Mario Draghi è stato invitato all’università Roma Tre per omaggiare il grande economista italiano Federico Caffè a cento anni dalla sua nascita. Le cronache sono ricche delle dichiarazioni dell’attualg presidente della Banca Centrale Europea, che fu allievo di Caffè e che scrisse una tesi di laurea dal titolo “Avvio verso la moneta unica” e, a detta dello stesso Draghi, “era molto critica“.

Mario Draghi

 

Ad ogni modo, Mario Draghi oggi approva documenti dell’istituto che dirige nel quale si leggono queste cose: Una sensibile, effettiva riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto (…) è particolarmente urgente nei paesi dove l’elevata disoccupazione rischia di divenire strutturale e la concorrenza è debole“. (Rapporto Annuale 2012 Bce, pagina 66).

Federico Caffè non sarebbe mai stato nel Panfilo Britannia come Draghi. Federico Caffè non avrebbe mai avviato la svendita dei gioielli del patrimonio imprenditoriale pubblico italiano. Federico Caffè non avrebbe mai firmato un documento ufficiale della Banca Centrale dove si auspicava la riduzione dei salari e degli stipendi degli italiani.

 

Qui invece alcune parole di Federico Caffè. Che nessuno possa assumersene l’eredità in maniera così impunita. Soprattutto nessuno che oggi guida l’Italia nel percorso che Caffè, profeticamente e tristemente, temeva.

“Il mio compito di intellettuale, così come io lo intendo, è quello di indicare un modello alternativo e di dimostrare che si tratta di un modello possibile. Sul resto mi è difficile addentrarmi. Posso dire solo questo. Che, dopo un periodo di ristrutturazione sociale e di riassetto dell’economia, la sinistra venga ricacciata all’opposizione mi sembra un’ipotesi da prendere in seria considerazione. Vi è tuttavia, un’ipotesi che mi preoccupa ancora di più: quella di una Sinistra subalterna che, per andare o restare al governo, rimette al passo le forze del lavoro senza ottenere sostanziali trasformazioni economiche. Vorrei aggiungere che, se per miracolo qualche risultato si dovesse raggiungere, ma andasse nel senso di un avvicinamento della nostra situazione a quella, poniamo, della Germania, non è questo il destino che augurerei al mio paese. Si tratta, infatti, di una situazione in cui i lavoratori, pur godendo di un certo benessere, sono in una posizione fortemente subalterna. Non credo, in altri termini, che il risanamento della bilancia dei pagamenti e un riassetto dell’economia, senza l’introduzione di veri elementi di socialismo, sia qualcosa che vale, un traguardo degno di essere indicato alla società italiana. Se ci mettessimo su questa strada, tradiremmo per la seconda volta gli ideali della Resistenza. Non vorrei apparire retorico. Ma tradiremmo l’ideale di costruire un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito”.

Da “Parla Federico Caffè. Dialogo immaginario sulla «società in cui viviamo», Armando Editore, 2014, di Giuseppe Amari.

 

Federico Caffè

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