrario.

Comments

  1. Mosler è sempre bravissimo a spiegare i meccanismi dell’economia e della moneta anche a persone che non hanno studiato economia come me. Però lui sostiene il principio che uno stato a moneta sovrana non può mai fallire perchè non può finire i soldi, ed è giusto e comprensibile, ma allora chiedo: come mai l’Islanda nel 2008 dichiarò il fallimento pur avendo la sua moneta sovrana, la corona? non poteva fare come gli USA che hanno salvato le proprie banche con migliaia di miliardi?

    Per il resto complimenti a tutti voi….sto imparando tante cose sul funzionamento dell’economia e della moneta moderna grazie a voi.

    1. grazie per la segnalazione….articolo interessante, in effetti il “buco” di quella banca era forse troppo grande per un paese come l’Islanda, nonostante avesse una moneta sovrana.

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