Ci sono quattro importanti errori nelle argomentazioni contro il disavanzo di spesa, quattro ragioni per cui la loro apparente fondatezza è solo illusoria.

In primo luogo, la tassazione sul reddito che riduce il rendimento dell’ investimento è deducibile per la perdita in cui si incorre qualora l’investimento fallisca. Come risultato, il rendimento netto sul rischio di perdita non è influenzato dall’aliquota di tassazione sul reddito, indipendentemente da quanto alta possa essere.

Considerate un investitore che si trovi nella classe reddituale di 50.000 dollari all’anno e che abbia accumulato 10.000 dollari da investire. Al tasso del 6% guadagnerebbe 600 dollari, ma dopo aver pagato la tassa su questo suo reddito addizionale – pari a 0,60 centesimi per ogni dollaro – gli resterebbero solo 240 dollari. Si sostiene, perciò, che egli non investirebbe perchè tale ammontare non sarebbe un compenso sufficiente a remunerare il rischio di perdere 10.000 dollari.

Questa argomentazione dimentica che se i 10.000 dollari fossero tutti persi, la perdita netta per l’investitore – una volta dedotto lo sgravio d’imposta – sarebbe pari a soli 4.000 dollari e il tasso di rendimento sull’ammontare che egli rischia effettivamente sarebbe ancora esattamente pari al 6%; 240 dollari è infatti il 6% di 4.000 dollari.

L’effetto della tassazione sul reddito è di far sì che l’uomo ricco agisca come una specie di agente che lavora per la società su commissione.

Egli riceve solo una parte del rendimento degli investimenti, ma perde solo una parte del denaro investito. Qualunque investimento valga la pena intraprendere in assenza di tassazione sul reddito, vale la pena che sia intrapreso.

Naturalmente, questa correzione di questo punto di vista è vera esclusivamente nel caso in cui il 100% della perdita sia deducibile dal reddito imponibile e nel caso in cui lo sgravio fiscale avvenga allo stessa aliquota della tassazione sui rendimenti.

C’è un valido caso contrario a certe limitazioni sulla deducibilità delle perdite dal reddito imponibile, ma quella è un’altra storia.

Qualcosa dell’ipotesi rimane anche se la perdita collocasse il contribuente in una fascia di reddito inferiore, dove le deduzioni (e le tasse) avverrebbero in misura di un’aliquota inferiore. Ci sarebbe allora qualche riduzione nel rendimento netto, in confronto alla perdita netta potenziale.

Ma questo varrebbe solo per gli investimenti tanto rilevanti da minacciare di impoverire l’investitore nel caso in cui andassero male.

Le società per azioni furono costituite con il fine esplicito di affrontare questo problema, poichè rendevano possibile a più persone associarsi e intraprendere attività rischiose senza che ognuna di loro dovesse rischiare tutto il proprio patrimonio in un’unica iniziativa.

Ma a parte gli investimenti societari, questo problema sarebbe completamente risolto se l’aliquota massima della tassa fosse raggiunta ad un livello di reddito relativamente basso, diciamo a 25.000 dollari all’anno (basso, cioè, dal punto di vita degli uomini ricchi che sono ritenuti essere fonte di capitale di rischio).

Anche se tutto il reddito in eccesso rispetto a 25.000 dollari fosse tassato al 90%, non ci sarebbe scoraggiamento degli investimenti di qualsiasi livello di reddito al di sopra di questo livello. Vero, il rendimento netto – dopo il pagamento delle tasse – sarebbe pari solo ad 1/10 degli interessi nominali, ma l’ammontare rischiato dagli investitori sarebbe pari solo al 10% del capitale realmente investito e, quindi, il rendimento netto sul capitale effettivamente rischiato dagli investitori non sarebbe influenzato.

In secondo luogo, questo discorso contro il disavanzo di spesa in tempi di depressione non sarebbe difendibile anche se il danno creato dal debito fosse tanto grande come è stato sostenuto.

Deve esser ricordato che la spesa sostenuta dal Governo fa aumentare il reddito nazionale reale (in termini di beni e servizi) di diverse volte rispetto all’ammontare inizialmente speso dal Governo e che l’onere non è misurato dall’ammontare degli interessi (che devono esser pagati), ma solo dai disagi legati al processo di trasferimento di denaro dai contribuenti ai detentori di titoli di Stato.

Pertanto, obiettare contro il disavanzo di spesa è come sostenere che se ti offrissero un lavoro quando sei disoccupato – a condizione che tu prometta di pagare a tua moglie interessi su una parte dello stipendio (o che tua moglie li paghi a te) – sarebbe più saggio restare disoccupato perchè nel tempo dovrai a tua moglie un ingente ammontare di denaro (o lei lo dovrà a te) e questo potrà causare difficoltà economiche in futuro.

Anche se gli interessi fossero realmente persi dalla società, invece che essere meramente trasferiti all’interno della società stessa, avrebbero un valore molto inferiore alla perdita derivante dalla persistenza della disoccupazione. Quella perdita sarebbe diverse volte più grande del capitale sul quale devono esser pagati gli interessi.

In terzo luogo, non c’è una buona ragione per supporre che il Governo dovrebbe sostenere gli interessi sul debito nazionale attraverso le tasse correnti.

Abbiamo visto che la Finanza Funzionale approva la tassazione solo quando l’effetto diretto delle tasse sia nell’interesse pubblico, come quando prevengono la spesa e gli investimenti eccessivi che causerebbero inflazione.

Se le tasse imposte per prevenire l’inflazione non danno luogo ad un gettito sufficiente, gli interessi sul debito possono essere finanziati attraverso l’indebitamento o l’emissione di moneta. Non c’è rischio che da questa si crei inflazione perchè, se ci fosse tale rischio, dovrebbe essere riscosso un ammontare più elevato in tasse.

Questo significa che il debito nazionale in valore assoluto non è per niente importante e che per quanto elevati siano gli interessi che devono essere pagati, questi non costituiscono un onere che grava sulla società nel suo complesso.

Un’esagerazione del tutto fantasiosa può illustrare il punto.

Supponete che il debito nazionale raggiunga l’eccezionale cifra totale di 10.000 miliardi di dollari (cioè 10 trilioni di dollari – 10.000.000.000.000 di dollari) cosicchè gli interessi su tale ammontare siano pari a 300 miliardi all’anno.

Supponete che il reddito nazionale reale (in termini di beni e servizi) che può esser prodotto dal sistema economico di piena occupazione sia pari a 150 miliardi di dollari.

Gli interessi, da soli, arrivano quindi a due volte il reddito nazionale reale.

Non c’è dubbio che un debito di questo ammontare sarebbe definito “irragionevole”.

Ma – persino in questo caso immaginario – il pagamento degli interessi non costituirebbe un onere per la società. Sebbene il reddito reale sia pari a soli 150 miliardi di dollari, il reddito monetario (nominale?) è di 450 miliardi – 150 miliardi di reddito derivante dalla produzione di beni e servizi e 300 miliardi di reddito derivante dal possesso dei titoli di Stato che costituiscono il debito nazionale.

Di questo reddito monetario di 450 miliardi, 300 miliardi devono essere riscossi in tasse dal Governo per il pagamento degli interessi (se 10 trilioni è il limite legale del debito), ma dopo il pagamento di queste tasse rimangono 150 miliardi di dollari nelle mani dei contribuenti, e questi son sufficienti a pagare tutti i beni e i servizi che il sistema economico è in grado di produrre.

Certo, non sarebbe utile che il pubblico avesse una maggiore quantità di moneta dopo il pagamento delle tasse, perchè se spendesse più di 150 miliardi di dollari farebbe solamente aumentare i prezzi dei beni acquistati. Non sarebbe in grado di ottenere una quantità di beni da consumare maggiore di quanto il Paese sia in grado di produrre.

Naturalmente questo esempio non deve essere considerato per concludere che un debito di questa taglia sia molto probabilmente un risultato dell’applicazione di Finanza Funzionale.

Come sarà mostrato in seguito, c’è una tendenza naturale del debito nazionale ad arrestare la sua crescita molto prima che raggiunga valori prossimi alle cifre astronomiche con cui stiamo giocando.

L’assunzione infondata che gli interessi correnti sul debito debbano essere finanziati dalla tassazione salta fuori dall’idea che il debito debba esser mantenuto in un rapporto “ragionevole” o “gestibile” rispetto al reddito (qualunque livello esso possa raggiungere).

Se questa restrizione è accettata, l’indebitamento per pagare gli interessi si deve evitare appena il limite della “ragionevolezza” è raggiunto e se escludiamo ulteriormente – come (fosse) un pensiero indecente – la possibilità di emettere moneta, rimane allora come unica possibilità di finanziare il pagamento degli interessi attraverso la tassazione. Fortunatamente non c’è bisogno di applicare queste limitazioni, a patto che la Finanza Funzionale stia in guardia contro l’inflazione, perchè la paura dell’inflazione è l’unica base razionale su cui si fonda il sospetto verso l’emissione di moneta.

Infine, non c’è ragione di supporre che, come risultato dell’applicazione continua della Finanza Funzionale per mantenere la piena occupazione, il Governo debba indebitarsi ulteriormente causando l’aumento del debito nazionale.

C’è un certo numero di ragioni per questo.

Primo, la piena occupazione può essere mantenuta emettendo la moneta (necessaria a questo) e questo non fa affatto aumentare il debito.

È probabilmente consigliabile – comunque – consentire al debito e alla quantità di moneta in circolazione di aumentare (insieme) in un certo equilbrio, fintanto che l’uno o l’altro ha necessità di aumentare.

Secondo. Poichè uno dei più grandi deterrenti contro gli investimenti privati è il timore che un ciclo economico depressivo sopraggiunga prima che gli investimenti abbiano dato rendimento, la garanzia della piena occupazione permanente renderà gli investimenti privati molto più appetibili una volta che gli investitori abbiano superato i loro sospetti nei confronti del nuovo meccanismo. Investimenti privati maggiori, faranno diminuire il bisogno di disavanzo di spesa (del Governo).

Terzo. Quando il debito nazionale aumenta, e con esso l’ammontare totale di richezza privata, ci sarà un gettito crescente generato dalle tasse su redditi e su patrimoni più elevati, se le aliquote restano immutate.

Queste tasse più elevate non rappresentano riduzioni di spesa da parte dei contribuenti.

Perciò il Governo non deve impiegare il gettito per mantenere il tasso di spesa al livello richiesto e può impegnarlo nel pagamento degli interessi sul debito nazionale.

Quarto. Quando il debito nazionale aumenta, agisce come una forza che tende ad autoequilibrarsi, diminuendo gradualmente il suo bisogno di aumentare ulteriormente e raggiungendo – alla fine – un livello d’equilibrio in corrispondenza del quale la sua tendenza a crescere cessa completamente.

Maggiore è il debito nazionale, maggiore è la quantità di ricchezza privata.

La ragione di questo è semplicemente il fatto che per ogni dollaro di debito che grava sul Governo, c’è un creditore privato che detiene obbligazioni di Stato (può darsi attraverso una società in cui detiene azioni) e che considera queste obbligazioni come una parte della sua ricchezza privata.

Quanto più grande è il livello di ricchezza privata, tanto minore è l’incentivo di aumentarla risparmiando reddito corrente.

Poichè il risparmio corrente è quindi scoraggiato dall’accumulo dei risparmi passati, la spesa di reddito corrente aumenta poichè la spesa è l’unica alternativa al risparmio di reddito.

Questo aumento della spesa privata riduce la necessità per il Governo di per mantenere la spesa totale al livello che garantisce la piena occupazione. Quando il debito del Governo è diventato grande al punto che la spesa privata è sufficiente ad assicurare il livello di spesa totale necessario a raggiungere la piena occupazione, non c’è bisogno di alcun indebitamento da parte del Governo, il bilancio è in pareggio e il debito nazionale cessa di crescere automaticamente.

Il livello del punto d’equilibrio del debito dipende da molte cose. Si può solo provare ad indovinarlo in maniera piuttosto approssimativa.

La mia congettura è che sia un valore compreso tra 100 e 300 miliardi di dollari.

Poichè il livello è un risultato della Finanza Funzionale e non un suo principio, la discrezionalità di tale stima non è importante; non è necessaria per l’applicazione delle leggi di Finanza Funzionale.

Quinto. Se per qualsiasi ragione il Governo non desiderasse vedere aumentare troppo la ricchezza privata (sottoforma di titoli di Stato o altrimenti), potrebbe tenerla sotto controllo tassando i ricchi invece di indebitarsi nei loro confronti, il tutto nell’ambito del programma di finanziamento della spesa governativa finalizzata al mantenimento della piena occupazione.

I ricchi non ridurrebbero la loro spesa in maniera significativa, e allora gli effetti sull’economia – a parte un livello inferiore di debito – sarebbero gli stessi nel caso in cui ci fosse stato indebitamento nei loro confronti.

Attraverso questi strumenti il debito può esser ridotto ad ogni livello si desideri e stabilizzato lì.

Le risposte all’argomentazione contro il disavanzo di spesa possono, quindi, essere riassunte come segue:

Il debito nazionale non deve continuare a crescere infinitamente.

Anche nel caso in cui il debito nazionale cresca, gli interessi su di esso non devono essere ricavati dalle tasse correnti.

Anche nel caso in cui gli interessi sul debito siano ricavati dalle tasse correnti, le tasse finanziano gli interessi maturati solo per una frazione dei benefici goduti grazie alla spesa di Governo, e non sono persi per la nazione ma sono meramente trasferiti dai contribuenti a coloro che detengono i titoli di Stato.

Le tasse sui redditi elevati non scoraggiano gli investimenti perchè opportune deducibilità delle perdite possono diminuire il capitale effettivamente rischiato dagli investitori della stessa proporzione in cui si riduce il rendimento netto degli investimenti.

-Qui la prima parte di Finanza funzionale e debito federale

-Qui la seconda parte di Finanza funzionale e debito federale

FONTE: Functional finance and the federal debt di Abba Lerner
da ABBA P. LERNER
Social Research
Vol. 10, No. 1 (FEBRUARY 1943), pp. 38-51

Traduzione a cura di: Maria Consiglia Di Fonzo

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