Ancora sui falsi miti del Divorzio tra Banca Italia e Ministero del Tesoro del Luglio 1981.

(edizione Filippo Abbate, revisione Marco Cavedon)


 

Come già abbiamo ribadito varie volte nel corso dei nostri articoli, nel luglio del 1981 si verificò un evento molto importante nella storia dell’economia del nostro paese, ossia, il cosiddetto “Divorzio” tra la nostra Banca Centrale (Banca Italia) e il Ministero del Tesoro.

Fu di fatto una delle prime di tutta una serie di politiche successive di adesione ad accordi sovranazionali che culminarono con l’entrata in vigore nel 2002 della moneta unica Euro, che sancì la morte definitiva della nostra autonomia di spesa come stato sovrano.

Va tuttavia sottolineato che ogni Banca Centrale è “autonoma” solo nella misura in cui lo permette il governo di quel determinato paese, che in ogni momento può regolare la sua attività a seconda dei fini che esso si propone. Il nostro referente economico nazionaleDaniele della Bona in questo articolo (http://mmtitalia.info/la-banca-centrale-e-indipendente-se-anche-fosse-ma-da-chi/) ha ben descritto questo concetto, che vedremo in questa sede di sviluppare ulteriormente.

Con la riforma del mercato dei BOT (titoli di durata fino ad un anno emessi dal governo italiano) del 1975, Banca Italia era costretta ad acquistare in asta primaria (cioè in prima emissione) tutti i titoli che il Tesoro non era riuscito a collocare sul mercato, finanziando quindi lo stesso con nuova moneta emessa dal nulla. Ciò consentì al Tesoro di mantenere in quel periodo contenuti tassi di interesse con i quali “finanziarsi”; ricordiamo tuttavia che operativamente un governo sovrano non sarebbe affatto obbligato ad emettere titoli per finanziarsi, dal momento in cui prima di ritirare la moneta dal settore privato deve emetterla, mentre la prassi di vendere titoli alla sua Banca Centrale è una mera costrizione autoimposta.

Tuttavia l’economia mainstream, preoccupata dagli alti tassi di inflazione di quel periodo, erroneamente li attribuì alle politiche di spesa pubblica facilitate dallo stretto controllo del Tesoro sulle operazioni della Banca Centrale e quindi all’inizio degli anni ’80 si giunse al cosiddetto “Divorzio” (per le reali cause dell’inflazione in quel periodo vedere anche qui: http://mmtitalia.info/i-salari-reali-italiani-e-la-piu-iniqua-delle-imposte-linflazione-parte-2/).

Nella “Relazione Annuale per il 1980” Ciampi, all’inizio del suo mandato come governatore della Banca d’Italia, nell’individuare le cause e la cura dell’inflazione sostiene una maggiore determinazione nell’applicare una politica monetaria restrittiva, funzionale agli accordi delloSME, cioè di un sistema a cambi semifissi con le altre valute europee che il nostro paese sottoscrisse nel 1979, al fine di ridurre il gap inflazionistico tra l’Italia e gli altri paesi.

Col Divorzio tra Banca Italia e Ministero del Tesoro, sancito in maniera consensuale tra l’allora Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta eCarlo Azeglio Ciampi, la nostra Banca Centrale non fu più costretta ad acquistare in asta primaria i titoli invenduti.

Ciampi

Nei fatti però ciò avvenne in maniera graduale, in quanto Banca Italia poteva continuare ad intervenire in asta se lo avesse ritenuto coerente sia con gli obiettivi di politica monetaria, sia con gli obiettivi economici del governo.

nella realtà così fece, in quanti la riforma parte nel luglio 1981, ma fino al 1988 Banca Italia continuò ad acquistare sul mercato primario tutti i titoli invenduti del Tesoro che essa voleva al fine di mantenere il massimo tasso di interesse entro certi limiti (quelli nei quali si era costretti dallo Sme).

Il grafico sotto riportato (tratto dal seguente articolo di Daniele della Bona (http://mmtitalia.info/come-si-finanziava-litalia-prima-del-divorzio-fra-tesoro-e-banca-ditalia-parte-5/) mostra l’ammontare netto di titoli di stato acquistati dalla Banca d’Italia (cioè la differenza fra i titoli acquistati dalla Banca Centrale e quelli ripagati dal Tesoro alla banca stessa) sul mercato primario (in blu) e di quelli scambiati sul mercato secondario da parte della Banca d’Italia con le banche commerciali (in grigio).

 Banca d'Italia anni 80

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La figura conferma che gli acquisti di titoli di Stato al netto sul mercato primario da parte della Banca d’Italia sono progressivamente aumentati durante gli anni settanta, raggiungendo il picco nel 1981, poi si sono rapidamente ridotti a partire da pochi anni dopo il “divorzio” (cioè da quando la Banca d’Italia non era più costretta a garantire in asta il collocamento integrale dei titoli emessi dal Tesoro, ma poteva intervenire in via facoltativa), sebbene siano rimasti positivi per il resto del decennio.

Ad ulteriore conferma di quanto sopra esposto si citano anche le seguenti fonti.

 Banca d'Italia acquisti anni 80

Fonte: L’indipendenza della Banca d’Italia dal Governo negli anni Ottanta: cause interne e internazionali – Maria Luisa Marinelli

Come si può notare nel riquadro sopra evidenziato in rosso, gli acquisti al netto in asta primaria di Banca Italia sul mercato primario sono continuati anche dopo il Divorzio per quasi tutti gli anni ’80 e addirittura dal 1981 al 1984 sono stati superiori rispetto agli anni dal 1977 al 1980, cioè in piena fase “pre-divorzio”.

E non solo. L’Italia in quegli anni non possedeva solo il canale di vendita di titoli alla Banca Centrale come fonte per ottenere nuovo denaro,ma possedeva anche un Conto Corrente di Tesoreria sul quale poteva ottenere da Banca Italia un finanziamento allo scoperto per un importo fino al 14% delle previsioni di spesa. Dopo il cosiddetto divorzio di fatto tale limite fu innalzato. Le seguenti citazioni sono tratte dal documento “Banca d’Italia e Tesoreria dello Stato: vicende storiche, riforme e prospettive a cura di Pasquale Ferro (pag. 77-81)”

Dal 1981, l’abbandono della prassi secondo la quale la Banca partecipava all’asta dei BOT con una richiesta pari all’intero ammontare della tranche emessa […], metteva in evidenza lo squilibrio di fondo delle operazioni della tesoreria statale e le difficoltà di collocare sul mercato titoli in quantità adeguate a coprire il fabbisogno del Tesoro. Nel 1982, con l’ulteriore dilatarsi del deficit, gli sconfinamenti (rispetto al limite sul massimo scoperto del Conto di Tesoreria, nda) divennero sistematici a partire dal mese di settembre; alla fine di questo mese e nei successivi la Banca dovette attivare la comunicazione dello sconfinamento prevista dalla legge del 1948. I rientri avvennero con difficoltà e per un numero limitato di giorni, dando luogo a successivi sconfinamenti che non vennero meno nemmeno a dicembre, con l’incasso degli introiti fiscali solitamente elevati dall’autotassazione di novembre: apparve chiaro che il Tesoro non era in grado di rientrare entro il limite, date le previsioni sugli incassi e pagamenti del mese di dicembre e le emissioni nette di titoli programmate e pertanto un’anticipazione straordinaria da parte della Banca fu l’unico strumento possibile per superare l’emergenza dei conti pubblici di quell’anno considerato anche che le tensioni sul conto corrente, secondo le previsioni, non si sarebbero allentate nel trimestre successivo. L’anticipazione fu votata dal Parlamento per un importo di 8 mila miliardi di lire con durata 12 mesi e tasso di interesse all’1 per cento. Negli anni successivi il limite, a causa del meccanismo che lo legava in modo automatico alla crescita della spesa dello Stato, crebbe fino a raggiungere la cifra di oltre 70 mila miliardi di lire nel 1993, anno della sua abolizione.” […]

“Il passaggio dal “conto corrente di tesoreria” al “conto Disponibilità del Tesoro” (avvenuto con la legge n. 483 del 1993, nda) avvenne secondo modalità stabilite dallo stesso provvedimento legislativo. Il debito monetario del Tesoro verso la Banca d’Italia, accumulato come saldo passivo sul conto corrente di tesoreria (che ammontava a 76.206 miliardi di lire), fu trasformato in titoli di Stato assegnati all’Istituto di emissione, di durata variabile e cedole annuali).

Dalle citazioni di cui sopra vediamo pertanto che la spesa a deficit da parte del governo non si abbassò affatto dopo il luglio del 1981. Fino al 1984 addirittura la vendita di titoli al netto a Banca Italia aumentò e il successivo declino di questa pratica fu compensato dall’aumento del limite di deficit consentito sul Conto Corrente di Tesoreria, che nel 1993 arrivò a superare i 70.000 miliardi di lire. Se osserviamo anche la serie storica della spesa a deficit sul PIL in quegli anni, vediamo come essa fu molto elevata nel corso degli anni ’80  e nel giro di poco più di dieci anni, portò ad un raddoppio del debito pubblico rispetto al PIL (vedere i dati sotto riportati):

Anni 80 dati principali debito pubblico inflazione Pil

Fonte Database AMECO e FMI: http://it.wikipedia.org/wiki/Dati_macroeconomici_italiani

Dai dati di cui sopra pertanto, a differenza di quanto previsto da Ciampi e dall’economia mainstream neoclassica, constatiamo che:

1)    la spesa in deficit dello stato italiano aumentò dopo il divorzio (ricordiamo che la spesa in deficit da parte del governo rappresenta l’attivo del settore privato: http://mmtitalia.info/le-7-frodi-capitali-delleconomia-neoliberista-1-il-debito-pubblico/ );

2)    l’inflazione di fatto calò in maniera pressoché costante, nonostante maggiore iniezione di liquidità da parte del settore consolidato Tesoro e Banca Centrale, al fine anche di pagare gli elevati tassi di interesse sul debito pubblico di quel periodo;

3)    il contenimento dell’inflazione tanto auspicato da Ciampi non si tradusse in un miglioramento assoluto delle condizioni economiche nazionali, con una disoccupazione in costante aumento;

Ma concentriamoci ora su un altro aspetto della nostra discussione, cioè sulle reali cause degli elevati tassi di interesse che il nostro governo pagò sul suo debito dopo il Divorzio.

Come abbiamo visto sopra, l’acquisto netto di titoli del tesoro da parte della Banca Centrale continuò per quasi un decennio dopo il divorzio e dal 1981 fino al 1984 fu addirittura maggiore rispetto al quadriennio precedente (con inflazione in calo, per via del fatto che emettere moneta di per sé non causa inflazione). Nonostante ciò i tassi di interesse aumentarono comunque.

La reale causa di ciò va quindi ricercata in altri contesti che si svilupparono durante gli anni ’80.

Tutto questo infatti accadeva in un decennio di progressiva liberalizzazione dei movimenti di capitale e di vincoli esteri dovuti al cambio semifisso con le altre valute europee (Sistema Monetario Europeo o SME).

Inoltre è utile richiamare il contesto internazionale e interno in cui si realizzò il Divorzio:

  • Verso la fine degli anni ‘70, la politica monetaria statunitense per contenere l’inflazione inizia a perseguire un obiettivo intermedio attraverso lo stretto controllo della    base monetaria (esperimento monetarista) causando un rapido innalzamento tanto dei tassi di interesse a breve quanto dei tassi a lungo termine (la cosiddetta cura Volcker, dal nome del presidente della banca centrale americana di allora ).
  • Gli effetti di ordine macroeconomico prodotti dal percorso di unificazione tedesca, iniziato alla fine del 1989 (necessità di ingenti trasferimenti alla Germania orientale e la forte espansione degli investimenti) hanno indotto la Bundesbank (la banca centrale tedesca) ad adottare una politica monetaria restrittiva.

Il contesto internazionale in definitiva ha prodotto un livellamento dei tassi di interesse verso il tasso del “paese leader” di volta in volta più alto. Il grafico seguente evidenzia la correlazione positiva che i tassi di interesse in Italia hanno presentato con quelli dei “paesi guida”; fino al 1989 con gli USA, ed in seguito con la Germania:

 

Fonte grafico: http://www.mosaicfinance.net/2013/01/tassi-e-spread-italia-germania/

In alto nel grafico sopra sono visibili i tassi di interesse USA sui titoli di stato decennali, mentre sotto sono visibili i tassi dei titoli decennali dell’Italia (linea verde) e della Germania (linea rossa).

In conclusione, il venir meno nel luglio del 1981 dell’obbligo da parte della Banca Centrale di sottoscrizione dei titoli non assorbiti dal mercato, da un lato non ha determinato l’immediata interruzione degli interventi della stessa sul mercato primario, e dall’altro non è stata la causa principale dell’alto costo del denaroIl divorzio sembra dunque aver giocato un ruolo limitato nell’ambito della determinazione dei tassi di interesse. La politica monetaria restrittiva, applicata dalla Banca d’Italia durante gli anni ‘80, sarebbe comunque avvenuta, a causa delle politiche internazionali ugualmente restrittive (USA), per il rispetto degli accordi di cambio e per la necessaria riduzione del gap inflazionistico tra l’Italia e gli altri Paesi dello SME.

Il sistema monetario europeo, detto anche SME, entrato in vigore il 13 marzo 1979 e sottoscritto dai paesi membri dell’allora Comunità Europea (ad eccezione della Gran Bretagna, entrata nel 1990), costituì un accordo per il mantenimento di una parità di cambio prefissata (stabilita dagli Accordi di Cambio Europei), che poteva oscillare entro una fluttuazione del ±2,25% (del ±6% per Italia, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo), avendo a riferimento una unità di conto comune (l’ECU), determinata in rapporto al valore medio dei cambi del paniere delle divise dei paesi aderenti. Nel caso di eccessiva rivalutazione o svalutazione di una moneta rispetto a quelle del paniere, il governo nazionale doveva adottare le necessarie politiche monetarie che ristabilissero l’equilibrio di cambio entro la banda prefissata.

Aderendo allo SME l’Italia si impegnò a mantenere il tasso di cambio nominale entro i parametri di oscillazione stabiliti, mentre quello reale, legato all’inflazione, rimaneva profondamente squilibrato.

Ovvero, in un sistema a cambi fissi, i paesi a più alta inflazione vedranno aumentare il tasso di cambio reale (dato dal rapporto tra il tasso di cambio nominale e l’inflazione) della propria valuta rispetto alla valuta del paese a più bassa inflazione, con conseguente perdita di competitività dei propri beni (praticamente questo significa che con un valore della moneta che non cambia, la maggiore inflazione rende i prezzi per i residenti all’estero più alti).

Fissando il tasso di cambio, si rinuncia a uno strumento efficace nella correzione degli squilibri commerciali e nel controllo del livello di produzione aggregata. In un sistema di cambi fissi, se un Paese ha, per qualsiasi motivo, una tendenza al deficit estero (cosa che avviene facilmente se il cambio non si deprezza come dovrebbe, incrementando così le importazioni e rendendo più difficili le esportazioni), deve difendere il cambio (in quanto una elevata offerta monetaria verso l’estero può determinare un deprezzamento della propria valuta, se essa supera la domanda), e può farlo in due modi: o vendendo le sue riserve di valuta estera (cioè usandole per acquistare la propria moneta, difendendone il valore), o alzando il tasso d’interesse, perché questo invoglia gli investitori esteri a domandare valuta nazionale per comprare titoli di stato che offrono un buon rendimento.

Pertanto ancorandosi a un dato tasso di cambio fisso (o semifisso come in questo caso), si rinuncia anche al controllo del tasso di interesse interno.

Inoltre, il Paese deve seguire l’andamento del tasso di interesse estero (dal quale dipende il valore della valuta estera alla quale è ancorato), correndo il rischio di effetti indesiderati sulla propria attività economica.

In un sistema di tassi di cambio fissi come lo SME (ignoriamo qui per semplicità il grado di flessibilità concesso dalle bande di oscillazione), nessun paese può cambiare il suo tasso di interesse se anche gli altri paesi non fanno altrettanto.

Come cambiano allora in pratica i tassi di interesse? Vi sono due possibili tipi di accordo implicito. Uno prevede che i paesi membricoordinino tutte le variazioni dei tassi di interesse. Un altro prevede, invece, che un paese prenda l’iniziativa (“paese leader”) e gli altri lo seguano a ruota. Questo è proprio quello che è successo nello SME, nel quale è la Germania che ha assunto il ruolo di guida.

Nel corso degli anni Ottanta, gran parte delle banche centrali europee condivideva gli stessi obiettivi ed approvava il fatto che la Bundesbank (la banca centrale tedesca) prendesse l’iniziativa. Ma nel 1990, l’unificazione tedesca ha portato con sé una forte divergenza di obiettivi tra la Bundesbank e le banche centrali degli altri paesi membri. Ricordiamo quali fossero gli effetti di ordine macroeconomico dell’unificazione: la necessità di ingenti trasferimenti alla Germania orientale e la forte espansione degli investimenti hanno portato entrambe a un significativo aumento della domanda nel paese.

Il timore della Bundesbank di un aumento eccessivo dell’attività economica l’ha indotta ad adottare una politica monetaria restrittiva. Il risultato è stato una forte crescita in Germania accompagnata da un brusco aumento dei tassi di interesse. Questo poteva anche essere il giusto mix di politica economica per la Germania. Ma per gli altri paesi, gli effetti dell’unificazione tedesca non erano convenienti. Gli altri stati, infatti, pur non avendo registrato lo stesso aumento della domanda, hanno comunque dovuto adeguare i loro tassi di interesse a quelli tedeschi per rimanere nello SME.

L’aumento dei tassi d’interesse dovuto all’introduzione con lo SME dei tassi di cambio fissi, si tradusse rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica italiana, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito.

Difendere il cambio favorendo, tramite alti tassi d’interesse, l’afflusso di capitali, cioè l’indebitamento estero, rese fragile il Paese e alla fine lo mandò in pezzi.

Nel 1992, un numero crescente di nazioni doveva scegliere se difendere la parità, oppure uscire dallo SME e ridurre i tassi di interesse interni. Preoccupati del rischio di svalutazioni, i mercati finanziari hanno iniziato a chiedere tassi di interesse maggiori nei paesi dove la svalutazione era ritenuta più probabile. Ne risultò una grave crisi valutaria nell’autunno del 1992  che portò due paesi, l’Italia e il Regno Unito, all’uscita dallo SME.

Tassi Usa Italia Germania

Fonte: http://www.mulino.it/aulaweb/risorse/12798/stud/box_cap18.htm

Lo sganciamento dallo SME frenò la dinamica dei tassi, che a partire dal 1992 cominciarono a scendere:

 La lira esce dallo Sme 1992

La minore spesa per interessi favorì il rientro del debito pubblico, che dai 120 punti del 1994 arrivò ai 103 nel 2003:

La lira fuori dallo Sme, 1992

Fonte dati: http://www.blia.it/debitopubblico/index.php/

La causa degli alti tassi di interesse in Italia durante gli anni ’80 è da ricercare, quindi, nell’assenza di una delle caratteristiche che qualificano una moneta sovrana secondo la ME-MMT, che di seguito ricordiamo:

 

  •  La moneta è priva di valore intrinseco, quindi non è convertibile (lo Stato non promette di convertirla in oro).
  •  Lo Stato è il monopolista della moneta (l’unica entità che ha il potere di emetterla legalmente).
  • Un tasso di cambio fluttuante (la valuta viene scambiata con altre monete a un tasso stabilito dal mercato come incontro di domanda-offerta); la moneta non è convertibile con altre ad un rapporto fisso.

 

Durante gli anni ‘80 quale condizione non è stata soddisfatta? 

 


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Comments

  1. Ma allora scusate, come mai proprio dal 1981 il debito pubblica schizza in alto?
    E se la 1981 aumenta il deficit non sarà proprio a causa dell’aumento dei tassi di interesse?
    Inoltre se con l’uscita dallo SME il rapporto Debito/pil diminuisce (per poi tornare ad aumentare) non sarà proprio a causa dell’aumento del PIL grazie al recupero della sovranità monetaria più che a causa di una diminuzione degli interessi sul debito?

    1. Guardi i grafici (clicchi per ingrandire). Quando gli Usa aumentano i propri tassi di interesse l’Italia è costretta, a causa dello Sme, ad aumentare i tassi di interesse per evitare che la lira si svaluta. La Banca d’Italia continua ad acquistare titoli fino al limite della forbice dello Sme.

      1. a magior ragione questo dimostra che senza la sovranità monetaria si muore.
        E’ stato proprio il divorzio che ha fatto dilatare il debito e lo confermate nella risposta quando dite ” Quando gli Usa aumentano i propri tassi di interesse l’Italia è costretta, a causa dello Sme, ad aumentare i tassi di interesse per evitare che la lira si svaluta. La Banca d’Italia continua ad acquistare titoli fino al limite della forbice dello Sme.

  2. Scusate, ma vi ricordo che dal 1981 i tassi nominali calarono.
    Fu il repentino calo dell’inflazione a portare in terreno positivo i tassi reali sui titoli.
    E l’inflazione calo’ a causa della spesa primaria ferma per il mantenimento dei parametri SME,unitamente alla limitazione della scala mobile,a partite dall’83 fino alla definitiva morte della stessa nel 92, mentre il pil cresceva.
    Quindi l’aumento di spesa x interessi non fu causato dalla rincorsa dei tassi del paese core, ma dal fatto che la spesa fu limitata, come il potere d’acquisto dei salari, facendo precipitare l’inflazione, causando lo scivolamento dei tassi di interesse sui titoli, in terreno positivo.

    1. Cavedon ha scritto un articolo sull’inflazione pochi giorni fa. Ad ogni modo se l’inflazione scende e i tassi di interesse non fanno altrettanto, questo è provocato dal mancato controllo degli stessi da parte dello Stato. Altrimenti negli anni ’70 avremmo dovuto avere dei tassi di interesse al 25%, e non era così.

    2. L’inflazione cominciò la sua discesa già dopo il 1981, quindi prima della limitazione della scala mobile (che avvenne la prima nel 1984) e fu un fenomeno che in quegli anni si verificò per tutte le economie più avanzate, a causa dei due picchi di aumento del costo del greggio a metà anni 70 e nel 1979. Non a caso dopo i picchi l’inflazione cominciò a scendere in entrambi i casi. I tassi nominali negli anni 80 rispetto gli anni 70 aumentarono e all’inizio della decade raggiunsero anche le due cifre. La spesa primaria non venne limitata e a metà degli anni 80 aumentò a seguito di un calo della tassazione. Comunque anche la spesa per interessi la maggior parte finiva nelle mani della popolazione italiana, che negli anni 80 deteneva il 50% del debito pubblico.

      1. Concordo sulla dinamica della discesa post shock petrolifero, dissento su entità spesa primaria. Essa rimase praticamente stabile, in rapporto al pil, mentre la contingenza economica avrebbe richiesto una sua espansione.
        Ricordo inoltre che gli interessi corrisposti in capo ai titoli di stato, hanno rappresentato tesaurizzazione, come dimostra il dato riguardante il risparmio delle famiglie italiane : il primo al mondo nel periodo analizzato.
        Ergo, tale liquidità nn entrò nel circuito economico.

        1. Sì certo. Infatti la disoccupazione continuò ad aumentare. Tuttavia i risparmi vengono spesi (anche se ovviamente con una velocità minore rispetto agli acquisti ordinari) per l’acquisto dei beni a più elevato valore, quali automobili e abitazioni.

  3. Quello che volevo sottolineare e’ che la spesa per interessi nn esplose a causa della ricorsa ai tassi USA o Germania, ma grazie al fatto che diminuì l’inflazione, cosa voluta e pianificata, contro tutti i dettami della mmt. Chiaro che i tassi nn erano controllati dal tesoro, e nemmeno l’inflazione, ma i tassi di Germania e USA a mio parere non c’entrano nulla.

    1. Provi a tenere i tassi più bassi di quelli di due Stati guida e contemporaneamente tenere il cambio fisso o semifisso. Che succede? Bene.

      1. Succede quello che è successo comunque. Nel 92, boom.
        Quindi, problema e’ stato SME ,che attraverso parametri che impedivano spesa per i cittadini, ha causato calo repentino inflazione. Ergo, tassi reali in zona positiva.
        Quindi, se fuori da SME e banca centrale sotto controllo del tesoro, di quello che facevano i tassi USA e Germania ce ne sbattevamo il belino.

          1. Lo so, ma si evince solo dall’ultima domanda, e viene lasciato solo all’intuito di lettori ben informati.
            Prevedendo una funzione divulgativa, andava sottolineato almeno quanto l’enfasi data alla rincorsa dei titoli USA / Germania.
            Tutto qua.

    2. I tassi di interesse nominale sono quelli che determinano la spesa pubblica al fine di pagarli, non quelli reali, che sono un dato ricavato per astrazione considerando l’inflazione, quindi l’andamento del reale valore del denaro.

      1. Mi permetta, se il suo stipendio si rivaluta più del tasso del suo mutuo, nn le pare che alla fine il mutuo le costerà meno ?

  4. Mi ha detto l’economista Nino Galloni che in realtà dopo il 1982 Bankitalia non ha più aiutato il Tesoro, e che con la banda larga dello SME e interventi mirati alle aste dei titoli avremmo avuto un debito inferiore al 70% del PIL.
    Sarebbe curioso capire la fonte dei dati della tabella che riporta il contrario, visto che Nino Galloni lavorava nel ministero del lavoro a diretto contatto con Andreatta, ecc. Quindi impossibile che non sappia queste cose…

    1. La fonte della tabella è riportata proprio di fianco. Nino Galloni probabilmente parla in generale del sostegso sempre minore dato da Banca Italia allo stato tramite lo strumento dell’acquisto dei titoli di stato in asta primaria, cosa che è vera e confermata dal grafico sopra.

      1. Grazie per la risposta. Comunque secondo me non è un’elaborazione corretta, Galloni mi ha detto che dopo l’82 la Banca d’Italia non ha più aiutato il tesoro, non che ha progressivamente abbassato gli interventi.
        È ripeto, lui è una fonte praticamente certa visto che in quegli anni lavorava nella pubblica amministrazione e studiava proprio queste cose.
        Poi che la BI anche sotto divorzio avesse potuto intervenire è vero.

        La fonte comunque è generica “elaborazione su dati BI”..
        Sul sito della BI non si trovano i dati di quegli anni

        1. La fonte non è generica ma fa riferimento ad una ricerca scientifica finanziata da MPS. Tutti i lavori accademici fanno riferimento ad elaborazioni su dati ufficiali e ad altre ricerche scientifiche. Se dispone di dati diversi, la invito a portarli in questa sede. Ad ogni modo, ricordo che oltre al canale di finanziamenti tramite l’acquisto di titoli da parte di BI c’era anche quello dello scoperto sul Conto di Tesoreria (nell’articolo ci sono tutti i riferimenti anche legislativi).

  5. Concordo pienamente su quanto detto da Tucanetto riguardo al riferimento sul Prof. Galloni. Le cause del declino italiano, oltre che risiedere sul principio d’indipendenza della Banca d’Italia dal Tesoro (discrezionalità via via sempre meno esercitata dalla Banca Centrale a sostegno del rifinanziamento del fabbisogno pubblico), si incardinano sulla possibilità di oscillazione del cambio in una banda prefissata riferita allo SME prima (da cui alla fine l’Italia uscì) ed alla moneta unica poi, rispetto alla quale l’oscillazione è stata di fatto abolita (cambio rigido). In questo scenario, la stretta monetaria ha imposto tassi d’interesse più alti al fine di convertire i titoli in denaro fresco, facendo esplodere il debito pubblico, l’inflazione è progressivamente scesa, fino a diventare per il nostro Paese deflazione, e non se ne vede ad oggi via d’uscita credibile. Oggi però agitare lo spettro del debito pubblico è opera a mio avviso ideologica ed errata in quanto l’attuale disagio di cui soffre tutta l’Eurozona (escluso l'”Impero Teutonico”, almeno fino ad ora..) risiede nel debito estero accumulato dal Sud Europa a causa di politiche salariali al ribasso della Germania (vedi riforme Hartz). Come diceva l’economista Meade nel lontano 1957 (anno dei Trattati di Roma), la flessibilità del cambio è l’unica difesa che l’Europa possa adottare, in prospettiva moneta unica, rispetto alle politiche deflazionistiche della Germania. Diciamo, in conclusione che, il divorzio prima e lo Sme poi, sono state una sorta di “prova tecnica di trasmissione” prima dell’approdo all’euro, via deregulation dei mercati finanziari internazionali, portate avanti dalla Tatcher in Europa e da Reagan negli States, nei primi anni Ottanta. E’ certo vero che prima del divorzio avevamo un’inflazione a due cifre ma attraverso il riallineamento del cambio si realizzava una sorta di compensazione; ora invece il problema è la deflazione, cioè che crollino i prezzi (la deflazione è un male grave quanto l’inflazione), che le aziende chiudino; quindi crollo della produzione, minor gettito, maggiore disoccupazione e aumento del rapporto debito/Pil. Tutto questo in un’architettura monetaria a cambio rigorosamente rigido, e con un surplus estero tedesco di 300 miliardi di euro. Il problema è molto serio e, molto sommessamente, non intravedendo vie d’uscita credibili, pavento una disintegrazione dell’Eurozona nel lungo periodo, non contenendo la stessa, peraltro, i requisiti di Area Valutaria Ottimale (Mundell, 1961). Chiedo scusa ai lettori per la prolissità delle mie riflessioni.

    1. Solo una piccola precisazione di carattere cronologico: Lo SME prima ed il divorzio dopo sono state una sorta di “prova tecnica di trasmissione” ;-)

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