di Elisabetta Uccello

Fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/a_chi_serve_euro.html

Ci viene spesso ripetuto  meccanicamente dai sostenitori della moneta unica europea che l’uscita dall’euro ed il ritorno ad una valuta nazionale ad un tasso di cambio fluttuante avrebbero delle terribili ricadute sull’ economia reale……..

–  Oddio quanto ci costano le materie prime in valuta deprezzata

– Oddio se la valuta nazionale si apprezza tutti corrono a comprare merci all’estero perché costano meno e allora le nostre aziende chiudono

– Oddio ma magari la nostra valuta non viene più accettata all’estero…..

Premesso che tutte queste paure sono infondate, adesso vedremo perché è importante sottolineare e prendere consapevolezza del fatto che sono timori utilizzati solo per distogliere l’ attenzione dalla questione principale.

Non riguarda l’economia reale ma l’economia finanziaria.

La paura è che il tasso di cambio fluttuante non garantisca certezza agli investitori internazionali che cercano di trarre profitto dall’acquisto e dalla vendita di strumenti finanziari denominati in valute liberamente convertibili. Certezza di cosa? Che i loro investimenti non vengano penalizzati dalle variazioni dei tassi di cambio.

L’interesse alle conseguenze negative sull’economia reale (infondate) è solo uno scudo con cui giustificare il sostegno alla natura dell’euro, che in quanto regime di cambi fissi fra ex valute sovrane è assolutamente paragonabile alla funzione che ebbe l’oro per le monete durante il gold standard. Con in più l’aggravante che a differenza dell’oro l’emissione di euro è esclusivamente controllata dalla BCE che come suo scopo ha il mantenimento di un tasso d’inflazione sotto il 2%. Per realizzare costantemente questo obiettivo la quantità di moneta euro in circolazione nell’economia reale dev’essere sempre scarsa rispetto alla capacità produttiva, cioè alla capacità di produrre beni e servizi. Quindi alta disoccupazione e sottoccupazione.

Precisiamo perché le paure trasmesse al popolo sopra riportate sono infondate:

–                     Materie prime:  considerando esclusivamente il costo delle materie prime sul prodotto finito vediamo che questo incide attualmente sul prezzo finale meno della percentuale di tassazione che il produttore deve caricare; questo è il risultato dell’appartenenza all’Eurozona che costringe gli stati ad applicare ai produttori una tassazione molto alta.

Il coefficiente di trasferimento (pass-through) è l’intensità con cui una variazione del tasso di cambio si trasferisce sul prezzo dei beni nazionali.

Il timore di un drastico aumento dei prezzi del prodotto finale dovuto ai maggiori costi delle materie prime a causa del deprezzamento della valuta è infondato, in quanto sul prezzo finito incidono costi di lavorazione e tasse ed imposte che uno stato a moneta sovrana ha tutto l’interesse a  regolare in funzione dello sviluppo della struttura industriale interna.

–                     Se la valuta nazionale si apprezza rispetto ad un’altra difficilmente ci sarà la corsa all’acquisto esclusivamente di prodotti esteri più convenienti innanzitutto perché, grazie al miglioramento delle condizioni lavorative e sociali sostenute da una repubblica a moneta sovrana, il cittadino potrà scegliere la qualità della produzione locale, senza essere costretto da uno stipendio misero e deflazionato come quello ormai usuale in Eurozona a scegliere solo il prodotto meno costoso. Nulla impedisce inoltre ad uno stato sovrano di poter applicare dazi alle importazioni se una politica di forte export neomercantilistico da parte degli altri stati mettesse in pericolo la produzione nazionale, posto che comunque è sempre possibile investire nel settore dei servizi meno soggetto a concorrenza.

–                     Una valuta nazionale viene accettata a livello internazionale in base alle caratteristiche economiche e sociali del paese in questione. Cioè: una valuta è considerata affidabile se l’economia del paese è strutturata in direzione della piena produzione, piena occupazione e c’è uno Stato sociale forte in cui i servizi essenziali siano garantiti a tutti, in modo che chiunque abbia la possibilità di partecipare col proprio lavoro al pieno sviluppo economico e sociale del paese. Tutti hanno interesse a consolidare rapporti commerciali con un paese industrializzato con dette caratteristiche.

Ed agganciandoci proprio a quest’ultimo punto verifichiamo che…

–  Le valute sono richieste negli scambi internazionali da investitori nell’economia reale che valutano generalmente che profitto otterranno in un paese in base alla solidità di quell’economia. Questa è dovuta appunto ad uno Stato che si pone come datore di lavoro di ultima istanza e assicura prosperità e benessere, oppure (in secondo luogo) ad operatori finanziari che investono in titoli di stato emessi da un governo sovrano, che ne controlla i tassi d’interesse ed è sempre solvibile.

Riproponiamo il dubbio: perché ai mercati finanziari interessa che l’euro sia strutturato come un regime di cambi fissi fra valute ex sovrane?

Perché così essi proteggono le loro operazioni dalle variazioni del tasso di cambio.

Chi sono i ‘’mercati finanziari’’?

Sono gli operatori che acquistano e vendono titoli di stato nel mercato primario (prima emissione) e secondario (già in circolazione) e scambiano valute sul Forex (mercato moderno dei cambi valutari, nato nel 1971).

In tutti i casi si tratta sempre di fondi d’investimento, fondi pensione, compagnie di brokerage, banche commerciali, investitori privati.

Al mercato secondario partecipa anche la BCE, che dall’entrata in vigore del Quantitative Easing compra i titoli di stato già acquistati nel primario dalle grandi banche autorizzate ad accedervi.

Al Forex partecipano sia gli investitori privati che le banche centrali dei singoli stati per gli scambi di valuta nazionale.

Ma come fa l’euro, nonostante le politiche di austerità sostenute dall’UE che ne decretano la scarsità nell’economia reale, ad essere ancora così richiesto a livello internazionale?

In Eurozona gli strumenti finanziari in euro sono richiesti perché non sono soggetti alle variazioni di cambio, mentre la rarefazione della valuta ne causa l’apprezzamento.

Consideriamo anche che multinazionali quotate in borsa traggono da questo sistema maggiori profitti, grazie anche alla svalutazione del lavoro (stipendi ridotti) e all’acquisizione di materie prime a costi minori.

Internazionalmente la BCE cerca di controllare il tasso di cambio col dollaro continuando a sostenere politiche di austerità che sono insistentemente deflazionistiche dei salari, in modo tale da continuare ad incentivare l’export di beni a prezzi competitivi. Solo con la perpetua svalutazione dei salari  si può mantenere la bilancia dei pagamenti con l’estero attiva ed allo stesso tempo l’euro forte.

Fino a quando reggerà questo fragilissimo e folle sistema?

 

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