Secondo post dedicato all’analisi storica e politica del mercato del lavoro in Italia (qui la Parte 1). Cercheremo di capire come su di esso abbiano influito i vari shock di politica economica occorsi a partire dall’inizio degli anni ottanta: dal divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia all’indomani dell’entrata italiana nello Sistema Monetario Europeo (SME), alle politiche fiscali intraprese dai governi che si sono succeduti, fino alla lunga fase di crescente liberalizzazione del mercato del lavoro.

Riassunto della puntata precedente

La parte nuova inizia sotto, dopo la lista numerata di riepilogo per chi avesse già letto la prima parte.

Dunque, abbiamo visto che:

1) Il mercato del lavoro è un costrutto sociale, che, in quanto tale, incorpora delle relazioni di potere. Queste relazioni di potere, ovviamente, non sono date e immutabili, bensì esprimono e riflettono il risultato di una “lotta” fra attori economici portatori di interessi diversi. Per dirla con Marx, da una parte abbiamo coloro che vendono la propria forza lavoro (i lavoratori); dall’altra, coloro che acquistano questa forza lavoro (che possiamo chiamare in via generale capitalisti).

2) Il modello mainstream (di stampo neo-classico), pur sottolineando e analizzando il peso della presenza di sindacati e di imprese dotate di gradi diversi di potere di mercato nel processo di contrattazione salariale, conclude che, in realtà, il conflitto salariale è dannoso per i lavoratori stessi. Dal momento che maggiori rivendicazioni salariali innescano una spirale al rialzo fra salari e prezzi imposti dalle imprese che determina in ultima battuta un aumento della disoccupazione. Dunque è nell’interesse dei lavoratori contenere le proprie rivendicazioni.

3) Questo tipo di visione appare da un punto di vista teorico assai scricchiolante soprattutto perché tende a risolvere lo scontro che avviene  sul mercato del lavoro in un adeguamento che viene imposto da parte delle imprese ai lavoratori in modo quasi unilaterale, quando invece è molto più presumibile che un conflitto di questo tipo spesso tenda a stabilizzarsi in una situazione intermedia, in cui le imprese magari riducono in parte il loro margine di profitto e i lavoratori aumentano la propria quota salari proporzionale. Detto altrimenti, il risultato finale di questa “lotta” lavoratore-capitalista dipende molto più verosimilmente dal contesto politico-istituzionale in cui avviene lo scontro. Un contesto in cui le leggi proteggono molto i lavoratori e nel quale i sindacati sono molto agguerriti e inflessibili potrebbe costringere le imprese a cedere il passo.

4) Poi, abbiamo visto che quando si parla di salari dei lavoratori dobbiamo tenere a mente una distinzione fondamentale: quella fra salario nominale (o monetario) e salario reale. Il salario monetario è quello che viene a determinarsi sul mercato del lavoro e corrisponde all’ammontare di denaro che un lavoratore riceve dal proprio datore di lavoro nel corso di un certo arco di tempo (noi utilizzeremo come arco temporale un anno). Solitamente il salario nominale percepito dal lavoratore è il risultato di accordi sindacali fra imprese e lavoratori.

Mentre il salario nominale rappresenta semplicemente la quantità di denaro ricevuta per il proprio lavoro, il salario reale è definito in relazione alla quantità di beni e servizi che si possono acquistare in un determinato periodo con quel determinato salario monetario.

Se per esempio nel corso di un anno il salario nominale di un lavoratore cresce di 10 e il livello generale dei prezzi al consumo cresce di 9, allora il suo salario reale risulterà cresciuto di 1, dal momento che all’incremento monetario corrisponderà la possibilità di acquistare maggiori beni e servizi rispetto a prima.

5) Infine abbiamo calcolato l’andamento dei salari reali italiani (ho spiegato nella prima parte come li ho calcolati), osservando che essi sono sostanzialmente fermi da un ventennio:

SECONDA PARTE

Salario reale e inflazione

Ci viene continuamente ripetuto che l’inflazione è il peggiore di tutti i mali, la più iniqua delle tasse, il fenomeno monetario che danneggia il lavoratore più di ogni altra cosa. L’argomentazione più utilizzata è questa: se un lavoratore guadagna per esempio 10 e l’inflazione (la misura della variazione dell’Indice dei prezzi al consumo) aumenta di 10 allora il suo salario reale e il suo potere d’acquisto restano immutati; se l’inflazione aumenta di 15 peggio ancora, il suo salario reale risulterà diminuito di 5. Dunque, questa è la logica conseguenza, bisogna a tutti i costi fermare questo male che si chiama inflazione e concentrare tutte le energie per il contenimento e la stabilità dei prezzi, che sono la sola cosa in grado di tutelare i lavoratori e i loro salari.

Indubbiamente, si tratta di un tipo di argomentazione che ha avuto e tutt’oggi ha un notevole appeal e che probabilmente persuade anche molti di voi che stanno leggendo queste righe: se il livello dei prezzi sale troppo allora il tuo salario e i tuoi soldi varranno meno, ergo dobbiamo evitare per il bene di tutti che i prezzi salgano troppo.

L’inflazione in Italia

Quindi, se quanto detto in precedenza risulta vero, dovremmo aspettarci che nel momento in cui i prezzi salgono molto e soprattutto quando lo fanno in modo improvviso e repentino i salari verranno “sopravanzati” dall’inflazione: il livello dei prezzi sale a livelli tali da superare qualsiasi aumento salariale, facendo così diminuire il potere d’acquisto dei lavoratori.

Questo dovrebbe raccontare la realtà per rendere ameno verosimile l’ipotesi iniziale. In economia, così come in generale nella vita, capirete che ogni ipotesi per essere quantomeno fondata ha bisogno di un riscontro empirico, deve effettivamente funzionare alla prova dei fatti. Se dati e teoria non stanno insieme quasi sicuramente significa che c’è qualcosa che non va dalla parte teorica, dal momento che i dati (senza pretesa di divinizzarli) sono numeri e su quelli poi bisogna ragionare. Detto altrimenti: una buona teoria economica, che ha la pretesa di spiegare il funzionamento della realtà, deve in qualche modo rispondere, essere uniforme alla realtà stessa. Se si costruiscono modelli teorici che si basano su un mondo che non esiste è ridicolo poi lamentarsi per il fatto che il mondo reale non sia quello che noi pretendevamo fosse, o peggio ancora accusare il mondo di non uniformarsi al modello teorico costruito.

Vediamo quindi come si è evoluta l’inflazione in Italia (grafico in basso) negli ultimi cinquant’anni:

Come potete ben vedere ci sono stati due grandi picchi d’inflazione nella storia della nostra Repubblica. Il primo nel 1974, l’anno del primo shock petrolifero iniziato nell’ottobre 1973, nel corso del quale il prezzo del petrolio aumentò di circa 4 volte e l’inflazione toccò il 19,4%. Il secondo picco fu invece quello del 1980, quando una nuova ascesa del prezzo del petrolio colpì le economie occidentali: stavolta l’inflazione segnò un picco del 21,28%. Il 1974, inoltre, segna l’avvio degli anni dell’inflazione a due cifre (che tanto spaventava e ancora spaventa tutti quanti), che andarono dal 1973 (10,74%) al 1985 (10,85%). Non va dimenticato però che si trattò di una serie di eventi di natura esterna tanto imponenti quanto inaspettati. In basso potete vedere l’andamento del prezzo del petrolio (in dollari) dal 1961 al 1990 per farvi un’idea della portata del fenomeno:

Si vede bene che nel 1974 il prezzo del petrolio quasi quadruplicò a prezzi correnti e più che triplicò a prezzi costanti, attestandosi su quei valori fino al 1978. L’anno seguente (1979) i prezzi salirono ancora, raddoppiando sia in termini correnti che costanti. E bisognerà aspettare il 1986 per vedere tornare i prezzi a livelli inferiori rispetto al 1974. Inoltre, a riprova del fatto che si trattò di un evento di portata più mondiale che nazionale, basta osservare l’andamento del tasso d’inflazione delle altre nazioni occidentali in quegli stessi anni.

 

Come potete notare l’Italia era in buona compagnia e c’era anche chi faceva “peggio” di noi: Giappone e Regno Unito per esempio ebbero picchi d’inflazione addirittura superiori al nostro nel corso degli anni settanta e un aumento del livello dei prezzi interni si manifestò anche in Francia e Stati Uniti e in misura minore persino nell’allora Germania dell’Ovest. Il secondo shock degli anni ottanta colpì nuovamente tutti quanti, sia pure in maniera diversa. In ogni caso, l’inflazione in doppia cifra fu registrata nel 1980 non solo in Italia, ma anche nel Regno Unito, in Francia e negli Stati Uniti. E, così come l’inflazione si muoveva verso l’alto in modo piuttosto analogo da paese a paese, lo stesso avvenne in senso contrario, quando a partire dalla seconda metà degli anni ottanta il prezzo del petrolio e i tassi d’inflazione cominciarono a scendere in modo omogeneo praticamente ovunque.

Salari e inflazione

Dell’inflazione abbiamo parlato. A questo punto, ci resta da vedere se davvero essa è nemica dei lavoratori perché un suo aumento eccessivo e improvviso (stile anni settanta-ottanta) diminuisce il valore del loro salario nominale/monetario e quindi fa calare il loro salario reale (che ricordiamo equivale a: salario nominale meno tasso d’inflazione). Per farlo ci servono quindi due variabili:

1) L’andamento dei salari nominali. Per calcolarlo prendiamo il salario nominale unitario (cioè il salario medio di un lavoratore dipendente), che già avevamo visto nella prima parte, e poi calcoliamo il suo andamento temporale. Vediamo cioè di quanto il salario nominale aumenta o diminuisce da un anno all’altro (qui tutti i calcoli). Ricordo che i dati vengono dal solito database della Commissione Europea Ameco.

2) Il tasso d’inflazione, ossia la variazione anno su anno dell’Indice dei prezzi al consumo. Si tratta della linea rossa che abbiamo visto prima, che non fa altro che riflettere la variazione annuale del livello generale dei prezzi al consumo. Per questo dato ho utilizzato il database del Fondo Monetario Internazionale, International Financial Statistics.

Prima di vedere questi due dati ricordiamo che se la linea dei salari sta al di sopra di quella dell’inflazione allora significa che i salari reali stanno crescendo. Viceversa se la linea rossa sovrasta quella blu dei salari significa che i lavoratori vedono diminuire il loro salario reale.

Ed ecco finalmente i dati:

Beh alla faccia dell’imposta più iniqua. Per tutti gli anni sessanta e settanta, nonostante l’inflazione a due cifre e gli shock petroliferi di cui sopra, i salari dei lavoratori crescevano regolarmente e  superavano ampiamente l’incremento dei prezzi. Come si può ben vedere dal grafico in basso, i lavoratori vedevano aumentare anno dopo anno il loro salario reale e con questo il loro potere d’acquisto e il loro benessere generale.

Poi, negli anni ottanta succede qualcosa, lo vedete bene. La linea blu e quella rossa quasi si sovrappongono e poi, sostanzialmente a partire dalla fine della prima metà anni novanta, la linea blu finisce spesso al di sotto di quella rossa, anche se l’inflazione tocca i suoi minimi storici. Significa che il salario reale dei lavoratori diminuisce e così avviene anche per il loro potere d’acquisto.

Ecco quindi che a chi racconta la storia dell’inflazione brutta, cattiva, iniqua e nemica dell’operaio bisognerebbe quantomeno rispondere così: “Aspetta un attimo amico. Un momento. Nemica sì, ma solo se i salari non crescono o meglio se crescono in misura minore, se crescono di più rispetto a quanto cresce il livello dei prezzi allora il potere d’acquisto aumenta e non il contrario.“

Direi che per la seconda parte è abbastanza. A presto per la prossima parte, per parlare di cosa è accaduto proprio a partire dall’inizio degli anni ottanta, quelli della lotta all’inflazione.

 

 

Comments

  1. Buona sera, ho letto il suo articolo e avrei qualcosa da dire, specie riguardo all’affermazione che segue:
    “In economia, così come in generale nella vita, capirete che ogni ipotesi per essere quantomeno fondata ha bisogno di un riscontro empirico, deve effettivamente funzionare alla prova dei fatti. Se dati e teoria non stanno insieme quasi sicuramente significa che c’è qualcosa che non va dalla parte teorica, dal momento che i dati (senza pretesa di divinizzarli) sono numeri e su quelli poi bisogna ragionare. Detto altrimenti: una buona teoria economica, che ha la pretesa di spiegare il funzionamento della realtà, deve in qualche modo rispondere, essere uniforme alla realtà stessa.”

    Bene la sua analisi dei fenomeni inflazionistici rispetto agli shock petroliferi (nel corso di quegli anni) è stata ampiamente smentita dalle rilevazioni empiriche (per lo meno per l’economia Statunitense), ne è testimonianza il lavoro di Galì, Gertler e Clarida del 2000 “Monetary Policy Rules and Macroeconomic Evidence and some Theory” http://www.nyu.edu/econ/user/gertlerm/qje00.pdf….. Dove già dall’introduzione si può leggere che : “For example, while jumps in the price of oil might help explain transitory periods of sharp increases in the general price level, it is not clear how they alone could explain persistent high inflation in the absence of an accommodating monetary policy.” Bene in pratica dalla sua analisi si evince che uno shock d’offerta (come un aumento dei prezzi del petrolio) possa essere la causa di una persistente inflazione negli anni a divenire. In sostanza sta sostenendo che lo shock d’offerta sarebbe il driver delle fluttuazioni del ciclo economico, che è lo stesso errore commesso, magari in maniera più elegante, dai teorici del Ciclo Reale, peraltro teoria ampiamente smentita de Blanchard e Quah su un terreno empirico internazionalmente riconosciuto. Detto ciò una bassa inflazione di per se non implica la crescita dei salari reali ( i quali sono determinati da altri fattori), il punto (per lo meno nel mondo Neo-Keynesiano) è che aspettative inflazionstiche al rialzo (quindi non ancorate agli obiettivi della BC) accrescono la varianza dell’inflazione (non il valore medio, bensì la varianza!!!) che di per se è un danno per l’economia, in quanto costo sociale che va inevitabilmente a danno dei lavoratori. Inoltre il paper di cui sopra è stato testato su un terreno empirico fornendo risposte alle domande prese in analisi, non è certo una semplice simulazione DSGE senza la benchè minima riprova empirica.
    Detto ciò è ovvio che tenuta bassa l’inflazione non tutti i problemi dell’economia sono risolti (ne abbiamo la riprova oggi, dove semmai avremmo bisogno di più inflazione piuttosto che di una deflazione killer), ma il nesso causale tra riduzione dei salari reali e bassa inflazione è debole se non latente specie se non corredato da un’analisi di “Granger casualità”, in sostanza sta facendo delle affermazioni precise sulla base di non si sa cosa.
    A mio avviso il problema principale in Italia è uno, cioè che la quota di profitti è incessantemente ingrassata rispetto a quella dei salari da lavoro, una redistribuzione (se così si può chiamare) malevola e socialmente dannosa. Dubito che siano state le dinamiche inflazionistiche a guidare questo fenomeno nel tempo, piuttosto guarderei con colpevolezza alla sbadataggine dei sindacati e della nostra classe politica….

    1. Il suo articolo riporta un modello puramento teorico. Si suppone che l’aumento dell’inflazione sia causato anche da politiche monetarie accomodanti ma data la coincidenza degli eventi, non si può avere la riprova certa.
      Va poi considerato che sia nei paesi più sviluppati che in quelli in via di sviluppo, il tasso reale di interesse applicato con le politiche monetarie delle Bance Centrali pre 1974 (primo shock da offerta, non 1979) era positivo, quindi le condizioni erano tutt’altro che accomodanti.
      Il tasso di interesse reale USA dopo il 1985 ha mostrato un andamento mediamente sempre decrescente. Nonostante ciò oggi gli USA hanno una inflazione molto bassa.

      1. Forse non è chiaro il significato di una politica monetaria accomodante (cioè se si vuole abbassare il tasso di interesse reale , il tasso nominale deve salire più dell’inflazione stessa sennò stai accomodando l’inflazione, visto che non riesci a contenerla). Ma vabbè, se il paper di cui sopra fa riferimento ad un mondo puramente teorico, l’articolo che stiamo commentando non ha il benchè minimo fondamento, ne teorico ne tantomeno empirico, potrei controbattere che l’Italia negli anni 60′ era (come definiamo oggi altri paesi) un paese in via di sviluppo, è normale che i salari nominali (e quindi tramite quel canale quelli reali) crescessero ad un tasso di crescita maggiore rispetto ad oggi….Se uno vuole provare quello che dice deve fare un’analisi statistica o al più un modello econometrico in base confirmatoria (se si dispone dei dati), non puoi prendere 3 serie storiche, descriverne l’andamento e specularci sopra, perché così non stai provando nulla di quello che dici…In sostanza voglio vedere se fai un modello econometrico : 1 quanta “non crescita” dei salari reali sia spiegata dalla stabilizzazione dell’inflazione (chiaramente rispetto ad altri fattori); 2 Se lo shock petrolifero ha determinato la persistenza inflazionistica (come affermato nell’articolo, ma insomma è stato già di mostrato non essere così)…Sennò è fuffa…

    2. Caro Fabio, ti sfugge che l’articolo in oggetto fornisce un’osservazione fenomenologica inattaccabile, e cioè che il rapporto inflazione-calo salari non è per sé sostenibile. Il resto sono fuffe di papers che eternamente sono smentiti da altri papers fino alla noia di chi vive nel mondo reale. Quindi scenda dal pero e guardi la realtà. PB

      1. Gentile Paolo Barnard, la ringrazio per la risposta. In ogni caso da nessuna parte nel cosmo si fanno analisi con le serie storiche in questo modo, quando si dice una cosa, la si deve dimostrare e commentare l’andamento di alcune serie storiche non significa fare analisi economica, in quanto non vi è alcun fondamento né statistico, né tanto meno matematico, sono solo congetture (per quanto poi possano anche essere giuste, credo io, in concomitanza con altri fattori). Poi non vi lamentate se nel mondo accademico non vi prendono in considerazione. Il paper che ho citato non è mai stato smentito da nessuno, anzi ha segnato la fine dei torici del Ciclo Reale. Poi se lei ha ragione a prescindere perché è convinto di farsi portatore del reale funzionamento della scienza economica buona fortuna, perché secondo me la strada è ancora molto ma molto lunga…Le cose che osserviamo sono sempre inattaccabili in quanto eventi verificati, stabilirne le cause è un’altra cosa che è comunque ben diverso dal commentare l’andamento di 4 linee su un piano cartesiano, arrivederci….

        1. Gentile Fabio.
          Le serie storiche forniscono dati reali e fatti inoppugnabili. I papers come quelli da lei citati propongono invece modelli teorici questi sì fondati su idee e congetture e puntualmente smentiti dai fatti, come ho già dimostrato nel mio precedente post nel suo caso.
          Quanto alla difesa dei modelli economici neoclassici mainstream propugnati dalla maggioranza del mondo accademico e della cui applicazione abbiamo quotidianalmente sotto gli occhi i risultati, lascio a lei la scelta.

          1. Io non so se vi rendete conto che le cose che dite le dovete provare. Per ottenere risultati da un’analisi multivariata (perchè quella “dovrebbe” essere un’analisi multivariata) c’è bisogno di un modello econometrico. Cioè prendi le serie storiche, formuli una teoria e vedi quello che succede shockando la variabile di interesse. Sennò parli di niente. Voi non avete la benchè minima conoscenza econometrica e queste analisi alla “Economics botique” lo dimostrano in pieno. I modelli teorici sono i DSGE, per stimare una regola di policy serve un VAR (con il quale si può verificare un DSGE), che è un modello EMPIRICO ( e sopratttto è ben diverso da un DSGE, la critica di Sims vi dice quacosa? Temo di no, chiedete a Mosler). La vostra analisi è tutto tranne che empirica, senza contare che le vostre “congetture” (perché quello sono) prendono un grande abbaglio sulla persistenza inflazionistica, se siete in grado di formulare ipotesi sulla persistenza dell’inflazione, fatelo pure! Descrivere 4 linee che fanno su e giù è tutto tranne una “rilevazione empirica”……

          2. Le serie storiche sono state fornite da della Bona con tanto di dovizia di riferimenti alle fonti (autorevoli). Usare le serie storiche per costruire modelli teorici non serve a nulla, in quanto in economia le variabili dipendono dal fattore umano e non sono descrivibili con leggi astratte e assolute come la fisica e la matematica. Nel caso specifico hai solo un metodo per smentire il nostro articolo, ossia, trovare delle fonti più attendibili che confermino una seria storica dei dati reali diversa da quella sopra esposta. Formulare teorie non ti servirà a smentire dei dati reali e conclamati. Buona fortuna…

          3. “Le serie storiche sono state fornite da della Bona con tanto di dovizia di riferimenti alle fonti (autorevoli). Usare le serie storiche per costruire modelli teorici non serve a nulla, in quanto in economia le variabili dipendono dal fattore umano e non sono descrivibili con leggi astratte e assolute come la fisica e la matematica.” Invece azzardare relazioni, nessi causali e quant’altro solo guardando ad un grafico è una prova incontrovertibile che quanto dite è vero. Beh, come dire : te la canti e te la suoni…A me pare che i salari reali calano non per via della bassa inflazione, ma per via di politiche “ad hoc”. Vuoi dirmi che non è vero? Comunque lasciamo dire che da quanto scrivi si vede che non hai la minima idea di come funzioni la modellistica time-series multivariata. Nessuno utilizzandola ha la pretesa di dire :”è così perchè lo dice il modello” (cosa che ti spiegano alla prima lezione, quella introduttiva), ma si può (viceversa) vedere se le predizioni di una teoria sono confermate dai dati (non dice quale teoria è meglio, è impossibile, dice solo vediamo se imponendo le restrizioni”economiche” che quella teoria impone le cose funzionano/erebbero realmente così). Nel caso specifico comunque in questo artico non c’è nulla di incontestabile, anzi.

          4. Sì ma di cosa parliamo? Certo che parliamo delle “politiche ad hoc”, e appunto queste non dipendono dal livello dell’inflazione, come invece il mainstream fa ritenere.

          5. E le politiche “ad hoc” cosa sono se non politiche che mirano alla DEFLAZIONE SALARIALE, ossia rendere + “flessibile” il mercato del lavoro per ridurre il potere contrattuale dei lavoratori?
            Se si rende + facile il licenziamento, i lavoratori dipendenti sentono maggiormente minacciato il proprio posto del lavoro e quindi accetteranno paghe + basse. Questo determina un CALO delle retribuzioni, quindi del costo del lavoro, quindi dei prezzi delle merci. Ecco spiegato come la DEFLAZIONE e il CALO DEI SALARI sono strettamente collegati in quanto CONSEGUENZE della medesima causa.
            Tra l’altro faccio presente che nel 1992 si aboliscono le indicizzazioni salariali al costo della vita ( la famosa “scala mobile” ) e alla fine degli anni ’90 si adotta la Legge Treu ( la “flessibilità” entra a pieno titolo nel mercato del lavoro in Italia ).
            Inoltre va considerato anche l’aggancio valutario col Marco avvenuto nello stesso periodo come preparazione per entrare nell’€uro.
            Lei lo sa che quando non si può più adottare un tasso di cambio flessibile per mantenere competitività si deve rendere flessibile il mercato del lavoro ( o svaluti la moneta o svaluti i salari ), vero?

  2. L’inflazione è usata come spauracchio ormai da vent’anni. E’ diventata come il comunismo. Mettere paura alla gente è la cosa più facile ed efficace. Gli italiani hanno bocciato un referendum per abolire la scala mobile proprio per paura dell’inflazione. Bisogna far passare il messaggio che l’inflazione è un segnale di salute. Quando l’economia va bene, i consumi aumentano, aumentano occupazione e salari, l’inflazione è una sana conseguenza. Noi siamo diventati una potenza industriale con inflazione alta e i più grandi boom economici di molti paesi sono stati accompagnati da inflazione alta. Se poi l’inflazione è provocata da scarsità di materie prime, quello è un altro discorso, e in quei casi nessuno può farci niente, tranne che adattarsi, come sempre ha fatto l’homo sapiens, a sfruttare altre risorse in modo più efficiente. Viceversa, la miseria e il calo del benessere e dell’occupazione, sono sempre accompagnati da inflazione moderata. Il messaggio deve essere questo: “Preferite benessere con inflazione alta o miseria e declino economico con inflazione bassa ?” E’ semplicistico ma comprensibile.

  3. Egregio Signr Barnard sono rimasto sconvolto ed affascinato dal suo programma MEMMT. Noto pero’ con una certa apprensione che non apprezza il Movimento 5 Stelle, che al momento risulta essere l’unica forza politica con un curriculum pulito. Senza entrare in confronti dialogici, Le chiedo: come pensa di entrare nel governo e riuscire a praticare tale programma? Non le sembra questo il momento di mettere insieme le idee migliori, e combattere insieme il comune nemico? Non credo che Grillo sia cosi distante da Lei in termini di onesta’ e tresparenza. Del resto, nel bene o nel male, come ogni cosa, lui e’ riuscito in un’impresa mai tentata da nessuno ed ha portato in parlamento 160 giovani nuovi, onesti, con principi sani. Perche’ non mettete insieme il Suo proggetto e la visibilita’ di Grillo, nella speranza di spazzare via tutti quei delinquenti che entrambe denunciate? Ci sono in giro nella rete ancora tante persone oneste e dedite al bene comune che non vedono l’ora di darsi da fare per innescare una nuova rivoluzione ( Conosce il Magistrato Paolo Ferraro?). La prego, faccia in modo che cio’ che sembra essere ora solo un sogno, si trsformi in realta’………prima che sia troppo tardi.
    Cordialmente Maurizio Proietti

  4. Ma perché cercare per la riduzione dei salari una causa che non sia l’offerta stessa dei lavoratori?
    Dal momento che il nostro paese, come altri paesi europei, è pieno di immigrati che accettano salari minimi e condizioni di lavoro da sfruttamento è logico che i salari scendano. In economia una volta non c’era la legge dell’offerta e della domanda? O ormai siamo diventati troppo intelligenti per vedere le cose facili?
    Non sarà, invece, che l’immigrazione di massa, sia una mossa del capitalismo per riportare il rapporto reddito/profitto a suo favore?
    Specie in un paese come l’Italia, dove la produttività non cresce e dove si investe pochissimo in ricerca e sviluppo, i bassi salari sono stati visti come l’unica salvezza.

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