Fonte: http://articolo3.economiapericittadini.it/cio-che-leuropa-dovrebbe-fare-per-noi/

 

In un articolo del 29 dicembre scorso su Repubblica, l’economista e presidente della Adam Smith Society Alessandro De Nicola scrive che con l’avvento del Piano Juncker per la prima volta è l’Italia a chiedere all’Europa e non viceversa, invertendo il famigerato motto del “ce lo chiede l’Europa” che scaturisce dalla tendenza delle istituzioni comunitarie ad imporre la propria agenda politica in maniera sempre più stringente nei confronti degli Stati membri.

 

Il titolo dell’articolo, Ciò che l’Europa non può fare per noi, suggerisce ciò che ad una prima lettura risulta evidente: per De Nicola la crisi economica nasce dalla cattiva abitudine del Belpaese di procrastinare da 20 anni le riforme che i mercati finanziari ci chiedono. Ne consegue che i mercati, secondo questa visione, punirebbero con buone ragioni un’Italia indisciplinata.

 

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Il Presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker

Per sostenere la sua tesi, De Nicola prosegue con un’interessante demistificazione circa le virtù salvifiche del Piano Juncker. L’effetto leva che i 21 miliardi stanziati dalla Ue dovrebbero generare è di 15 volte e ciò consentirebbe di arrivare fino a 315 miliardi di investimenti complessivi. Tuttavia, De Nicola ricorda che ad esempio il programma Horizon 2020 per le partnership pubblico-private attrarrà in sette anni 10 miliardi di investimenti privati e 4 miliardi da parte degli Stati membri secondo le stime della Commissione Europea.
Sembra improbabile perciò che il piano Juncker, fortemente richiesto anche dal governo italiano, possa raggiungere i risultati annunciati dal presidente della Commissione.

 

Fino a qui tutto bene. L’articolo però prosegue argomentando che l’investimento pubblico debba essere valutato confrontando costi e benefici dello stesso: l’autore sostiene che sia necessario valutare il ritorno sull’investimento stesso, citando anche stime diverse della sua redditività ottimale, e confrontarlo con i costi.

 

Tra questi, l’autore include il costo-opportunità dell’investimento. In economia, il concetto di costo-opportunità consiste nel fatto che nell’intraprendere una determinata decisione di consumo o investimento un agente economico rinuncia ad una serie di alternative possibili. Nel contesto dell’articolo, De Nicola afferma che i soldi che vengono spesi per un aeroporto pubblico sono sottratti all’investimento o al consumo privato e il senso del ragionamento perciò è che se esistono alternative di investimento o consumo migliori rispetto, ad esempio, ad un aeroporto pubblico, allora l’investimento pubblico non andrebbe intrapreso.

Su cosa si fonda questa idea? Ci sono almeno due nozioni di teoria economica mainstream su cui poggia l’argomentazione.

La prima è relativa al cosiddetto “spiazzamento” che la finanza pubblica opererebbe nei confronti della finanza privata. In sostanza, l’idea è che il governo potrebbe chiedere in prestito una quantità di fondi tale da lasciare a secco i risparmi residui disponibili per il settore privato, disincentivandolo ad investire.

Il sistema monetario moderno, tuttavia, funziona nella maniera esattamente opposta rispetto al ragionamento di cui sopra. Una recente pubblicazione di alcuni ricercatori della Bank of England mostra come, a differenza di quanto comunemente si ritiene, le banche non agiscano semplicemente come intermediari che prestano denaro proveniente dai risparmi che i risparmiatori detengono presso di loro. La pubblicazione chiarisce che invece le banche commerciali creano direttamente moneta nel momento in cui emettono prestiti, e ciò significa che la sequenza logica sottostante al concetto di spiazzamento va invertita: non sono i depositi che generano i prestiti, bensì i prestiti che generano i depositi.

Il timore che il governo chieda una fetta di torta troppo grande rispetto alla porzione disponibile per il settore privato appare quindi infondato, perché le dimensioni della torta (cioè la capacità di finanziamento dell’economia) non sono limitate, bensì si adattano in base alla domanda di fondi proveniente dal settore pubblico e dal settore privato. In questo modo, il sistema bancario è costantemente in grado di fornire credito per consumi ed investimenti (il che non significa che decida sempre di farlo, ma questo dipende dai profitti che le banche stimano di ottenere dai prestiti).

La seconda ragione che potrebbe sottostare all’argomento di De Nicola è che si pensa che quando un governo genera disavanzi, i tassi d’interesse sul debito pubblico a breve termine siano portati ad aumentare. Ciò provocherebbe un effetto domino e creerebbe pressioni verso l’alto su tutta la struttura dei tassi d’interesse nell’economia, e finirebbe per rendere più costoso il denaro preso in prestito dai privati.

In generale, anche questo ragionamento si dimostra lontano dalla realtà delle operazioni finanziarie. Innanzitutto, come mostra questo illuminante articolo di Keynesblog, il tasso d’interesse bancario “è invece determinato da altri fattori, in particolare la politica monetaria della banca centrale (il tasso di sconto al quale essa rifinanzia le banche commerciali) e la propensione al rischio delle banche stesse, che a sua volta è influenzata dalle aspettative generali sull’economia, le quali certo non migliorano, come abbiamo visto, con l’austerità, poiché essa, riducendo i redditi, rende più difficile il rimborso dei prestiti“.

In secondo luogo, quando un governo entra in deficit, significa che esso sta immettendo riserve in eccesso nei conti correnti che le banche commerciali detengono presso la banca centrale. Questo articolo dell’economista Bill Mitchell (Università di Newcastle, Australia) chiarisce che quando il governo spende esso accredita i conti correnti di qualche soggetto all’interno del settore privato (cittadini o imprese); viceversa, quando il governo tassa esso addebita i conti correnti di cittadini o imprese all’interno del settore privato.

Il deficit di un governo, perciò, corrisponde alla situazione nella quale gli accrediti in favore del settore privato superano gli addebiti a carico dello stesso. Ciò significa che i conti correnti dei soggetti che appartengono al settore privato, al termine dell’anno considerato, avranno saldi più elevati, e quindi per una questione di partita doppia le banche presso le quali sono detenuti questi conti avranno più riserve rispetto al periodo precedente (ecco perché si parla di riserve “in eccesso”).

Per questa ragione, le banche non avranno alcuna necessità di ricorrere a prestiti da parte di altre banche (il mercato interbancario) oppure a prestiti da parte della banca centrale per ottenere liquidità da utilizzare nelle operazioni quotidiane; il che invece potrebbe accadere nel caso in cui il governo pratichi per più periodi consecutivi delle politiche fiscali restrittive e non vi siano significativi profitti da esportazioni che finiscono come depositi presso il sistema bancario nazionale.

 

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All’interno del sistema Euro, la capacità di spesa degli Stati è vincolata dalle decisioni di investimento dei mercati finanziari

Sfortunatamente, all’interno dell’Eurozona tutto il rapporto fra sistema bancario, politiche monetarie della banca centrale e politiche fiscali degli Stati va invertito. Poiché il Trattato di Maastricht impone al sistema europeo delle banche centrali (composto dalla BCE e dalle banche centrali nazionali) di non poter finanziare in maniera diretta gli Stati membri, questi ultimi non hanno più la capacità di spesa tipica di un paese sovrano, come descritta a grandi linee nel ragionamento di cui sopra.

All’interno dell’Eurozona cioè gli Stati membri non hanno la garanzia che i propri disavanzi vengano coperti dalla BCE o dalla propria banca centrale e perciò sono costretti a rimettersi unicamente alle decisioni di investimento dei mercati finanziari. Se i mercati, per qualunque ragione, non si fidano ad investire una determinata somma nelle obbligazioni di un dato Paese membro dell’Eurozona, essi potranno chiedere tassi d’interessi più elevati quando il Paese in questione decide di realizzare dei disavanzi di bilancio.

Ciò significa che il sistema Euro rompe il nesso fra politica monetaria della banca centrale e politica fiscale dello Stato che invece caratterizza la capacità di Paesi non sottoposti a vincoli come quelli stabiliti dai nostri Trattati. In questo senso – e soltanto a causa delle regole imposte dal sistema Euro – diventa vero che la coperta del credito è corta e viene quindi contesa fra settore pubblico e settore privato come lasciato intendere da De Nicola (e come si sostiene in ambito mainstream).

Mettendovi per un secondo nei panni del primo ministro di un Paese che utilizza l’Euro, è quindi facile capire come tutte le decisioni di spesa del proprio governo vengano condizionate dalle decisioni di investimento dei mercati finanziari. Nei prossimi interventi ci concentreremo più a fondo sulle conseguenze che questa condizione comporta e con l’occasione ci addentreremo nel complesso e affascinante mondo della moneta.

 

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