di Maria Luisa Visone, fonte  sienanews.it/economia

Il 13 luglio 2012 l’agenzia MOODY’S declassava il rating dei titoli di Stato italiani da A3 a Baa2, con outlook negativo, ovvero, non escludendone una possibile revisione al ribasso nei successivi 24 mesi. Una data storica per il debito pubblico dell’Italia, dopo l’ingresso nel rating della lettera B di gennaio dello stesso anno, deciso da STANDARD & POOR’S e quello di FITCH del successivo marzo 2013. Mancava all’appello il giudizio nella stessa direzione di DBRS, l’agenzia di rating considerata nella rosa delle quattro più importanti, arrivato lo scorso 13 gennaio: declassamento da A- a BBB+.

Conseguenze sul sistema bancario italiano

Le banche europee si finanziano presso la Bce e vengono considerate meritevoli in base alle garanzie prestate, attraverso il collaterale. Il loro merito creditizio si traduce in maggiori o minori costi da sostenere per ricevere liquidità. Con la perdita dell’ultima A rimasta, la quantità dei titoli di Stato da dare in pegno per l’Italia passa dal livello 2 al livello 3. In pratica, prima il taglio (haircut) per un Bot era di 0,5% e per un Btp a 10 anni del 5%; oggi, rispettivamente, è del 5% e del 13%. Quindi, minore quantità di denaro in prestito per il sistema bancario italiano, a fronte della stessa quantità di titoli di Stato in garanzia. O, in alternativa, maggiore quantità di titoli di Stato da dare in garanzia, per mantenere lo stesso livello di finanziamento.

La decisione di DBRS conferma l’Italia “sorvegliato speciale per l’Europa” e rende maggiormente vulnerabile il suo sistema bancario, poiché le nostre banche detengono in portafoglio un gran numero di titoli di Stato.

Consideriamo, inoltre, che nel 2017 sono previste emissioni lorde di titoli di Stato di entità significativa, pari a circa 260 miliardi di euro complessivi. Riappare, di conseguenza, il fantasma della necessità di una maggiore spesa per interessi da sostenere, derivante da un probabile aumento dei tassi, conseguenza diretta del peggioramento del rischio emittente, su cui tutte le agenzie di rating sono concordi.

Si affaccia anche un ulteriore rischio: quello di assistere a uno spostamento degli investitori verso l’acquisto di titoli di Stato di altri Paesi, ritenuti più affidabili, come, ad esempio quelli spagnoli.

Così l’Italia sembra avvolgersi su se stessa intorno a una spirale che si autoalimenta.

Se fosse lo Stato ad emettere la valuta in cui sono denominati i suoi titoli dati in pegno dalle banche, però, cambierebbe la situazione. Il sistema bancario risulterebbe maggiormente tutelato, perché le banche per finanziarsi presso la banca centrale nazionale cederebbero titoli denominati nella valuta di cui lo Stato ha il monopolio. E, nell’ipotesi di un peggioramento del rating, la banca centrale nazionale non avrebbe bisogno di tagliare l’haircut, chiedendo più titoli in garanzia per la stessa liquidità concessa, dal momento che l’emittente, alla scadenza dei suoi titoli, onorerebbe senza problemi l’impegno al rimborso, esercitando il potere di emissione monetaria. In sintesi, si annullerebbe il rischio di solvibilità.

Tuttavia, il monopolio dell’emissione monetaria appartiene alla Bce e non ai singoli paesi dell’Eurozona. E la Bce non può esimersi dalla valutazione del merito creditizio dei richiedenti, come avviene per un qualsiasi privato che chiede un prestito a una banca.

La domanda è: di fronte a una vulnerabilità così crescente, è da prendere in considerazione una scelta politica, auspicata da più parti, che ripristini il potere di emissione monetaria nazionale.

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