Pubblicato la prima volta dalla Tavola Rotonda della New American Foundation: The challenge of Job Creation18 Ott 2009

Secondo un rapporto dell’ILO1 pubblicato prima dello scoppio della crisi economica globale, nonostante molte persone stessero lavorando come non mai, il numero dei disoccupati si attestava su una quota elevata, di quasi 200 milioni. Inoltre, “la forte crescita economica degli ultimi cinque anni aveva avuto solo un leggero impatto sulla riduzione del numero dei lavoratori che vivevano con le loro famiglie in condizioni di povertà …”, in parte perché la crescita era alimentata dall’incremento della produttività (in crescita del 26% nella scorsa decade), ma non stava creando nuovi posti di lavoro (solo il 16,6%). Il rapporto concludeva: “ogni regione deve  affrontare le grandi sfide del mercato del lavoro” e “i giovani hanno maggiori difficoltà nel mercato del lavoro rispetto agli adulti, le donne non hanno le stesse opportunità degli uomini, la mancanza di un lavoro dignitoso è ancora significativa, e il potenziale che una popolazione ha da offrire non è sempre utilizzato a causa del mancato sviluppo del capitale umano o dello squilibrio tra l’offerta e la domanda nel mercato del lavoro”. Tutte queste affermazioni rispecchiano bene la situazione degli Stati Uniti, nonostante nel 2008 ci trovassimo all’apice del ciclo economico.

Adesso ovviamente il nostro mercato del lavoro è in profonda crisi avendo perso più di sei milioni di posti, con la disoccupazione effettiva quasi al 10%, e con milioni di lavoratori costretti alla riduzione degli orari di lavoro e persino alla riduzione della paga oraria. Secondo una relazione della New America Foundation2  ubblicata nella primavera scorsa, se aggiungiamo quei lavoratori “marginalmente collegati”, cioè quelli costretti a lavorare part-time, e coloro che vorrebbero lavorare, ma hanno rinunciato a cercare lavoro, il totale della disoccupazione effettiva è di oltre 30 milioni . A questo si aggiungano altri 2 milioni di individui carcerati – molti dei quali avrebbe potuto evitare di commettere un crimine se avessero goduto di migliori opportunità economiche, ed è probabile che una misura più accurata del tasso di disoccupazione sarebbe di circa il 20%. Questi numeri sono simili a quelli che ho ottenuto durante il periodo del boom di Clinton quando ho fatto una stima del numero di potenziali lavoratori rimasti senza lavoro anche quando l’economia era presumibilmente prossima alla piena occupazione.3

Il tasso di partecipazione della forza lavoro, cioè la percentuale di popolazione in età lavorativa che è impiegata o disoccupata, varia notevolmente per livello di istruzione; chi abbandona quella secondaria ha tassi di partecipazione molto bassi, a cui corrispondono tassi di incarcerazione elevati. Ho calcolato che ben 26 milioni di persone avrebbero potuto lavorare se avessero portato i tassi di partecipazione della forza lavoro di tutti gli adulti ai livelli di cui godono i laureati. Questo numero sarebbe maggiore al giorno d’oggi, a causa della scarsa creazione di posti di lavoro negli anni di Bush ed a causa della crisi economica. Quindi, possiamo tranquillamente concludere che a prescindere dal fatto che l’economia degli Stati Uniti sia in piena espansione o in recessione , il Paese registrerebbe una cronica mancanza di posti di lavoro. Confrontando questi numeri con la promessa del presidente Obama, quindi con il fatto che le sue scelte avrebbero creato, o almeno preservato, tre o quattro milioni di posti di lavoro, è chiaro che la politica attuale non è in grado di affrontare i problemi del mercato del lavoro. A dire il vero, non esiste una scelta politica unica in grado di fronteggiare i problemi che affliggono il mercato del lavoro. Abbiamo certamente bisogno di risolvere la crisi finanziaria e di rilanciare la crescita economica, ma come l’esperienza dimostra, anche una robusta crescita non crea automaticamente posti di lavoro. Inoltre, abbiamo gravi problemi strutturali: alcuni settori, come l’industria manifatturiera, creano pochi osti di lavoro rispetto al numero di soggetti che hanno competenze adeguate, mentre altri, come il settore FIRE – finanza e assicurazioni – probabilmente dovrebbero essere ridimensionati, e, altri ancora,  come la cura e l’assistenza all’infanzia, andrebbero incrementati, a fronte di una carenza cronica di personale. Infine, si potrebbe sostenere che ci troviamo ad affrontare un altro tipo di problema strutturale individuato mezzo secolo fa da John Kenneth Galbraith: quello di un settore pubblico relativamente impoverito e di un settore profit gonfiato. Pertanto, pur riconoscendo la natura multiforme del nostro problema, credo che la creazione diretta di posti di lavoro da parte del governo sarebbe soltanto l’inizio del cammino verso la risoluzione di quello che è probabilmente il nostro peggior problema, cioè la disoccupazione, anche se si fosse in grado di impiegare la gente a lavorare per fornire i servizi pubblici necessari. Programmi per la creazione diretta di posti di lavoro sono stati molteplici negli Stati Uniti e in tutto il
mondo. Gli americani immediatamente penseranno ai vari programmi del New Deal, come la Works Progress Administration (che impiegò circa 8 milioni di lavoratori), il Civilian Conservation Corps (2,75 milioni di occupati), e l’Amministrazione nazionale della gioventù (oltre 2 milioni di posti di lavoro a tempo parziale per gli studenti). In effetti, ci sono state richieste per il rilancio dei programmi di lavoro, come VISTA e CETA, per assicurare l’occupazione di giovani diplomati e laureati che ora a causa della crisi rischiano di restare disoccupati.4

Ma quello che io sostengo è un piano più ampio e duraturo: un programma universale di creazione di posti di lavoro che prescinda dai capricci del ciclo economico. Il governo federale dovrebbe garantire un’offerta di lavoro a chiunque sia pronto e disposto a lavorare, con un livello retributivo stabilito dal programma che comprenda i salari ed i diritti dei lavoratori. Per rendere le cose semplici, i salari potrebbero essere fissati pari all’attuale salario minimo garantito, e poi adattati periodicamente al variare dello stesso. Gli attuali diritti dei lavoratori, comprese ferie, malattie e contributi previdenziali, resterebbero garantiti.

Si noti che il pacchetto del programma di compensazione stabilirebbe lo standard salariale minimo che altri datori di lavoro (privati e pubblici) dovranno rispettare. In questo modo, la politica potrebbe effettivamente stabilire il salario di base ed i diritti lavorativi a livello nazionale – con prestazioni migliorate, quali la possibilità di fornire aumenti. Non credo che sarà facile determinare il livello di retribuzione; comunque, un dibattito pubblico che metta in discussione le questioni relative allo standard di vita minimo nella nostra nazione sarebbe a tal proposito non solo giusto ma salutare.
Il governo federale non dovrebbe gestire questo programma. Dovrebbe soltanto fornire i fondi per la creazione di posti di lavoro diretti, mentre la maggior parte di essi potrebbero essere creati dalle amministrazioni locali e da organizzazioni senza scopo di lucro. Ci sono diverse ragioni per questo, ma la più importante è che le comunità locali hanno una migliore comprensione delle esigenze. Il New Deal è stato un progetto piuttosto centralizzato, ma molti di quelli portati a termine furono concepiti per creare sviluppo per l’America rurale: elettrificazione, irrigazione, e grandi progetti di costruzione. A dire il vero, abbiamo bisogno di investimenti in infrastrutture oggi, ma gran parte di questo può essere svolto dalle amministrazioni locali. Questo programma dovrebbe fornire almeno una parte della forza lavoro per questi progetti, con i salari e alcuni costi delle materie prime pagati dal governo federale. Ancora più importante, oggi ci troviamo ad affrontare una grave carenza di servizi pubblici che potrebbe essere sostanzialmente risolta attraverso l’occupazione a tutti i livelli di personale statale, più i fornitori no-profit di servizi sociali. Gli esempi includono l’assistenza agli anziani e ai bambini, parchi giochi, vigilanza, bonifiche ambientali, cura per lo spazio pubblico, e miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni per i cittadini a basso reddito. Il decentramento promuove progetti mirati a soddisfare le esigenze della comunità – sia in termini di tipologie di programmi creati, ma anche in termini di nuovi posti di lavoro corrispondenti alle competenze dei disoccupati in quelle comunità. Si noti inoltre che con la creazione di milioni di posti di lavoro decentrati di servizio pubblico, eviteremmo una delle critiche principali che si fanno al pacchetto di stimolo: poiché non ci sono abbastanza progetti infrastrutturali in cantiere, ci vorrà molto tempo per creare posti di lavoro. Invece, dovremmo consentire a ogni organizzazione al servizio della comunità di creare posti di lavoro pagati in modo che essi possano, a loro volta, rapidamente espandere le operazioni in corso. Mentre l’economia comincia a recuperare, il settore privato (così come per il settore pubblico) inizierà ad assumere di nuovo reclutando lavoratori fuori del programma. Questa è una cosa positiva, anzi, uno degli scopi principali di questo programma è quello di creare sacche di lavoratori pronti ad essere occupati una volta che il programma fosse terminato. Inoltre, il programma dovrebbe fare tutto il possibile per migliorare le competenze e la formazione dei partecipanti, fornendo un curriculum per ognuno di essi da utilizzare per ottenere un lavoro migliore e con una retribuzione maggiore. L’esperienza e la formazione on-the-job sono particolarmente importanti per coloro che tendono a rimanere indietro anche nei periodi migliori. Il programma può fornire un percorso alternativo di occupazione per coloro che non proseguono l’istruzione secondaria e che non possono entrare in programmi di apprendistato del settore privato. Ci sono alcuni esempi recenti, nel mondo reale, di programmi che sono simili a quello che stoproponendo. Quando l’Argentina degli ultimi anni si è trovata a fronteggiare una grave crisi finanziaria, economica, e sociale, ha creato il programma “Jefes“, in cui il governo federale ha creato fondi per finanziare il lavoro e una quota dei costi dei materiali, e la maggior parte dei lavori consistevano in servizi per la comunità.5

Il programma è stato destinato alle famiglie povere con bambini, permettendo a ciascuno di scegliere un “capofamiglia” che partecipasse al piano. Il programma è stato messo in piedi nel giro di quattro mesi, la creazione di posti di lavoro che ne è scaturita è stata pari al 14% della forza lavoro – un risultato notevole. Recentemente, l’India ha adottato la National Rural Employment Guarantee, che assicura 100 giorni di lavoro retribuito agli adulti che vivono nelle campagne. Nonostante il programma sia limitato, risulta essere un passo avanti rispetto al programma “Jefes”: l’accesso a un posto di lavoro diventa un diritto umano riconosciuto, ed il governo è responsabile di garantirlo. Infatti, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo include il diritto al lavoro, non solo perché è importante di per sé, ma anche perché molti dei diritti economici e sociali riconosciuti come diritti umani non possono essere assicurati senza il lavoro retribuito. E sia la storia che la teoria indicano fortemente che l’unico modo per garantire un diritto al lavoro è attraverso la creazione di posti di lavoro diretti da parte del governo. Questo non è, e non dovrebbe essere, una responsabilità del settore privato, che impiega i lavoratori solo in previsione di una vendita e di un relativo profitto. Anche se potessimo in qualche modo gestire la politica economica per produrre uno stato permanente di crescita, sappiamo che si lascerebbero comunque decine di milioni di potenziali lavoratori disoccupati o part-time sfruttati dal lavoro sottopagato. Quindi, la creazione diretta di posti di lavoro da parte del governo è un elemento essenziale per qualsiasi strategia che voglia assicurare il conseguimento di molti dei diritti umani internazionalmente riconosciuti.

1  Global Employment Trends Brief 2007, International Labour Office; risultati riassunti in “Global Unemployment Remains at Historic High Despite Strong Economic Growth”, ILO 25 genaio 2007, Ginevra. Guarda anche The Employer of Last Resort Programme: Could it work for developing countries?, L. Randall Wray, Economic and Labour Market Papers, International Labour Office, Ginevra, agosto 2007, No. 2007/5.

2 Not Out of the Woods: A Report on the Jobless Recovery Underway, New American Contract, New America Foundation, 2009, www.newamericancontract.net.

3 Can a Rising Tide Raise All Boats? Evidence from the Kennedy-Johnson and Clinton-era expansions, L. Randall Wray, in Jonathan M. Harris and Neva R. Goodwin (editors), New Thinking in Macroeconomics: Social, Institutional and Environmental Perspectives, Northampton, Mass: Edward Elgar, pp. 150-181.

4 Guarda Not Out of the Woods, sopra.

5  Guarda “Gender and the job guarantee: The impact of Argentina’s Jefes program on female heads of households”, Pavlina Tcherneva and L. Randall Wray, CFEPS Working Paper No. 50, 2005.

Originale qui.

Traduzione a cura di Marco Pizzolla

 

 

 

 

Comments

  1. Grande articolo, e grande Wray!
    I PLG sono veramente dei sogni e delle chimere che, ahimè, resteranno tali. Bellissimi sogni.
    Proprio l’altro giorno un mio amico mi ha confessato che la ditta dove lavora è in odore di cassa integrazione. Nella situazione attuale uno non può più dire: mi rimetto in gioco, cerco un’altro posto, il settore dove lavoro non tira più quindi cambio mansione, mi specializzo in altro, ….
    Non può più dirlo, perchè NON C’E’ LAVORO IN NESSUN ALTRO SETTORE.
    Se ci fossero i PLG uno direbbe: la ditta chiude? Bene, vengo assunto dai plg, o frequento un corso di specializzazione e appena posso mi trovo un ‘altro posto (perchè il salario è veramente minimo e io aspiro a qlcs di più…)
    Quindi, appena posso rientro nel privato.

    Bei sogni!

  2. Wray riconosce l’importanza che questi progetti siano gestiti in modo decentralizzato per essere più in sintonia con le reali esigenze delle comunità. A parer mio però a livello centralizzato può essere un problema stimare anche il corretto ammontare delle somme utili alle esigenze locali e distribuirle in modo efficiente ed equo.
    Forse anche per alcuni stati USA la sovranità monetaria sarebbe una salvezza…d’accordo che sono un popolo unito e possono trasferirsi e cambiare lavoro con molti meno problemi rispetto gli stati europei per esempio, però…
    Perlomeno questa è la mia opinione.

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