Mario Monti vuole continuare a guidare il Paese a partire da quella agenda che tanti, troppi danni ha provocato a lavoratori, pensionati e giovani. Agenda che ha un titolo altisonante, molto impegnativo, “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa”. Potrebbero apparire ai più parole condivisibili. Ma quando si passa alle proposte, ai progetti, alle idee, scopri che al titolo non corrispondono iniziative, idee, progetti che si muovono nella direzione annunciata. Tale “nuovo”programma è difatti un vecchio disegno criminale neoliberista,una ricetta vecchia. Una ricetta che abbiamo già conosciuto con la Thatcher, con Reagan. Un programma che ha già dimostrato tutta la sua fallacia aumentando la precarietà e riducendo il valore sia del lavoro sia delle imprese.

 

L’Europa è uno degli assi portanti dell’agenda Monti. L’agenda del bocconiano esordisce con questo testo:” La crisi ha impresso al processo di integrazione europea una accelerazione che sarebbe stato difficile immaginare solo pochi anni fa”. D’altronde sapevamo che l’impianto ideologico di tal tecnocrate, che ricordiamo-non è stato eletto dai cittadini ma dai mercati, ha come perno la crisi, un potente motore di riforme. “Servono gravi crisi per fare passi avanti, anzi più dura è la crisi, più vasta è l’emergenza, e più consistente sarà la cessione di sovranità degli stati europei”.

 

 

Continuiamo a leggere insieme il testo:
“Con un debito pubblico che supera il 120% del PIL non si può seriamente pensare che la crescita si faccia creando altri debiti. Non è una questione di cieco rispetto di vincoli europei o sottomissione ai mercati. E’ la realtà, scomoda dei numeri.(…)  Man mano che si riduce il costo del debito pubblico e si eliminano spese inutili, possiamo creare nuovi spazi per investimenti nell’istruzione…”

 

Uno dei capisaldi dell’agenda è la persecuzione del pareggio di bilancio e riduzione del debito pubblico di un ventesimo all’anno dal 2015. Solo in tal modo, ci sarà crescita. Sì, avete capito bene, il pareggio di bilancio nella Costituzione, al fine di ridurre il nostro debito pubblico, sarà la panacea di tutti i mali. Ma analizziamo gli effetti di tale legge, approvata rapidamente e senza clamori pressochè all’unanimità da parte del nostro Parlamento, perfino da chi la definiva “una follia, una castrazione nei secoli di ogni politica economica”, Pierluigi Bersani.

 

 

La normativa, prevede l’equilibrio tra entrate e uscite anno per anno, impedendo così di sostenere la domanda pubblica per creare piena occupazione, sancendo di fatto l’abolizione di uno degli elementi cardini dell’economia keynesiana, il raggiungimento dell’equilibrio in un intero ciclo economico. John Maynard  Keynes, uno dei colossi della storia dell’Economia mondiale, evidenziava infatti che nei periodi di recessione, lo Stato tramite il deficit spending doveva far ripartire l’economia.
Durante la grande depressione degli anni trenta, nonostante differenti vedute tra gli economisti, per fortuna  furono applicate le teorie keynesiane.  Lo Stato, dunque, che per sua natura dovrebbe spendere per primo per creare ricchezza, non potrà dare ai propri cittadini e aziende più di quanto sottrae con le tasse, ossia spendere a deficit di bilancio, ma sarà costretto a pareggiare, cioè dare ai cittadini 20, per poi togliere loro 20, decretando matematicamente impoverimento e recessione.
Ma perchè il nostro debito pubblico è da abbattere?  Il pensiero ricorrente inculcatoci dai media mainstream ed economisti neoclassici è il seguente: “Il debito pubblico è il debito dello Stato (vero), quindi il debito dello Stato è il debito dei cittadini (falso)”.
Iniziamo subito col dire che in una nazione, dal punto di vista contabile, lo Stato e i cittadini appartengono a due settori ben distinti: il settore pubblico (lo Stato) e il settore privato (cittadini, famiglie, aziende).
Come si forma il debito dello Stato?
Il debito pubblico, chiariamo, è la somma dei deficit annuali registrati nel bilancio dello Stato. Si crea un deficit nel momento in cui uno Stato, a moneta sovrana (lira, dollari, yen, corone…), emette moneta finalizzata alla spesa pubblica.
Esempio: lo Stato deve realizzare un ospedale o una scuola? Ok. Emetterà una quantità di denaro (che sarà registrata come deficit nel bilancio statale) e sarà versata nei c/c delle aziende costruttrici e dei rispettivi lavoratori che realizzeranno l’ospedale o la scuola. Quindi, da questo banale esempio risulta chiaro che il deficit pubblico non è il deficit dei cittadini, bensì il loro credito.

 

Keynes insegna: «La spesa di qualcuno è il reddito di qualcun altro». In questo caso la spesa dello Stato è il reddito dei cittadini. La storia ci fornisce lezioni di economia, basta dare uno sguardo infatti ai grafici dei “sectoral balances” (saldi settoriali) dei vari Stati del mondo, e ci accorgeremo che a deficit pubblici corrispondono per la stessa cifra (in positivo) i surplus privati. A forti deficit dello Stato corrisponderanno forti surplus dei cittadini (risparmi) e viceversa.
Ecco, questi sono i saldi settoriali degli Stati Uniti, in rosso il bilancio dello Stato, in blu il bilancio del settore privato:

Il deficit dello Stato, dunque non solo è necessario, ma è vitale per il funzionamento del sistema economico. Perché non ci chiediamo mai da dove arriva la moneta? La moneta è emessa dallo Stato attraverso la spesa pubblica. E il procedimento è quello suddetto.

 

L’economista Warren Mosler è stato chiaro: «Il problema più grande dell’economia è il deficit pubblico TROPPO BASSO».

 

È ovvio che il debito pubblico diventerà un problema nel momento in cui sarà denominato in una moneta che lo Stato non può emettere. È di fatto il caso dell’euro, una moneta che l’Italia non può emettere ma soltanto utilizzare. Questo conduce, chiaramente, a problemi di insolvenza, lo Stato si trova a dover prendere in prestito la moneta dai mercati di capitali privati, ovvero i veri padroni dell’Italia di oggi. Uno Stato che non può emettere moneta non è uno Stato al servizio del cittadino, ma è uno strozzino che deve tassare i propri cittadini per pagare gli interessi sul debito pubblico.

 

Noi Paesi Europei siamo fruitori e non emittenti di moneta, è questo il grave problema. Purtroppo il controllo della moneta è il controllo del denaro e della ricchezza e uno Stato che vi rinuncia si suicida economicamente. Per dirla con le parole di Krugman, Nobel per l’economia 2008: “la crisi del debito dell’Europa, se non fosse tragica, sarebbe quasi divertente. Ci viene detto che il problema è il debito di questo o di quel Paese. Sia chiaro, il debito in sè non è il vero problema. Esempio: perchè i mercati non attaccano gli alti debiti di Gran Bretagna, Stati Uniti o Giappone? Facile. Questi Paesi hanno ancora una moneta propria e possono in qualsiasi momento rimborsare i titoli in scadenza emettendo nuova valuta. È per questo che l’Europa sta in mezzo a questo guaio auto-inflitto”.

 

Comments

  1. Alla frase di Krugman mi permetto solo di aggiungere che la nuova moneta viene emessa solo per pagare gli interessi, mentre il resto dell’importo si sposta semplicemente dal conto di risparmio che è il titolo al conto ordinario del fruitore.
    Come giustamente dice Warren Mosler, più che di debito pubblico bisognerebbe parlare di contabilità delle riserve per il mantenimento del tasso di interesse a lungo termine. Il debito con l’euro è invece reale.

  2. Approfitto, forse andando fuori thread, per chiedere chiarimenti su un dubbio riguardo la ME-MMT. Sinora ho letto come l’aumento della produzione e dei consumi equilibrerebbe una possibile spinta inflazionistica. Sul fronte della svalutazione dovuta alla maggiore emissione di moneta non si ridurrebbe il potere di acquisto e di conseguenza si ritornerebbe nella spirale meno produzione-licenziamenti-chiusure di aziende etc.? Scusate ma non mi intendo tanto di economia, grazie.

    1. La svalutazione e l’inflazione sono cose diverse ma legate. Se l’aumento della domanda aggregata (che può avvenire solo con nuova liquidità al netto) è accompagnato dall’aumento della produzione, la moneta non si svaluta in quanto è utile, è richiesta e di conseguenza non aumentano i prezzi.
      La moneta si svaluta per 2 motivi: o per l’inflazione dovuta all’emissione nonostante la capacità produttiva e l’occupazione siano già al massimo (mai successo in termini di piena occupazione), oppure quando viene svenduta per l’acquisto di valuta estera (ad esempio per pagare debiti molto ingenti in valute estere come successo con la Repubblica di Weimar).

    2. Signor Fiori, lei deve partire dal presupposto che la ME-MMT serve per raggiungere la massima capacità occupazionale e produttiva della nazione.

      Se una nazione raggiunge la piena occupazione e la piena capacità produttiva allora la moneta tende alla RIVALUTAZIONE e non alla svalutazione. A questo proposito è sufficiente notare che le nazioni che hanno la disoccupazione più bassa sono le stesse nazione la cui valuta tende maggiormente ad apprezzarsi, e questo per il motivo molto semplice che dove c’è mercato le aziende – anche straniere – si fiondano.

      Quindi è il suo presupposto, cioè che la svalutazione sia inevitabile, a essere fallace. Io abito sul confine svizzero e queste cose le vedo praticamente ogni giorno “de viso”: la Svizzera ha una disoccupazione bassissima e ha una valuta fortissima. Ma non è solo la Svizzera, ribadisco che in tutte le nazione dove ci si avvicina alla piena occupazione e alla piena capacità produttiva le valute di tali nazioni tendono strutturalmente verso l’apprezzamento.

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